Emanuele Coletto, Ernesto Rossi e la loro attualità

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Il 18 aprile del 1948 gli italiani furono chiamati a votare per la prima volta dopo l’entrata in vigore della Costituzione.

Ai seggi si recò il 92%, quasi 27 milioni.  

A Bitonto, per la Camera dei Deputati, si recarono alle urne 17.903 votanti su 18.823, il 95,11%, mentre per il Senato 15.790 su 16.593 elettori, il 95,16%.

La Lista Unità Socialista ottenne il 4,71 %, esattamente 833 voti, mentre al Senato il 4,89%, 752 voti.

Unità Socialista si ispirava ai valori della socialdemocrazia e del socialismo riformista e si contrapponeva al raggruppamento del “Fronte Democratico Popolare”, che raccoglieva i partiti socialista e comunista.

La sua costituzione avvenne a seguito dell’accordo tra il Partito Socialista dei Lavoratori, guidato da Giuseppe Saragat e Alberto Simonini, segretario e l’Unione dei Socialisti di Ivan Matteo Lombardo, nata alcuni mesi prima da una scissione del Partito Socialista Italiano.

Unità Socialista ottenne in campo nazionale il 7% dei consensi e 33 seggi alla Camera dei Deputati, mentre al Senato, dove, in alcune regioni, presentò candidature congiunte coi repubblicani, strappò complessivamente 8 seggi.

Candidato alla Camera dei Deputati, Collegio Bari – Foggia per Unità Socialista con il numero 10 fu anche il bitontino Domenico Larovere, per il Senato, Collegio di Bitonto, il casertano Ernesto Rossi.

Tu che mi stai leggendo, ti starai chiedendo il perché di queste numeri lanciati a freddo e fuori tempo, come se fossero una grande notizia…

Hai assolutamente ragione, ma nello stesso tempo torto!

Leggere, approfondire, togliere la polvere dagli scaffali e immergersi negli archivi ci aiuta a capire il passato per meglio interpretare il presente e preparare il cantiere del futuro.

Ecco perché, e soprattutto per chi mi legge da Bitonto, Mariotto e Palombaio,  l’essere venuto a conoscenza di alcuni documenti, letti su “Historical Archives of the European Union. Fondo Ernesto Rossi”, è una grande notizia, tanto da ritenere giusto rilanciarli per evidenziare la passione, l’amore, l’entusiasmo civile con cui, a quei tempi, si faceva politica e si tesseva la tela della giovane democrazia italiana, e quindi bitontina, e si procedeva sempre più verso la defascistizzazione della società.

Siamo all’8 marzo del 1948, quando, con nota 47, segnata al protocollo della sezione di Bitonto del PSLI, Partito Socialista Lavoratori Italiani, il suo segretario, il professor Emanuele Coletto scrive a Ernesto Rossi:

Caro compagno,

con la tua candidatura al Senato Bitonto socialista riprende le sue tradizioni salveminiane.  

Ciò per noi è motivo di profondo orgoglio e ci conforta nella dura battaglia che dal momento della scissione conduciamo contro i traditori della causa socialista e del proletariato.

È nostro vivo desiderio aprire la campagna elettorale domenica prossima, 14 marzo, con un tuo discorso o comizio a seconda che tu intenda parlare in teatro o in piazza.

È necessario perciò che tu ci conferma telegraficamente la tua venuta perché noi potessimo preparare la manifestazione.

Permettici adesso che francamente e sinceramente, da buoni compagni, ti chiediamo un aiuto economico per le fortissime spese che andremo a sopportare durante questa campagna elettorale, sempre nei limiti delle tue possibilità.

Sicuri di averti presto tra noi ti salutiamo fraternamente.

Il SEGRETARIO f.to Coletto Emanuele

Una lettera forte, significativa, essenziale che mette in mostra il cuore socialdemocratico di Emanuele, un credo che lo ha contraddistinto per tutta la vita, una vita intarsiata di fede nell’uomo e nella sua capacità di essere artefice del proprio destino, di giustizia, di libertà, di saper essere accanto alla povera gente, di essere dialogo e formazione, e lo mette sull’altare dei politici bitontini più acuti e intelligenti, degno erede di Giuseppe Saragat, da cui traeva ispirazione e insegnamento, tanto da meritare nella sua città una strada a lui intitolata…

Una lettera che, unita anche alle pressanti sollecitazioni del locale Circolo di Cultura “Gaetano Salvemini”, determinò la venuta a Bitonto del prof. Ernesto Rossi, che, in Piazza Cavour, la cosiddetta Piazza della Sinistra, l’11 aprile del 1948 tenne un memorabile comizio per illustrare i motivi della sua candidatura e del programma della lista riformista di Unità Socialista.

Un discorso, il suo, che, al netto degli anni trascorsi, è di grande attualità,  di forti contenuti e libero da qualsivoglia slogan.:

Ho accettato di presentarmi candidato al Senato nel Collegio di Bitonto per un motivo sentimentale: perché da Bitonto diversi giovani sono venuti a casa mia per salutare Salvemini durante il suo recente soggiorno a Roma e perché avevo avuto notizia che degli amici di Salvemini avevano formato a Bitonto un piccolo circolo intitolato al suo nome.

Gaetano Salvemini è il mio maestro. E’ l’uomo che con le sue opere, con la sua parola, con il suo esempio più ha contribuito alla formazione del mio pensiero e del mio carattere.

Essere oggi candidato proprio nei paesi in cui Salvemini è stato eletto deputato quasi trent’anni fa, nei paesi in cui ancor oggi tanti lo ricordano ed anche chi non l’ha conosciuto di persona pensa a lui come al difensore dei poveri, all’uomo che sempre ha difeso a viso aperto la causa della giustizia e della libertà mi dà la sicurezza di trovarmi qui fra vecchi amici anche se prima d’oggi io non sono mai stato a Bitonto.

A Salvemini scrissi un paio di mesi fa che mi sarei presentato candidato di Unità Socialista per assumere pubblicamente la responsabilità della posizione che avevo presa, insieme a Lombardo, Silone e agli altri compagni, contro l’asservimento del socialismo italiano al governo sovietico, ma che avrei raccomandato agli elettori di non dare a me stesso il loro voto preferenziale, perché la breve esperienza fatta prima come sottosegretario e poi come consultore mi aveva convinto che riuscire alla Camera sarebbe stata per me, che non ho né le ambizioni, né le qualità del parlamentare, una grave disgrazia. E chiedevo a Salvemini se poteva in qualche modo aiutarci.

Salvemini rispondendomi con molto ritardo pochi giorni fa perché era stato a letto ammalato mi canzona per quella che chiama la mia “nuova tecnica elettorale”.

E’ la prima volta, credo – mi scrive – nella storia delle lotte elettorali che un uomo accetta la candidatura dichiarandosi di non sentirsi adatto a fare il parlamentare, augurandosi di non essere eletto, proponendosi solamente di contribuire coi suoi voti alla vittoria dei suoi colleghi…

Mi pare che tu abbia messo in una situazione difficile anche coloro che vorrebbero raccomandare la tua candidatura.

Come fa a raccomandare un candidato che non ne vuol sapere? Per quanto riguarda me, io mi trovo più imbarazzato di qualunque altro per la semplice ragione che conosco gli altri candidati anche meno di quanto li conosci tu…

Se tu fossi un candidato non incatenato con altri ignoti mi metterei a scriver lettere a tutto l’universo raccomandando il tuo nome.

Ma mi par sicuro che il tuo nome servirà solo ad aumentare i voti per la lista…

E per quanto tu sia il solo uomo che mi può far fare tutti gli spropositi della terra, questo sproposito di intervenire in una lotta elettorale confusa com’è la lotta elettorale presente in Italia non può riuscire a farmelo fare.

Mi dispiace che Cambridge negli Stati Uniti sia ancor più lontano da Roma di quanto lo è Bitonto, sicché non posso andare a spiegare a Salvemini come precisamente stanno le cose. Altrimenti credo riuscirei a convincerlo che oggi la lotta elettorale in Italia non è affatto confusa e che incitando a non votare per me, ma per la lista di Unità Socialista egli non avrebbe fatto altro che continuare la battaglia per la giustizia e per la libertà che ha combattuto per tutta la sua vita.

Quello che non posso spiegare a voce a Salvemini cercherò di spiegare ora a voi.”

Insomma un incipit che lasciava presagire un discorso da tramandare ai posteri, come lo è stato, per essere scandagliato, esaminato e utilizzato per spunti e ispirazione e continuare la sua lotta politica.

Infatti, nel comizio di quel lontano 11 aprile 1948, non solo troviamo i contenuti di uno dei testi fondanti dell’Unione Europea,  “Per un’Europa Libera e Unita. Progetto d’un manifesto”, scritto a quattro mani con Altiero Spinelli nel 1941 durante il confino a Ventotene e pubblicato per la prima volta nel 1944 alla vigilia della liberazione, ma i segnali programmatici, non ancora recepiti nello loro compiutezza, della necessità di costruire uno spazio politico europeo che fosse l’oltre  degli spazi nazionali.

Insomma un discorso storico, una pietra miliare  della grande sfida che è ancora davanti a noi, quella di comprendere che la globalità ci porta a giocare non nel campo di ogni singola nazione, ma nell’unico campo dello spazio politico europeo.

Un discorso storico da cui emergeva la forte preoccupazione della deriva monopolista del capitalismo e la necessità che si doveva abolire la miseria intervenendo sui settori della scuola, della sanità, della casa.

Qui emerge con chiarezza la triade riformista saragattiana “case, scuole, ospedali”, che tanto prepotentemente è venuta a galla nel corso della recente, e non sconfitta del tutto,  pandemia da Covid-19.

Aggiunge Rossi:

“Se ritenete che la pace, la libertà, l’insegnamento scolastico, la stabilità della moneta, la giustizia, l’ordine pubblico, il benessere collettivo siano cose che non vi riguardano direttamente; che siano cose a cui devono pensare gli altri e intanto quello che a voi importa è di profittare della favorevole circostanza della campagna elettorale per assicurarsi della favorevole circostanza della campagna elettorale per assicurarsi una protezione per i vostri particolari interessi, protezione che possa tradursi al più presto in quattrini, comunque svalutabili, non votate per me.

Io sono disposto a rappresentare in parlamento degli uomini liberi. Non voglio rappresentare dei furbi…”

Fu il motivo per cui ottenne solo 752 voti?

O il motivo si nascondeva nella non completa defascistizzazione dell’elettorato bitontino?

                                                                                                               Vincenzo Fiore

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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