Ieri, oggi, domani

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Il secolo XIV in Italia, fu caratterizzato da una grave crisi.

Dopo l’anno Mille e per tutto il Duecento, l’Italia aveva visto crescere la sua popolazione grazie all’espansione dell’agricoltura. Ciò aveva determinato una crescita delle città ed una sempre crescente richiesta di prodotti agricoli. Nonostante, però, fossero stati fatti lavori di bonifica e di irrigazione delle terre, queste, nel tempo, non furono sufficienti a soddisfare le richieste alimentari delle città. Firenze, per esempio, aveva una produzione agricola, nel proprio territorio, che poteva sfamare la città solo per cinque mesi all’anno e città come Venezia e Genova che non avevano terre da coltivare dovevano procurarsi gli alimenti da altri territori.

L’agricoltura entro in crisi perché i metodi di coltivazione erano arcaici, non erano stati compiuti molti progressi dall’epoca romana, inoltre le città chiedevano molta legna per il riscaldamento delle case e ciò determinò un disboscamento selvaggio che rese le piogge alluvioni che spesso devastavano i campi coltivati con la conseguente perdita del prodotto; ci furono, per anni, estati molto calde che rendevano difficile la maturazione della semina primaverile. La terra sfruttata al massimo, ad un certo punto, siamo ormai nel Trecento, non fu più sufficiente a garantire i bisogni alimentari della popolazione.

Alla crisi dell’agricoltura corrispose anche una riduzione del bestiame, che limitò il numero degli aratri, nelle campagne si diffuse la pastorizia povera costituita da pecore che aumenteranno in così gran numero che, Tommaso Moro, filosofo inglese, disse che le pecore erano mangiatrici di uomini perché sottraevano la terra all’uomo.

Gli uomini abbandonarono le terre facendo mancare la loro manodopera nei feudi. I signori si trovarono tra due alternative: o cedere le terre in fitto, a basso costo, ai contadini che le volessero oppure gestire in prima persona le terre, aumentando i salari ai lavoratori. In tutti e due i casi, comunque, il segno che si coglie è che il feudalesimo è entrato in crisi.

Il periodo di crisi è aggravato dalla peste bubbonica e da altre epidemie ricorrenti che si rivelarono molto gravi perché il fisico degli uomini, indebolito dalle privazioni, non resisteva alle aggressioni del terribile morbo.

Ancora, a rendere più difficile il momento, ci fu una guerra durata ben Cento Anni. La crisi del sec. XIV è costituita, quindi, da carestie, guerre ed epidemie che cambiarono il volto dell’Europa.

La scienza economica non era ancora nata eppure gli uomini del tempo, per esperienza o per il buon senso che li guidava, riuscirono ad uscire dalla crisi. Lo fecero quando capirono che altri modi di vita e di lavoro erano possibili.

Il crollo demografico, paradossalmente, determinò un migliore rapporto tra popolazione e risorse disponibili e ciò migliorò le condizioni di vita dei ceti medio-bassi della società, ma un settore che mostrò le novità più interessanti fu quello tessile, soprattutto nella lavorazione della lana. La disponibilità di manodopera aveva fatto sì che alla figura dell’artigiano tradizionale si sostituisse quella dell’uomo d’affari che organizza il lavoro, investe nell’acquisto delle macchine poste in opifici dove operai salariati svolgono il lavoro.

Un altro aspetto interessante del dopo crisi fu il settore dell’edilizia cittadina in cui imprenditori dinamici indirizzarono il processo di urbanizzazione acquistando terreni edificabili e costruendo abitazioni ed opifici. L’edilizia creò lavoro e circolazione di denaro, si servì di operai specializzati e comuni manovali, portò notevoli guadagni agli “spregiudicati” imprenditori. Spregiudicati, così venivano definiti da coloro, ed erano tanti, che non riuscivano ad immaginare un futuro nuovo, più dinamico, con uomini disposti a rischiare.

Il desiderio di nuove sperimentazioni nella produzione e nel lavoro si scontrò con il permanere di vecchie associazioni di mestiere che guardavano con sospetto le novità. Nelle industrie tessili le novità erano rappresentate anche da nuovi macchinari come il telaio orizzontale, la gualchiera, il filatoio a ruota. Nella costruzione del Duomo di Milano, nel 1402, fu usata per la prima volta una macchina che tagliava il marmo facendo il lavoro di quattro uomini.

La società, però, non appare in grado di approfittare del nuovo che pure si affaccia dopo un tempo di crisi. Nel periodo considerato, nei settori tessili iniziarono a lavorare le donne e i bambini con salari più bassi rispetto a quelli degli uomini e con un controllo più stringente da parte delle corporazioni. In tutta Italia erano ancora presenti gli schiavi, ultimo anello della catena produttiva.

Attraverso luci ed ombre, un nuovo mondo si mise in cammino, una cosa però, appare chiara: se vecchi lavori scompaiono o si trasformano, nuovi ne nascono, se vecchie rotte mercantili vengono abbandonate, nuove se ne aprono, e sarà così dopo ogni momento di crisi. Tra conversioni e trasformazioni, dopo le crisi, il mondo riparte.

<< La storia>> scriveva il poeta Montale, << non è magistra di niente che ci riguardi>>, è vero, la storia non insegna ma ritorna e noi uomini smemorati dovremmo almeno essere capaci di riconoscerne i segni, quando questi si presentano.

Oggi, vedo molti segni che mi riportano al passato. Anche noi viviamo in un momento di grave crisi: la situazione sanitaria cambia le nostre vite, mina le nostre certezze e ci rende pessimisti e insicuri. Tuttavia la crisi finirà così come finiscono tutte le cose del mondo e ci dovrà trovare diversi, non possiamo pensare che potremo fare tutto come l’abbiamo fatto fino ad oggi.

D’altra parte, se riflettiamo un attimo sul significato della parola “crisi” vedremo che deriva dal greco κρíνω (crino) che significa distinguere, giudicare. Quindi, la crisi è un momento in cui si esaminano i problemi e si valutano le giuste, possibili soluzioni.

Dicevo prima che gli uomini del Trecento non avevano gli economisti che li consigliassero sul da fare, oggi ci sono e credo che molti di loro abbiano idee valide per il futuro che ci aspetta e che immagino diverso, migliore.

Mentre ci perdiamo in improbabili conteggi, ci improvvisiamo medici, epidemiologi, sociologi dovremmo pensare, soprattutto i giovani, a come cambieremo noi per affrontare le sfide che il futuro ci porrà davanti. Dovremmo pensare, quando qualcosa cambia, che non si attenta alla democrazia se per necessità, viene chiesto di vivere un diritto con qualche limitazione, non abbiamo solo diritti, abbiamo anche doveri da rispettare.

Mi hanno insegnato che il diritto è conseguenza di un dovere compiuto; oggi molti rivendicano solo i diritti senza pensare che hanno doveri nei confronti dell’altro e che la sua libertà ha un limite nella libertà dell’altro.

Gabriella Colistra

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