Abbiamo partecipato alla presentazione del libro “Femminili singolari” di Vera Gheno lo scorso 25 febbraio a Roma, evento organizzata da Laura Rizzo.

È stata un’occasione di approfondimento di un tema particolarmente attuale e sotto certi aspetti, controverso: i femminili professionali.

Con quella che lei stessa definisce “quieta assertività”, dopo un breve excursus storico sui femminili professionali nel tempo, il libro spiega in maniera chiara le varie modalità con cui i sostantivi possono essere declinati al femminile e perché, ad esempio non ha senso parlare di “presidenta” (con la “a” finale) e invece ha molto senso rivolgersi ad una donna che ricopre la carica di ministro, chiamandola ministra.

Di fatto, partendo dalle numerosissime reazioni scomposte lanciate sui social ogni volta che si parla di femminili singolari, l’autrice fornisce una sorta di vademecum per essere in grado di rispondere – usando in modo corretto le regole della lingua italiana – a chi ancora storce il naso e contesta, in maniera più o meno infastidita, l’utilizzo di parole come sindaca, architetta, avvocata.

Che scuse trova chi non gradisce l’utilizzo di questi termini?

Davvero dà fastidio il suono stridente e spesso cacofonico di certi sostantivi declinati al femminile? 

O il discorso è per partito semplicemente perché utilizzare tali sostantivi in qualche modo significa riconoscere alle donne un ruolo attivo nel mondo del lavoro e nei processi decisionali?

Il tema ovviamente non è solo linguistico ma politico e sociale, perché, anche se non sempre, evidenzia una latente discriminazione di genere che ancora esiste e si manifesta quotidianamente.

Un esempio recente?

Soltanto nel dicembre 2019 il Governo Italiano ha approvato un emendamento alla Legge di Bilancio 2020 che prevede l’estensione alle donne “delle tutele previste dalla legge sulle prestazioni di lavoro sportivo”, cioè il professionismo, finora previsto per i soli atleti, ma anche allenatori, preparatori atletici, direttori tecnici uomini.

In Italia le donne non vedono (ancora oggi o non vedevano prima dell’emendamento) riconosciuta la condizione di professioniste e questa mancanza comporta, tra le altre cose, il mancato versamento dei contributi da parte delle società sportive.

In Francia, agli scorsi campionati mondiali di calcio femminile, le atlete italiane erano le uniche non professioniste tra le prime otto squadre.

Nomina sunt consequentia rerum”. I nomi sono conseguenti alle cose.

E se il sessismo parte dalle parole, dalle parole può – forse anche – nascere un nuovo, serio e consapevole  femminismo.

Per una donna è già faticoso far carriera senza che qualcuno – a volte un’altra donna – pensi che le ragioni “vadano altre il merito”.

E anche quando una donna “a pari merito” fa carriera, non viene pagata tanto quanto un uomo nella stessa posizione.

Per di più se chiede che ci si rivolga a lei usando un sostantivo professionale al femminile, ecco che “sono sciocchezze” incomprensibili perché le professioni, quelle di valore, sono maschili … “è sempre stato così”…

Di certo un sostantivo non fa la differenza ma sicuramente può aiutare!

E dunque, in tal senso e senza denigrare chi vuole/non vuole farlo, può essere d’aiuto l’utilizzo dei sostantivi professionali al femminile perché rendono normale il fatto che le donne possono ricoprire ruoli di potere.

Di fatto si lancia un messaggio ai bambini ed alle bambine di oggi che saranno uomini e donne di domani.

E in particolare alle bambine stiamo dicendo:

Vedete? Anche voi potete sognare di diventare ministre, assessore, presidenti, amministratrici delegate, anche voi potete riuscirci”.

E forse a quel punto, con una parola che le descrive non più in modo stridente e inappropriato, magari potranno avere in regalo una 24 ore al posto della solita bambola.

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