“Il potere del mago” di Lina Lombardo

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Bella giornata amiche e amici.

Con questa mia favola, scritta per l’anno che verrà, ho voluto riprendere il concetto espresso da due noti motti popolari, forse nati dall’osservazione di fatti che si ripetevano costanti nella storia.

“Qui gladio ferit gladio perit” (Chi di spada ferisce, di spada perisce)
e ancora
“Chi la fa l’aspetti”…

Sappiamo che sono motti che esprimono il medesimo concetto:
chi danneggia e fa male intenzionalmente ad altri deve aspettarsi che il male compiuto, ricada su se stesso, inevitabilmente prima o poi.
Detti motti si sono sempre utilizzati con riferimento a un probabile giudice o a un dio biblico capace di imporre la “legge del taglione” ovvero la legge universale del contrappasso.

Il potere del mago

Si narra che un re, assetato di potere, fosse abituato a cavalcare da solo, lontano dalla sua reggia e dalle sue terre, perché desiderava esplorare, passando inosservato e in tutta tranquillità, paesi, valli, campagne e montagne a lui sconosciuti, per poi poterli annettere al suo regno.

Era un uomo senza scrupoli che non si fermava davanti a nulla, forte com’era della sua cultura, della sua raffinata intelligenza, doti che, in genere, sapeva non appartenere alla gente comune e che utilizzava per sottometterla quando ne conquistava le terre.

L’unico amore della sua vita era suo figlio, per il quale avrebbe dato la sua stessa vita e a cui pensava di trasmettere il suo regno che sognava sempre più grande ed esteso.

Dopo aver esplorato, da viaggiatore anonimo, genti e luoghi, attuava la sua strategia di conquista che consisteva nel presentarsi a quelle stesse genti in tutta la sua regalità, con un piccolo esercito di cavalieri al seguito, muniti di corazze e spade lunghissime e affilate.

A coloro che, al suo passaggio, timorosi si inginocchiavano, si mostrava magnanimo e prometteva loro di farli vivere meglio di quanto vivessero a condizione che avessero obbedito, senza fiatare, alle sue leggi; ma a coloro che, avendo intuito le sue vere intenzioni, ovvero di renderli schiavi del suo volere e rifiutavano la sua apparente bontà d’animo e non volevano quindi saperne delle sue promesse, cercava di incutere terrore con minacce di galera e di morte.

Così giorno dopo giorno, mai sazio di ricchezze e di potere, continuava la ricerca di altri luoghi da inglobare e genti da sottomettere.

Ogni giorno si allontanava sempre un poco di più, convinto di avere uno spiccato senso dell’orientamento.

Per tornare era in grado di riconoscere ogni paese, collina, valle e pianura che mano mano attraversava e persino ogni viottolo e ogni albero. E questo anche quando erano calate le ombre della sera, perché portava sempre con sé una lampada ad olio.

Un giorno di questi, verso l’imbrunire vide davanti a sé, non molto lontano, una roccia con una fessura larga quanto una porta. E nonostante si rendesse conto che era quasi buio, proseguì in quella direzione.

Fino a quel giorno nulla gli era parso così misterioso e quella specie di porta suscitò in lui una tale curiosità che, trovandosi davanti, non vi resistette, legò il cavallo a uno spuntone roccioso e, accesa la sua lampada ad olio, vi si inoltrò all’interno. Scese alcuni gradini ed era tale lo stupore di vedere una caverna che mai avrebbe immaginato potesse esistere, che non li contò neppure.

Si avvide di trovarsi in un luogo immenso e, quasi senza accorgersi, in un primo momento, da conquistatore indomito quale credeva di essere, pensò che avrebbe potuto farne la sua roccaforte nel malaugurato caso si fosse trovato in difficoltà.
Ma subito si accorse che sarebbe stato impossibile poter usare quel luogo perché c’era un freddo terribile e dalla sommità pendevano strane, bizzarre forme che al tocco erano di ghiaccio.

Si fossero rifugiati lì, lui, suo figlio, i dignitari e i soldati più fedeli, sarebbero morti congelati.
Però quelle forme erano decisamente spettacolari e lo lasciavano a bocca aperta. Raffiguravano castelli, animali feroci e persino leggiadre farfalle. Ora davanti a sé vi era la forma di una meravigliosa farfalla dalle grandi ali spiegate.

Il re, lui che non si lasciava impressionare da niente e da nessuno, si fermò estasiato ad ammirarla. Poi vide ancora altri gradini davanti a sé e vi si avvicinò ma non erano veri e propri gradini, piuttosto altre forme di ghiaccio che si innalzavano a varie altezze dal pavimento verso la sommità e anch’esse formavano strane costruzioni.
Si chiese quale mago avesse potuto fare quei sortilegi e si ripromise di scoprire chi potesse essere per poi farlo condurre alla sua presenza e aggregarlo, volente o nolente, alla sua corte, per usare le sue magie.
Cercò la via per uscire dalla caverna, ma non avendo posto attenzione ai passi fatti, ai gradini che aveva sceso, si trovò in difficoltà. Ma non si scoraggiò.

Ricordò a se stesso che lui era il re più potente, che a lui obbedivano tutti e avrebbe imposto la sua volontà anche alla sua propria mente.
Si sedette su un rotondo spuntone di ghiaccio e si guardò attentamente attorno, doveva approfittare dell’ultimo olio rimasto nella lampada e uscire in fretta, se non voleva diventare egli stesso una forma di ghiaccio.

Si concentrò al massimo e finalmente sentì un refolo d’aria, che gli solleticava i baffi e che gli parve giungere da un angolo non troppo lontano.
Si avviò velocemente in quella direzione e riuscì a uscire dalla caverna prima che l’ultimo olio della lampada finisse.

Fuori era notte fonda. Gli alti alberi con il loro folto fogliame non gli facevano vedere neppure la luce delle stelle.
Cercò il suo cavallo, gli saltò in groppa, ma non sapeva quale direzione prendere per tornare alla reggia. Andava lentamente scrutando le tenebre.

Era stanco e affamato.
Stava per fermarsi e sdraiarsi sotto un albero quando gli parve di intravvedere una luce lontana. Si incamminò al galoppo e finalmente si trovò di fronte a una capanna costruita con robusti tronchi d’albero.

Bussò e dopo molto bussare, alla porta si presentò un vecchio dall’aspetto scarno ma vigoroso.
Il vecchio gli chiese chi fosse e perché fosse stato così poco educato da svegliarlo a quell’ora tarda della notte. Il re, in altro momento, gli avrebbe mostrato chi era in tutta la sua potenza, ma poiché era veramente molto stanco si limitò a dire che era il suo sovrano, il re più potente di tutte le terre conosciute e che lui, il vecchio, dimorava sulla sua terra e mangiava dei suoi frutti.

Il vecchio lo guardò con attenzione e poi con fermezza gli rispose che lui viveva e mangiava lavorando col sudore delle sue braccia e che non lo aveva mai visto prima, neppure quando aveva avuto necessità di essere aiutato e che per fortuna c’era stato qualcun altro ad aiutarlo.
Il re, pur essendo contrariato per l’impertinenza del vecchio, cercò di mantenere la calma, poiché voleva conoscere il nome del mago che, certamente, il vecchio conosceva perché presumeva fosse quello che lo aiutava.

Così provò a blandirlo, dicendogli che era molto dispiaciuto per quanto successo in passato ma che, da domani, avrebbe provveduto a mandargli cibo in abbondanza e che si sarebbe così potuto riposare.
In cambio gli chiedeva solo un piccolo favore: avrebbe dovuto indicargli il luogo dove dimorava quel mago capace di fare quei sortilegi che lui aveva visto all’interno di una roccia poco lontana dalla sua capanna.

Il vecchio lo guardò e nei suoi occhi passò un lampo di scherno che non sfuggì al re.
Vecchio perché mi guardi in codesto modo condiscendente?” Il vecchio che, come si suol dire, era abituato a non avere peli sulla lingua, lo guardò ancor più dritto negli occhi e, sempre con quella punta di scherno, gli rispose: “Mio sovrano, voi che dite di essere il re più potente in assoluto, state ammettendo che qualcuno è più potente di voi perché fa cose che voi non siete in grado di fare. Mi dispiace dovervi dire che il mago che voi cercate è potentissimo e abita in un mondo invisibile, forse oltre la volta del cielo, in una dimora quindi irraggiungibile da noi, comuni mortali, e pure da voi che credete di essere il re più potente.
Egli appare quando chiediamo aiuto, avvolto nello splendore del sole o nel mantello fitto della pioggia. Esaudisce le nostre richieste quando ritiene siano giuste”.

Il re ovviamente non gli credette, pensò che il vecchio lo volesse turlupinare. Insistette ancora un poco invitandolo a non raccontargli frottole, perché lui, il re, sapeva bene che non esisteva al mondo una simile dimora e poiché il vecchio smise di parlare, incattivito per l’ulteriore affronto si ripromise dentro di sé di punirlo a dovere con la morte, avvelenando il cibo che gli avrebbe mandato.

Si coricò per la notte e alle primissime luci dell’alba, mentre il vecchio si preparava per andare a lavorare la terra, lo salutò dicendogli che non gli serbava rancore per non avergli svelato dove abitava il mago e che gli avrebbe fatto avere ugualmente il cibo promesso.

Il vecchio lo ringraziò in una maniera alquanto sibillina, dicendogli: “Maestà sappiate che quel che farete, lo farete per voi stesso”.

Il re divenne ancor più furioso, ma tacque. Come osava quel vecchio cialtrone dire a lui che quel che faceva lo faceva per se stesso ? Si sarebbe reso conto molto presto del potere di vita e di morte che lui, il re, esercitava su di lui e sul suo popolo.

Giunto alla reggia, senza indugio alcuno, fece preparare dal suo cuoco di fiducia, molti cibi prelibati a cui fece aggiungere gocce di possente veleno e li inviò al vecchio tramite il messo .

Il vecchio ringraziò il messo nel suo solito modo:

Riferite da parte mia al vostro re che non deve dimenticare mai che, quel che fa lo fa per se stesso”.

Il messo ascoltò, a sua volta allibito per tale impudenza.
Tornato alla reggia, piegandosi a terra, riferì al sovrano le parole del vecchio.
Il sovrano divenne rosso per la stizza, ma non disse nulla.

Pregustava già la vendetta.
E per rallegrarsi andò a visitare l’amato figlio nelle sue stanze.
Ma suo figlio, il principe, era uscito da tempo dalla reggia perché aveva deciso di andare a fare una battuta di caccia con tutti i dignitari di corte.
Galoppava e cacciava con l’entusiasmo e la perizia di un giovane da sempre allenato a farlo.
Verso mezzodì, accaldato e stanco – aveva i carnieri colmi di selvaggina-, si avvide d’essere abbastanza lontano dalla reggia per poter tornare e ristorarsi.

Scorse nelle vicinanze il fumo che si innalzava certamente da un qualche camino e si diresse in quella direzione.
Giuntovi, vide una capanna costruita con robusti tronchi d’albero.
Bussò e un vecchio scarno ma vigoroso aprì la porta.

Buon vecchio, lo apostrofò il principe, potreste far ristorare alla vostra mensa me e i miei amici? Abbiamo cavalcato e cacciato sin dall’alba e siamo molto stanchi“.

Entrate pure disse il vecchio.

La mia mensa in genere è molto frugale ma questa mattina mi è stata recapitata una quantità di cibo tale da sfamare moltissima gente. Accomodatevi e mangiate tutto quel che volete. Io vi raggiungerò dopo essermi lavato. Anch’io ho lavorato sodo nei campi e sono sporco di terra e di sudore.
E mentre il vecchio usciva per recarsi al lavatoio vicino, il principe e i dignitari si sedettero e, affamati com’erano, cominciarono a mangiare, trovando il cibo oltremodo squisito.

Quando il vecchio, finite le abluzioni, tornò a casa, vide che tutti quei giovani avevano la testa riversa sulla tavola.
Dapprima pensò si fossero addormentati, ma poi si accorse che tutti avevano gli occhi sbarrati, allora comprese che erano morti, avvelenati da quel cibo a lui destinato.

Si addolorò per quei giovani che non meritavano certamente di fare quella brutta fine e sperò che i loro parenti li cercassero, lui non avrebbe potuto fare nulla.

Il re, quando vide che suo figlio non tornava, si preoccupò e si mise a cercarlo seguendo le sue tracce.
Quelle tracce lo portarono dritto alla capanna del vecchio.

Strano, pensò, che suo figlio si fosse recato proprio lì. Ma poiché era giunto sino lì, pensò che aveva sicuramente trovato il vecchio morto e conoscendo la bontà del suo animo, si era fermato per dargli sepoltura.

Ma quando fu davanti alla capanna, vide davanti a sé il vecchio, accasciato con le mani tra i radi capelli bianchi.
Allora lo colse un terribile pensiero e gridò con tutta la voce che aveva in corpo:
Vecchio che hai fatto a mio figlio?”.
Il vecchio lo guardò e aveva lacrime di dolore negli occhi :

Maestà io non ho fatto altro che offrire a vostro figlio e ai suoi compagni il cibo che voi mi avete mandato. Non dimenticate che vi avevo avvertito che quello che avreste fatto lo avreste fatto per voi stesso, ma voi non avete ascoltato!

Il re lo fissò e aveva occhi di pazzo, balzò come un fulmine sul suo cavallo e si mise a galoppare da forsennato qual era diventato.

Il vecchio lo vide scomparire tra gli alberi.
Nessuno lo rivide mai più alla reggia, nessuno seppe che fine avesse fatto.

©Lina Lombardo 26 dicembre 2021

Rembrandt, self portrait as an oriental potentate with a keris-a javanese blade- 1634.

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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