Fatti mandare dal “genitore 1” a prendere il latte…

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Non è corretto attaccare le vecchie canzoni solo perché potrebbero non essere politicamente corrette secondo gli standard odierni.

Le canzoni del passato possono essere apprezzate per le loro qualità artistiche e per il contesto storico in cui sono state scritte, senza necessariamente condividere o promuovere i contenuti che potrebbero essere visti come offensivi oggi.

É importante capire e apprezzare le canzoni nel loro contesto originale e valutarle in modo critico, anziché attaccarle. La cultura della cancellazione censura tutto ciò che viene ritenuto offensivo, problematico o politicamente scorretto.

Spesso si tratta di comportamenti o discorsi che vengono considerati inaccettabili dalla società moderna. Tuttavia, c’è un dibattito in corso su quanto la cultura della cancellazione possa limitare la libertà di espressione e il dialogo aperto all’interno della società.

Alcuni ritengono che sia necessaria per contrastare l’oppressione e promuovere l’inclusione, mentre altri la considerano una forma di censura e restrizione delle idee.

Ci pensate a cosa sarebbe la storia della musica leggera italiana, se fosse tutta controllata dal codice del politicamente corretto?

Torniamo indietro a 70 anni fa ad esempio alle canzoni di Fred Buscaglione, sarebbe accusato per Che bambola del 1955 («Le grido piccola, dai, non fare la stupida») tipico esempio di «cat calling», ossia di molestia verbale a donne incontrate per strada.

Il professor Roberto Vecchioni, un manifesto di integrità artistica e rigore etico, rischierebbe l’etichetta di misogino perché voleva «una donna con la gonna» e ipotizzava addirittura l’esistenza di donne senza cervello: «Prendila te quella col cervello, che s’innamori di te quella che fa carriera, la cantatrice calva e la barricadera» (Donna con la gonna, 1992).

Vasco non ne parliamo, misogino e razzista in un colpo solo per il verso «È andata a casa con il negro» da Colpa d’Alfredo del 1980.
L’elenco è sterminato e va dai Watussi «altissimi negri» di Edoardo Vianello fino a un brano antirazzista come Vorrei la pelle nera di Nino Ferrer, che potrebbe finire censurato per il verso «Come si fa ad arrostire un negretto ogni tanto con la massima serenità».

E mica soltanto in Italia. Anche all’estero la «cancel culture» potrebbe cancellare canzoni su canzoni.

In sostanza la storia della musica leggera rivista con la lente del politicamente corretto ne uscirebbe amputata come accadrebbe con la letteratura, la pittura, la drammaturgia, la cinematografia e qualsiasi altra forma artistica.

E, visto che la Disney ha vietato ai minori di sette anni la visione di Dumbo, Peter Pan e Gli Aristogatti tacciati di razzismo, non è detto che anche il pop non sia presto totalmente censurato.

Anche i versi della Canzone della Terra di Lucio Battisti del 1973 oggi potrebbero avere un’altra lettura rispetto a quella del periodo di pubblicazione: «Voglio trovare il piatto pronto e il bicchiere dove bere, donna mia devi ascoltare».

Filtrato dalle maglie del politicamente corretto, sembrerebbe un inno maschilista.

E poi la canzone Teorema di Marco Ferradini con la frase ” prendi una donna trattala male” o ancora ” fuori dal letto nessuna pietà”. Oggi non sarebbe diventata il successo evergreen che ancora è, per la censura.

Eppure la prospettiva è che anche la letteratura musicale possa subire presto la ghigliottina, insomma, un’ecatombe.

Però la rilettura dei testi delle canzoni dovrebbe essere contestualizzata e garantire tutti i contrappesi storici e sociali che ne portarono alla scrittura.

Altrimenti il rischio è di trovarsi a cantare «Fatti mandare dal genitore uno a prendere il latte di soia» invece che uno dei più famosi ritornelli degli Anni Sessanta che hanno colorato di allegria l’Italia del boom.

Angela Amendola

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