“Gli ultimi giorni di quiete” di Antonio Manzini

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Un giovane trentenne, Corrado, viene ucciso nella tabaccheria di famiglia nel corso di una rapina, lasciando nella disperazione il padre Pasquale e la madre Nora.

La disgrazia sconvolge i genitori al punto che anche il loro rapporto comincia a sfilacciarsi.

Il dolore immenso non passa, rimane dentro urente, anche se tenuto a bada in una successione di giorni senza più significato.

Soprattutto nella madre che arriva a odiare il mondo e ogni essere vivente.
L’omicida è arrestato e condannato a 15 anni di prigione.
La vicenda comincia quando, casualmente, Nora durante un viaggio in treno, scorge l’assassino di suo figlio in libertà. Sono trascorsi poco più di cinque anni dal suo arresto.

L’omicida è stato scarcerato grazie ai numerosi benefici, saldando interamente il suo debito con la giustizia.
Non è così per Nora e Pasquale ai quali la scarcerazione sembra un’ingiustizia oltreché una beffa. Comincia così la storia vera e propria narrata da Antonio Manzini che dimostra, ancora una volta, le sue grandi capacità di scrittore.

Gli ultimi giorni di quiete non è il classico giallo a cui ci ha abituati, è una narrazione perfettamente equilibrata sia dal punto di vista psicologico che della tecnica narrativa. Egli sposta l’attenzione del lettore alternativamente sui tre personaggi: Pasquale, Nora e l’omicida. Entra nel loro animo, nei pensieri, nei sentimenti di ciascuno di loro, tesse le trame della loro storia, e porta noi lettori a vivere con loro le loro storie e a consumare i loro giorni.

Quasi perfetta è l’ambientazione, ben descritti i personaggi, anche quelli di secondo piano e nulla sembra lasciato al caso. Qualche appunto posso farlo solo sulla mancanza di alcune virgole (tecnica oggi molto in uso) che mi ha talvolta costretto a rileggere la frase. Un libro che ho particolarmente apprezzato.

Uno stralcio: “Quando Pasquale si svegliò era mattina inoltrata. Aprì le serrande, c’era il sole, il mare era calmo, una giornata di primavera in mezzo all’autunno. Gli venne da sorridere. Si era sempre vergognato di provare momenti di felicità. Una giornata di sole come quella, una bella partita a calcio in televisione, una chiacchiera con un vecchio compagno di liceo, un libro che lo incollava alle pagine.

Quella mattina la scomoda sensazione di non poter sorridere l’aveva abbandonato. Si può, certo che si può. E ti dico la verità, Pasquale, Corrado stesso te lo chiederebbe. Nessuno gli avrebbe mai tolto dal cuore suo figlio, il suo ricordo, dolce e sereno. Se lo sarebbe portato sulle spalle come quando Corrado era piccolo e lo metteva a cavalcioni sul collo e quello rideva da quell’altezza per lui vertiginosa. E sorridere non era mancanza di affetto, non era sporcare il ricordo di Corrado con una distrazione, era vita. Lui era vivo, e quella fortuna andava onorata.

Chiamalo destino, disegno divino, coincidenze dell’universo, ma poteva respirare, godersi il tepore del sole autunnale, guardare il mare cambiare colore, sudare, mangiare, bere e ridere. Non rideva da sei anni”.

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