Il cuore di Mario il barbone

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“Ci sono molte cose in questo mondo che accadono senza che noi possiamo evitarle. Non possiamo fermare i terremoti, non possiamo impedire le carestie e non possiamo impedire tutti i conflitti, ma quando si sa dove si trovano i senzatetto, gli affamati e i malati, allora possiamo dare il nostro aiuto”.
Jan Schakowsky

In questi giorni si è celebrata la nascita di “qualcuno” venuto sulla Terra a mostrarci che l’unica via giusta è quella di donarci.

Un Dio che si è fatto uomo per provare sino in fondo cosa è la sofferenza del vivere.
E questa sofferenza, e questa infelicità ci deve portare a comprendere l’altro, a compatirci vicendevolmente.

Ma quando si è distanti dai bisogni, non capiamo la loro impellenza.

Ed invece si levano solo voci ipocrite, che dall’alto di privilegi avuti spesso per caso, insegnano ad altri a vivere e persino a come vivere nel disagio e povertà.

Con il freddo viene subito voglia di chiudersi in casa. Rinchiusi davanti alla televisione o vicino ad un caminetto, mentre nevica magari.

Ma ci siamo mai chiesti come se la passa chi una casa non ce l’ha?

Ci sono molte persone che in questo esatto istante sono senza fissa dimora, alcune di loro cercano di arrangiarsi come meglio riescono, altre chiedono elemosina.

Le vediamo ovunque nelle grandi città, ma realmente cosa pensiamo di loro?
Come consideriamo gli accattoni e i senzatetto?

L’assenza di empatia è il male del secolo, la mancanza di compassione dell’altro, il non percepire l’altro come noi stessi.
Ma qualcosa si sta muovendo affinché tutti capiscano l’importanza di aiutare chi ha bisogno. E Natale avrebbe dovuto avere un significato speciale per tutti.

“Porta il Natale anche tra chi non l’ha mai festeggiato”…

Mentre il mondo era impegnato nella sfrenata corsa all’ultimo regalo, sono stati decine i ragazzi che si sono trovati per portare il Natale tra i senzatetto in molte città.
Nelle ultime settimane hanno raccolto quello che avevano in casa: coperte, giacche, sciarpe, guanti.
Sono riusciti anche a coinvolgere pizzerie, e la Protezione Civile che ha contribuito con tè caldo e panini.
I ragazzi, insomma, hanno passato un Natale diverso, all’insegna della solidarietà e della condivisione.

Il sorriso di una persona vale più di ogni altra cosa.

Angela Amendola

La storia di Mario il BARBONE

Mario era un barbone, era un “homeless”, “senza casa” eppure quel cartone, che gli dava tepore nelle serate più gelide, gli sembrava meno ipocrita di tanti sfarzosi palazzi.
Era sporco e povero, non aveva niente nelle tasche, per giunta forate, dei suoi rattoppati pantaloni.

Camminava da mattina a sera frugando in ogni cassonetto. Spesso, lo si vedeva arrampicarsi su quei contenitori grigi e tristi e rovistarvi dentro.
Viveva delle “scorie” altrui, tutto quello che gli altri scartavano, buttavano, per lui era diventato pane quotidiano.

Dicevano i preti, che lo conoscevano, che “viveva ai margini”.

Lui era convinto che fossero gli altri a stare sui margini, sulla soglia della vera vita, senza assaporarla.
Il più delle volte, la sua ricerca si concludeva con un bel nulla di fatto e, come i cani randagi, finiva per sfamarsi con quel che gli davano le buone persone, non sappiamo se per pietà sincera o per falsa carità.

Mario era il facile bersaglio dei bambini.

Vedendolo dondolare per le strade polverose, perduto in chissà quali pensieri, pensavano fosse ubriaco e veniva preso in giro.
In realtà, le parole gli vorticavano in testa, in un turbinio di valzer. Ma nessuno sapeva di questo turbinio, perché nessuno gli parlava.

Aveva sempre nella mano sinistra una busta di plastica che sperava di riempire a fine giornata.
Nell’altra mano, stringeva un qualcosa di invisibile, era un mistero.
Nella destra, le dita erano sempre chiuse e pareva che nel pugno avesse qualcosa.

Ma la curiosità dei bimbi che lo sfottevano si era accesa perchè la sua mano sembrava sfiorasse sempre qualcosa.
I bambini giuravano d’aver visto rinascere i petali morti di una rosa gettata accanto ad un cassonetto. Una sera, sempre loro, avevano visto sorpresi, una lucciola riprendere a palpitare, dopo che s’era accasciata sulla fredda terra.

Un’altra volta, avevano visto sorridere dolcemente un bimbo cerebroleso, che mai aveva sorriso prima. Un’altra volta ancora, avevano notato un gattino, morto pancia all’aria, rizzarsi e scattare via.
Tutti questi fatti strambi avevano una cosa in comune: da quelle parti era passato Mario e dalla mano destra aveva fatto scivolare via, piano piano, delle gocce rosse.

Rosso porpora.

I bambini, meravigliati, pensavano fosse vernice, di quelle vernici che si vendono a carnevale per fare scherzi stupidi.
Un giorno, rannicchiato nel suo cartone, Mario non resse dinanzi alla luce malinconica della luna che inondava la notte.

Sentì qualcosa dentro, la luce celestiale gli ricordava un amore perduto e non ce la fece. Restò così, disteso in un silenzio di tomba, agli angoli degli occhi, due lacrime.
Ai ragazzini, che il pomeriggio seguente accorsero a giocare sotto quel ponte, non sembrò vero di poter finalmente aprire quelle dita ormai irrigidite.
Con fatica schiusero quell’ostinata mano, loro volevano capire che scherzo nascondesse.

Volevano svelare il mistero.
Che delusione, quando ci riuscirono.
Zeppo di minuscole cicatrici, vi trovarono un cuore.

Il cuore di Mario il barbone.

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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