Il Santo Natale si avvicina

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E arriva un altro Natale, manca poco meno di una settimana.
Mentre preparo il pranzo per i miei figli, riaffiorano i ricordi di bambina. Mia madre che si alzava prestissimo per cucinare e mentre eravamo ancora mezzi addormentati, ci arrivava l’odore forte di broccoli e del caffellatte insieme. Quando era mezzogiorno arrivavano alla spicciolata gli invitati e la tavola era apparecchiata col servizio buono, quello di porcellana intoccabile e mica si mangiava in cucina… eh no! Per l’occasione si aprivano le porte del lucidissimo salone, fiore all’occhiello di mia madre che, con dovizia, raccontava ogni anno la storia di ogni soprammobile. Le prime ad arrivare erano sempre le due cugine zitelle, Sara e Nena, una magra e una grassa ma simpatiche. Mio padre si trasformava in chauffeur e alla guida della sua ‘’Simca’’ di colore azzurro (ricordo ancora la sua targa) andava a prendere la nonna materna che rideva come la Gioconda e zia Rosina, che indossava il suo vecchio abito in velluto nero che odorava di muffa. Sulla tavola apparivano ‘’i tridici morza’’ che mia madre orgogliosamente portava nei vassoi, si trattava di tredici preparazioni diverse, come voleva la tradizione. Troneggiavano in bella vista ‘’i vroccula affucati (broccoli stufati)’’ col peperoncino rosso piccante e il bianco cavolfiore bollito e irrorato di succo di limone. Il baccalà fritto e la zucca annegata nell’aceto. Mia nonna, abitualmente, al primo boccone alzava lo sguardo forse per cercare approvazione e si lamentava dicendo:- è tostu (duro, poco cotto)!- Io la guardavo e nella mia mente dicevo:- Ma se è buonissimo!- Ma guai a rispondere agli anziani!
Si mangiava a dismisura e dopo aver mangiato, anche se eravamo pieni come le uova sode, rosicchiavamo torrone di mandorle fatto in casa, i jhahuni col ripieno di ceci passati al setaccio e mescolati col cioccolato e noci. Alla fine spuntavano ‘’i zzippuli’’ zuccherate e lo spumante o champagna, come lo chiamava zia Rosina.
Alla fine del pranzo, i grandi restavano seduti a tavola a scherzare e a raccontare vecchie storie, ogni anno le stesse e ridevano ogni anno nello stesso modo. Noi bambini, i miei fratelli ed io, giocavamo sul pavimento con le nocciole. Poi arrivava zio Valerio, bello come un attore e sempre ben vestito con le sue camice di seta.
Per noi bambini era una festa vederlo perché oltre all’affetto, era lo zio più generoso. C’erano sempre le cinquecento lire ciascuno ed era davvero una bella cifra.
Baci abbracci e auguri non si risparmiavano.
A casa mia non c’era l’albero di Natale o il Presepe (mia madre fissata con l’ordine e la pulizia diceva che facevano disordine) ma c’era comunque tanto calore natalizio. Zia Rosina sapeva che non avevamo addobbi in casa e portava con sé, nella sua borsettina nera, il Bambinello. Lo prendeva tra le mani con devozione e ci incitava a cantare: “tu scendi dalle stelle!”
Dopo il giorno di Natale c’era S. Stefano che era la fotocopia del giorno prima perché si mangiava il bollito per alleggerire lo stomaco dai bagordi ma poi, si dava fondo agli avanzi del giorno precedente.
E poi c’era il Capodanno. Non usavamo bombette, razzi o cose del genere. L’aria non sapeva di zolfo ma di mandarini o zucchero buttato nei bracieri. La sera dell’ultimo dell’anno si usava buttare dalle finestre tutti gli oggetti che non servivano più. Ricordo che una volta, la nostra vicina buttò un orinale e il giorno dopo, lo ritrovammo cinquecento metri distante. Le nostre bombette erano le lampadine fulminate che zia Rosina serbava pazientemente per noi bambini, durante l’anno. Il primo gennaio altra abbuffata e forse si mangiava il panettone. Forse!
​Non squillavano i telefoni perché non li avevamo e le lettere o cartoline d’auguri arrivavano in ritardo, ma così in ritardo che potevamo tenerle buone per il Natale successivo. Non c’era una caldaia ad alimentare i termosifoni ma ci scaldavamo con una grossa stufa a legna ed eravamo più felici e genuini. Avevamo il gusto del desiderio e della conquista, anche se molte cose sono rimaste un sogno, la bici, la bambola o i lego, abbiamo vissuto i Natali più belli del mondo. Ma un ricordo ancora vorrei condividere, quello dell’ultimo Natale che mio padre trascorse con noi. Avevo undici anni e finito il pranzo luculliano mi disse:- Vai a fare il caffè- Io risposi che non ne ero capace e lui mi disse:- Sì che lo sai fare…- in realtà non lo avevo mai fatto.
Andai in cucina e preparai la caffettiera, quando uscì il caffè lo portai a mio padre con l’aria trionfante. Lui prese la tazzina bianca e vi appoggiò le labbra carnose poi con un sorriso disse:- è acqua paccia (acqua bollita)!- Ma io so che era felice, perché il mio primo caffè lo avevo preparato per lui! L’anno dopo se ne andò e finirono anche le feste in famiglia. Oggi molte cose sono cambiate, la frenesia degli acquisti colpisce un po’ tutti ma il vero
spirito del Natale lo abbiamo perso. I nostri giovani non sapranno mai quanto era bello lanciare le lampadine fulminate per sentirne lo scoppio o aspettare lo zio che veniva a casa, per ricevere qualche soldino in regalo. Non sapranno quanto era bello desiderare un gioco nuovo. Non sapranno quanto erano belle le feste col mio papà…

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