Raffaele Licinio

e gli amici, i colleghi, gli ex allievi

“Io rappresento l’auctoritas, voi i sudditi. Ma io non voglio che voi vi fidiate di ciò che dico. Dovete sempre andare a controllare che ciò che dico sia giusto, perché io devo rappresentare l’autorevolezza, non l’autorità. E voi non dovete essere i sudditi, dovete sviluppare la vostra  capacità critica. Se poi vi piace essere sudditi, sono fatti vostri!”.

Raffaele Licinio

L’altro giorno sei passato a trovarmi, caro Raffaele!

Ero in un Istituto superiore della provincia di Bari per una supplenza, quando fui convocata dal Dirigente: mai incontrato prima, a tu per tu.

“Ho scoperto che abbiamo un amico in comune”, esordì, dopo avermi fatta accomodare.
Meravigliata e riflettendo ad alta voce, cominciai a citarne alcuni quando mi interruppe sussurrando: “Raffaele Licinio!”

Come lo conosci?

“È stato il relatore della mia tesi. Figura carismatica”, aggiunse.

”Ah, Raffaele!”, esclamai, felicemente sorpresa.

Il mio cuore sussultò e i miei occhi non seppero trattenere le lacrime, di gioia. Fu come averti lì, in mezzo a  noi, con la tua immancabile giacca di velluto nero, a dissimulare intenzioni ed emozioni, sotto il tuo inconfondibile sorriso sornione, celato dai baffi.

Raffaele, amico caro, grande Uomo e Maestro. Di storia, di storie e di vita.

Ogni giorno aveva senso con Te persino aprire Facebook.

Ogni giorno una lezione. Ogni giorno un argomento: dalla storia alla politica, dai “non compleanni” alle narrazioni su templari, corsari, viaggiatori, mastri massari e monstra medievali.

Sdrammatizzando anche il più severo stato d’animo, abbiamo disquisito, io e te, persino a proposito del dolore.

Mi raccontavi – con la sottile ironia che ti caratterizzava – di quella volta in cui il dolore ti impediva di raggiungere il capoluogo pugliese dove eri solito incontrare figlio e nipote e poi, ancora, i tuoi amici allo “Chalet”…

Quel dolore che non ti permetteva neppure di restare in piedi.

“Ce la farò, ce la farò”, scrivevi.

Ti raccontavo di un mio “dolore di Madre”, promettendoci di approfondirne alla prima occasione.

Che mai avemmo.

Una mattina ricevetti un tuo messaggio:

“Sono ancora in tempo per gli auguri, vero? Be’, dopo tutto, con questo tempo, sono congelati… ;-)” … Fu l’ultimo.

Adesso voglio salutarti con un passo tratto dal tuo “Naso del Templare”, nel ricordo di una indimenticabile e divertente serata organizzata insieme proprio per presentare questo tuo lavoro.
[…]Mi piace pensare di essere riuscito a chiarirti almeno qualche punto.

In ogni caso, non ti stupirà se ti cito Camus, quando scrive ne “La caduta”:

Màrtiri, amici miei, dovete scegliere fra essere dimenticati, scherniti o ridotti a strumenti. Quanto ad essere capiti: questo mai”.

Si rilassò, come ben si conviene ad ogni vita già vissuta e, ponendo il volto sotto la lampada a luce di Wood, quasi se ne volesse abbronzare:

<<prima o poi ci rivediamo – mi salutò – tempo al tempo>>.

Tentò un sorriso; e fu subito ghigno.

Ciao Raffaele, adorato Merlino, nonno coi baffi!

Maga Magò

“Il buonumore non mi manca, intendiamoci: è la salute che difetta…”

E’ una frase che mi scriveva nel settembre 2009 Raffaele in una delle diverse mail scambiateci negli ultimi anni”.

“Non mi piace scrivere santini o esprimere lodi sperticate.

A Raffaele non sarebbero piaciute, da acuto e implacabile osservatore qual era.

Mi piace ricordare la sua dimensione umana; le valutazioni scientifiche le lascio a qualcuno più adatto di me.

Non essendo stato allievo né avendo potuto avere che episodicamente dei contatti diretti con lui, posso solo testimoniare la reciproca consonanza creatasi sulla base dello scambio di informazioni sulla salute malferma che – ahimè – ci legava in maniera invisibile ma tenace.

Ho voluto riportare la frase in apertura del mio breve ricordo di un amico e studioso a cui ho voluto veramente bene, con cui ho discusso poco ma intensamente, del quale ho sentito sempre la vicinanza, perché vorrei si ricordasse la forza con cui Raffaele ha affrontato la sofferenza, un’esperienza non facile da sopportare nella dimensione quotidiana.

E qui mi taccio…

Luigi Russo, medievista.

Ho conosciuto Licinio nei primi anni Novanta: io, studente attempato di Storia Medievale, lui, docente brillante, innovativo nella didattica e con una grande capacità di rapportarsi ai ragazzi con immediatezza, senza i filtri del suo ruolo accademico.

Nasce, da subito, un rapporto di reciproco rispetto tra un allievo sempre più intraprendente e un maestro sempre più disposto a insegnare, stimolare, dare spazio alle ricerche.

Inevitabilmente si stabilisce tra di noi una sincera amicizia.

Convinto assertore   della   necessità di   far uscire   la  storia  dagli   ambienti  accademici,  si  è   sempre adoperato per una sua corretta divulgazione presso il grande pubblico, liberandola dagli stereotipi che, soprattutto per quanto  riguarda   il   Medioevo,   ne   distorcevano  la   percezione   nel   sentire comune, con uno stile accattivante, avvincente, sempre venato di un’acuta, quanto sottile ironia.

Le sue lezioni universitarie hanno sempre entusiasmato i numerosi studenti che lo seguivano e che vedevano in lui non il cattedratico distante e distaccato ma una persona ricca di umanità, quasi un compagno con cui confrontarsi e sintonizzarsi.

Intellettuale a tutto tondo, con un’attenzione particolare per la storia del territorio, dei paesaggi agrari e degli ambienti sociali a essi legati, ha rivolto una parte importante delle sue ricerche allo studio  dei  castelli  e, tra  questi, di  quel   tanto  discusso  Castel  del  Monte, opera dell’altrettanto   controverso   Federico   II,   entrambi   analizzati   con   lo   scopo   di restituirli  alla storia  liberi  dalle   stratificazioni  deturpanti  del  mito.

Ho avuto la fortuna e il privilegio, come allievo, di condividere le ricerche su Castel del Monte, con alle spalle un uomo e un maestro sempre prodigo di insegnamenti.

«La storia si fa con le fonti. Qual è la fonte? Dove sta scritto?»  

Questa la sua prima lezione, ripetuta sino all’inverosimile, soprattutto su Castel del Monte e Federico II, dove i “si narra” e i “si dice” si sprecano e la fanno da padrona.

La battaglia culturale condotta per ripulire Castel del Monte dai luoghi comuni, dai sogni troppe volte sfociati in incubi, è solo uno tra i tanti esempi del suo comandamento di una divulgazione storica   corretta, frutto di una ricerca attenta e rigorosa, ma allo stesso   tempo semplice e immediata.

Massimiliano Ambruoso, ex allievo

Anch’io conservo una ricca antologia di ricordi legati alla figura di Raffaele, alla nostra fraterna amicizia durata oltre mezzo secolo, ad una frequentazione sempre piacevole e stimolante.

In questa occasione, preferisco attingere all’interno di questo caleidoscopio di umanità, pieno di
sorprendenti interessi dagli infiniti colori, un aspetto poco noto.

Raffaele Licinio, tra l’altro, era un grande appassionato ed un profondo conoscitore della letteratura di fantascienza. 

Io, un appassionato lettore del medesimo genere.

All’epoca, siamo tra gli anni ’60 e gli anni ’70 del secolo scorso, eravamo veramente in pochi a coltivare queste letture che, nella Facoltà di Lettere e Filosofia di quegli anni, erano considerate   come intrattenimenti dallo scarsissimo, se non proprio inesistente, spessore culturale.

E dunque, lui, giovane neolaureato in Storia medievale, ed io, laureando, nella medesima disciplina, talvolta finivamo per scambiarci libri, impressioni, giudizi in maniera quasi clandestina!

Ma il riscatto era destinato ad arrivare!!!

Pasquale Cordasco, già professore associato di Diplomatica UNIBA

Risultato immagini per gabriella piccinni

Raffaele Licinio è stato senza ombra di dubbio un innovatore della storiografia sul
Mezzogiorno raccontando di uomini che entravano di prepotenza nella storia intervenendo nella complessa geografia dei luoghi, facendo le istituzioni, modificando i paesaggi.

Uomini, terre e lavoro sono le tre parole nelle quali è concentrato tutto intero il suo modo di concepire la storia. Un modo che abbiamo condiviso fin dagli anni, bellissimi, del Laboratorio internazionale di storia agraria di Montalcino, quando – era il 1997 – con Alfio Cortonesi e Massimo Montanari demmo vita ad un’esperienza che tuttora stupisce con i suoi vent’anni di attività. È allora che abbiamo davvero iniziato a conoscerci e incontrarci. Siamo divenuti amici, ci siamo capiti.

Raffaele Licinio è stato uno e tanti, e per questo unico.

Gabriella Piccinni, professore ordinario di Storia Medievale UNISI

Raffaele Licinio non è stato solo un bravo professore, almeno non uno dei tanti.

Non credeva che la grande conoscenza della sua materia fosse un suo monopolio, al contrario.

La sua grandezza era lo stare giù dalla cattedra e diluirsi con i suoi studenti e con chi gli era accanto.

La sua semplicità disarmante ti entrava nell’anima e nella circolazione sanguigna e con la sua smorfia di autoironia stampata sul volto pareva prendesse in giro sé stesso, per non lasciarsi confondere dal ruolo che interpretava.

Raffaele Licinio è stato un Maestro e un amico: altrimenti non si spiegherebbe il vuoto che ha lasciato la sua scomparsa.

Dante Marmone, attore e regista teatrale   

Ci sono cose che accadono senza che ce ne rendiamo conto, alcune, le meno visibili, lasciano tracce indelebili nelle nostre vite: l’amicizia che mi hai donato, Raffaele.

Da quel 4 febbraio di due anni fa non faccio che provare, con difficoltà ti confesso, a non sentirti vivo, ironico e sornione come ti ho ritrovato.

La mia vita, nonostante la tua assenza, continua, tuttavia sarebbe un grave errore dire che quello che è accaduto, sta accadendo e accadrà con i suoi eventi proseguirà indifferentemente, allo stesso modo, come se quello che ci siamo detti e i nostri incontri cultural-conviviali non fossero mai accaduti.

“Alcune persone si incontrarono, in un caldo giorno d’estate e le loro vite non furono più le stesse…”, questo l’incipit del mio racconto a km 0 a te dedicato.

Ciao Raffaele, sorridimi ancora.

Annella Andriani Aloja, scrittrice

Ho conosciuto Raffaele Licinio presso la Facoltà di Lettere di Bari.

Da studentessa avevo apprezzato il suo umorismo e la disponibilità nei confronti degli studenti: il meglio ho potuto apprezzarlo alcuni anni fa, quando, ritrovandoci su Facebook, mi invitò presso la Sede del Centro Studi Normanno Svevi di Bari…

In quell’occasione non ho solo ritrovai il mio professore di Storia Medievale ma l’uomo brillante, l’amico sempre pronto ad ascoltare e sdrammatizzare, prodigo di consigli, capace con il suo carisma di catalizzare l’attenzione di tutti i suoi interlocutori ed ospiti.

Ciao Raf, manchi e tanto.

Barbara Iurilli, ex studentessa

Il mio unico incontro con Raffaele Licinio mi è indimenticabile.

Non ricordo di aver mai visto un professore attorniato da tanti studenti desiderosi di ascoltarlo, di passare del tempo con lui, di organizzare iniziative, di discorrere, scherzare, approfondire temi affrontati durante lo studio.

Non erano studenti alla ricerca di un voto, ma persone che cercavano la compagnia di Raffaele senza secondi fini.

Quel giorno salimmo assieme sul treno a Foggia per recarci a Bari: ebbene, nel viaggio non fummo mai soli perché i ragazzi che prendevano il medesimo treno gli si avvicinavano, all’arrivo lo accompagnavano lungo il tragitto fino all’Università e restavano a trascorrere alcune ore con lui, anche per il pranzo.

Si percepiva il grande rispetto che avevano per Raffaele, che, però, non era provocato da qualche atteggiamento di superiorità da parte sua; piuttosto, egli si trovava naturalmente a suo agio nel porsi sullo stesso piano dei suoi giovani discepoli.

Ricordo di aver pensato che non era certamente il primo insegnante capace di dare confidenza ai suoi studenti che mi fosse capitato di incontrare: ma mai avevo visto qualcuno capace di farlo con tanta spontaneità e con un tale ritorno di affetto.

Andrea Nicolotti, professore associato Storia del Cristianesimo UNITO  

Al di là della sua immensa cultura, di quello che ha rappresentato nella società, nell’ambito universitario, per i suoi colleghi, per la gente che ne è stata sempre affascinata da quel suo smisurato carisma e la sua irresistibile ironia, per me Raffaele è stato semplicemente un compagno di giochi e di risate.

Ad ogni nostro incontro ci aprivamo entrambi in un sorriso che preludeva un incalzare di battute e di sfottò reciproci.

Abbiamo realizzato progetti bellissimi insieme, portati a termine con grande impegno e con risultati entusiasmanti.

Eppure insieme a lui, m’è sempre sembrato di giocare.

E quando lo penso, sorrido.

Tiziana Schiavarelli, attrice

Ho molte foto di Raffaele degli ultimi anni. Hanno tutte qualcosa in comune, ma sono tutte diverse l’una dall’altra, anche quelle prese in successione rapida.

Tutte le foto mi portano sempre a quel tardo pomeriggio, abbastanza lontano, quando, per raggiungere la Libreria Laterza per uno dei “Mercoledì con la storia”, che aveva inventato, lasciò senza fiato me e Silvia con  il racconto  della sua malattia.

Le nostre domande di speranza rimanevano tutte con risposte terribilmente negative: un intervento era impossibile o lasciava solo la metà delle possibilità.

Aveva scelto di non operarsi e di aspettare che qualcosa succedesse e che nei pochi secondi   disponibili qualcuno sapesse intervenire.

Questo vedo oggi nelle sue immagini, che vorrei saper raccontare meglio.

C’era sempre un sorriso, che era complesso, pieno di sfumature.

Era un sorriso malinconico, ma non triste, consapevole delle persone e del modo intorno, dei limiti di tutti e dei propri, e su questi giocava la sua ironia.

Vissuto nel proprio dolore fisico, che non riusciva a vincerlo; forse in qualche occasione appannato e increspato dal ricordo di momenti diversi e lontani.

L’espressività del viso si accompagnava a quella delle mani. Soprattutto della sinistra, se non sbaglio. Con l’indice puntato, stretta dalla destra, aperta, poggiata sulla gamba, tesa verso il basso, portata al petto.

Avevo incontrato Raffaele nei primi anni Ottanta, quando fresco vincitore di concorso a cattedra ero stato chiamato alla Facoltà di Magistero di Bari.

Il dispiacere è di non avere sue fotografie di quegli anni.

Massimo Miglio, già ordinario di Storia medievale UNITUS 

Gesù… Gesù…”, aveva commentato Raffaele Licinio, grande medievista a livello internazionale e professore all’Università di Bari, mentre gli descrivevo per telefono gli strafalcioni su Federico II di Svevia propinati durante un noto programma TV dedicato a Castel del Monte.

Poi, con la sua risatina sorniona: “Credo che ormai io sia rimasto il solo a invocare Gesù…”.

Proprio lui, che nel DNA aveva la cara vecchia sinistra, senza alcun tentennamento cattocomunista.

Ci facemmo una risata, poi mi raccontò degli acciacchi, infine mi chiese altre foto di castelli lombardi per il suo sito, Storiamedievale.net.

Raffaele non è stato solo un amico fraterno per me.

E‘ stato un maestro, lo dico senza retorica, nonché una fonte inesauribile di riflessioni e pure di risate: basti pensare che riferendosi alla malattia, con la quale conviveva da anni, amava definirsi “il duca d’Aorta”.

Ci eravamo conosciuti nel 2003, quando lavoravo a Bari, in occasione di un convegno foggiano sull’identità pugliese.

Eravamo relatori, lui come professore di Storia medievale, io come giornalista del Corriere del Mezzogiorno.

Lì sbocciò l’interesse da parte mia per il mito di Federico II di Svevia tra i pugliesi, grazie al suo intervento dedicato alla lettura storica del personaggio al di là delle bufale in salsa buonista o esoterica: spiegava che Federico II non è (e non è stato) il pilastro della “pugliesità” dipinto dalla Capitanata al Salento.

Così scrissi articoli e interviste sul tema.

Tanto che nel 2004 fui invitato a svolgere, grazie a Licinio, una relazione nel corso di un convegno internazionale organizzato dall’ Università di Innsbruck, in Austria.

Da quest’ultima relazione è nato un mio libro, “Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa”, uscito nel 2008 con Palomar.

Raffaele scrisse una bellissima prefazione.

Insomma, diventammo amici a prima vista. 

Ero affascinato dalla sua grande cultura, dall’onestà intellettuale, dalle simpatiche manie (non era mai stato in aereo, diceva che “se fossimo nati per volare avremmo le ali”), dalla contagiosa ironia, dalla diversità rispetto a tanti docenti pieni di prosopopea baronale.

Resteremo amici per sempre, io e lui. Perché gli ho voluto e gli voglio bene.

Lo saluto da quaggiù chiedendogli un favore:

“Se lassù dovesse esserci qualcuno, dagli qualche lezione di Storia: di sicuro, se c’è, la conosce già, però non potrà che apprezzare il modo in cui tu sai raccontarla”.

Grazie di tutto, Raffaele.

Marco Brando, giornalista, scrittore e blogger.

Chi era Raffaele Licinio?

Intelligenza acuta, pensiero sagace, ironia gustosa, rigore della ricerca, volontà di mettere al riparo la Storia dalla corruzione della leggenda con il suo orizzonte culturale e la prospettiva sempre nuova con cui guardava alle cose di ieri e a quelle di oggi: tutto questo è (e sarà) lievito per chiunque abbia avuto occasione di impastare un pizzico del proprio tempo col suo. Anche se solo su una piattaforma virtuale.

Ricorderò sempre i suoi occhi e la loro curiosità genuina e coinvolgente, come quella di un bambino.

Poi la sua generosità.

E il profumo dell’umiltà, in un modo che puzza di autoreferenzialità.

Cenzio Di Zanni, giornalista

La generazione di Raffaele e di tanti di noi è stata una generazione combattiva, nel bene o nel male  abbiamo cambiato il mondo attorno a noi e abbiamo imparato a cambiare noi stessi, ma è stata anche una generazione che ha molto cercato il primato personale, il ruolo apicale, l’inizio di una scalata nella politica, nell’accademia, altrove.

Raffaele no!

Il sessantottismo di Raffaele fu un sessantottismo integrale, nel senso che quella fu per lui una stagione da cui presero le mosse le sue scelte future, ma Raffaele non fu un sessantottino integralista, aggressivo, carico di senso di superiorità verso gli altri.

Era, in questo senso, fuori schema.

Raffaele non ha mai cercato riconoscimenti.

In verità non li ha neanche mai avuti.

Della politica gli interessava il sogno e le persone che con lui contribuivano come formichine a quel sogno.

So che mi ha preso in giro amorevolmente tante volte per le mie passione e l’irruenza con cui cercavo nella sinistra nuove strade.

Non ha condiviso i miei entusiasmi.

E neppure, direi soprattutto, le mie cazzate.

Io lo prendevo in giro per la sua lentezza, l’amore smisurato per la pasta al forno e per la giacca di velluto liscio nero che era la sua divisa invernale e anche oltre.

Non ricordo cosa fece e pensò dopo la Bolognina.

Raffaele sfugge a ogni etichetta, a ogni definizione ideologica, non aveva indosso alcuna maglietta.

Ora penso che, tracciando il bilancio di una vita lunga nella sinistra, che se avessimo dato più spesso la parola a quelli come Raffaele ci saremmo risparmiati molte cazzate.

Ricordo come reagiva quando nelle assemblee di sezione sentiva frasi roboanti o analisi catastrofiche: accendeva la sigaretta, sorrideva, poi prendeva la parola con voce sottile e, come si dice, la prendeva alla larga, poi il suo discorso inanellava tesi su tesi, qualche volta gli scappava un tono alto, e alla fine aveva smontato i “tragediatori”, quelli che cercavano il successo facile, i comunisti da cortile.

Negli ultimi anni i suoi messaggi erano straordinari.

Ogni volta che mancavo per qualche giorno su Facebook si preoccupava per me e ogni volta che io chiedevo di lui mi diceva quant’era difficile la sua situazione ma non accettava di essere commiserato.

Io non so come dire una cosa diversa da questa: Raffaele era un compagno.

Era uno di quelli che col ’68, o giù di lì, avevano scoperto la politica, se ne era innamorato ma non si era fatto imprigionare da essa.

Era uno storico vero, un uomo rigoroso, una persona per bene.

Esattamente come noi pensiamo debba essere uno che, comunque lo si voglia chiamare oggi, era un comunista.

Giuseppe Caldarola, giornalista

Ho conosciuto Raffaele Licinio nell’autunno del 2010.

Frequentavo il secondo anno della facoltà di Lettere all’Università di Bari e il professore avrebbe tenuto uno dei suoi ultimi corsi, dopo una lunga e stimata carriera.

Mi ci vollero pochi minuti per realizzare quanto fossi stata fortunata, fin dalle prime parole che pronunciò nell’aula B dell’Ateneo:

“Io rappresento l’auctoritas, voi i sudditi. Ma io non voglio che voi vi fidiate di ciò che dico. Dovete sempre andare a controllare che ciò che dico sia giusto, perché io devo rappresentare l’autorevolezza, non l’autorità. E voi non dovete essere i sudditi, dovete sviluppare la vostra capacità critica. Se poi vi piace essere sudditi sono fatti vostri!”.

Parole che suscitarono in me un’istantanea ammirazione nei suoi confronti e che appuntai sull’agenda con la penna rossa. Così evidenti la sua onestà intellettuale, il suo amore per la conoscenza, che la mia mente di ventenne ne fu affascinata e intimorita: non riuscii a dare l’esame di Storia medievale che nel novembre 2013, in extremis, nel giorno del suo ultimo appello prima della pensione.

La posta in gioco era alta, poiché non avrei accettato un altro docente né una magra figura con lui.

In quell’occasione riconfermai la mia intuizione di tre anni prima: quel corso e quell’esame erano stati un privilegio. Un fortunato tempismo mi aveva concesso di ascoltare le sue lezioni illuminanti e di innamorarmi della sua materia, del suo modo di insegnare e vedere il mondo.

Il valore del professor Licinio come uomo, intellettuale e docente non aveva bisogno di essere ostentato: era lì, dietro quella cattedra, davanti agli occhi di tutti, evidente nella sua semplicità. Quella tipica di chi possiede una cultura così grande e un altrettanto grande amore per la divulgazione.

Oggi però non voglio parlare del suo encomiabile curriculum di medievista, del contributo prezioso agli studi su Federico II e della sua raffinata produzione saggistica.

Tutto questo vive già di luce propria, saldo nelle menti di colleghi e generazioni di universitari. Oggi voglio ricordare il suo sguardo acuto, il tono di voce perennemente sul filo dell’ironia, le due ore di lezione che parevano durare la metà, la sua leggerezza profondissima.

E quella capacità di puntare dritto alla coscienza di noi studenti, combattendo a spada tratta stereotipi e verità di comodo.

Quel modo di indurci a dismettere i panni di passivi spettatori e a riflettere, dubitare, approfondire. Persino il suo essere così esigente in sede d’esame, perché chi dà tanto (e con tale passione) non può che pretendere poi altrettanto.

E oggi voglio dire solo grazie, caro professore, per aver cambiato il mio modo di approcciarmi alla Storia, all’Università e in qualche modo, di conseguenza, alla vita.

Arianna Caprioli, ex studentessa

5 ottobre di 9 anni fa: aula B, secondo piano dell’Ateneo, emozionatissima per la prima lezione di Storia Medievale, seduta ai primi banchi con i miei colleghi ci chiedevamo:

“ma chi sarà questo Raffaele Licinio? Come spiegherà?”.

Ricordo la domanda iniziale che zittì tutti quanti i presenti:

“Ditemi un po’, cos’è per voi il Medioevo? ”

e dopo un’ora e  mezza di definizioni tra le più disparate il sentirsi dire:

“Bene ragazzi, dimenticate tutto quello che avete detto e ripartiamo da zero, il Medioevo non esiste…” 

Piacque così tanto questa prima lezione che anche i ragazzi che non avrebbero dovuto seguire Storia Medievale con il Prof. Licinio, per una questione di divisione in base al cognome causato dal gran numero di studenti, chiesero di poter seguire le sue lezioni.

E che dire di quella lezione dove invitò due suoi amici, uno vestito da saraceno e l’altro da crociato, per spiegarci la lezione del giorno?

O quando invitò Dante Marmone e Tiziana Schiavarelli?

 …un semestre indimenticabile,  emozionante, pieno di risate, sempre seduta ai primissimi banchi.

Poi un giorno il professore, che si era accorto della costante presenza ai primi banchi mia e di un gruppetto di ragazzi (Arcangelo, Federico, Tiziana ecc..) e del nostro particolare interesse, ci fermò dopo la lezione per invitarci al Centro Studi Normanno-Svevi e a pranzo allo Chalet…

 Da lì non ho più smesso di partecipare ai “non pranzi” del mercoledì, con post caffè al bar Tolesco e riunioni al Centro Studi per organizzare i “mercoledì con la storia” alla libreria Laterza.

E poi il giorno dell’esame, sostenuto con un suo assistente per la troppa soggezione…

E il rito del saluto col bacio il giorno degli esami degli altri…

Con gli anni si è instaurata un’amicizia così forte con il Professore e i componenti dell’Associazione del Centro Studi Normanno-Svevi da considerare alcuni di essi come membri di una seconda famiglia.

Il Professore con i suoi consigli e le risate, la sua profonda cultura, le chiacchierate su Facebook di prima mattina quando lui si svegliava e io per lavoro o altro tornavo a casa, l’ironia in ogni cosa e la preoccupazione prima per gli altri e poi per se stesso…

Tutto e tanto altro mi hanno aiutata a superare diversi ostacoli nel corso di questi nove lunghi anni: gli sono immensamente grata per ogni singola cosa che ha fatto per me.

Spesso negli ultimi anni mi diceva di star male e sapendo del mio interesse per l’astronomia un giorno mi dice:

” mi ricorderai quando non ci sarò più, magari guardando le stelle?”

E io:

”nelle stelle, per me, vanno tutte le persone a cui vogliamo bene quando non ci sono più e che mi piace immaginare che si trovino nella costellazione di Orione, ma per te è ancora presto…e poi…poi…”

Qualcuno ha detto che “la nostra memoria è il mondo più perfetto dell’universo perché restituisce la vita a quelli che non esistono più…e che il ricordo è un po’ di eternità”.

Io credo che sia proprio così…

Raffaele Licinio vivrà per sempre nei nostri ricordi, nel nostro cuore, che sia attraverso una stella, un papavero o una canzone dei Beatles… ci sarà sempre.

Angela Lamanna, ex allieva

Il mio primo incontro con Raffaele Licinio risale all’inizio degli anni Ottanta: se la memoria non mi inganna, era il 1981.

Ci incontrammo durante le Quinte Giornate Normanno-Sveve, svoltesi dal 26 al 28 ottobre a Bari.

In quella occasione un amico comune ci presentò; discutemmo con la Sua consueta cordialità e ironia su specifici interessi scientifici o di mestiere.

Ricordo con lucidità quel momento in quanto, sebbene l’età anagrafica ci accomunasse, Lui era già un affermato professore associato, io partecipavo al convegno da semplice Ricercatore, confermato da pochissimo all’Università di Catania, nonché da Borsista del Centro di Studi barese che mi ospitava.

Alla mia innata timidezza caratteriale e scientifica, Raffaele rispose con simpatia mettendomi a mio agio: “mi è piaciuto molto il tuo resoconto sulla “Civiltà Rupestre”.

Ricordo, ancora oggi, l’emozione di quel momento, infatti, Lui a quella data era già fra i redattori della rivista “Quaderni Medievali”.

Subito ebbi l’impressione di non aver più davanti il “cattedratico importante” che. appena qualche minuto prima, mi aveva quasi intimorito.

Scoprii pian piano un caro amico e giovane intellettuale, dotato di ampia e ricca cultura che non restava ancorato al suo mestiere di storico; attento alle parole, al loro significato e alle cose che esse esprimevano. Da allora, in ogni occasione che capitava di incontrarci, era come se ci fossimo lasciati il giorno prima.

Dopo anni che non frequentavo più Bari, pareva che ci eravamo persi per sempre e invece Lo ritrovai su Facebook con i suoi Post sui Castelli Medievali.

Clara Biondi Sambataro

Raffinato, appassionato, ironico, lucido, straordinario, brillante, spiritoso, affettuoso.

Un coinvolgente, un innovatore, un protagonista che insegnava la storia medievale ma soprattutto le fonti, allontanando e sconfiggendo il pregiudizio e qualsiasi idea calata o imposta dall’alto, con la riflessione e l’emozione che la storia è impegno civile e sociale, è “storia” e non “racconto di fantasia” utile solo alla “macdonaldizzazione” della stessa.

Un protagonista autorevole ed eccelso nello studio del Medioevo per il suo alto amore per la vita, per la res umana, per la sua curiosità intellettuale mai immobile e la gradevole sensibilità comunicativa.

Il mio cruccio, il mio profondo rammarico non averlo potuto frequentare con l’assiduità, che avrei voluto, per circostanze di vita e di impegno nel sociale e nel politico.

Ritrovarlo, dopo circa 40 anni, su Facebook, complici alcune foto-ricordo di una delle tante giornate trascorse a Spoleto, in occasione delle Settimane di Studi sull’Alto Medioevo, e riabbracciarlo nel reale in uno dei suoi “mercoledì del digiuno” a Bari, presso lo “Chalet”, è stata una delle più grandi gioie della mia vita.

Il suo sguardo, le sue parole, la mia tristezza, la sua voglia di sapere, le mie resistenze, le mie confessioni… il suo aiuto, il volermi sempre a Bari in occasione delle sue venute, di mercoledì o sabato!

Il coinvolgermi nelle sue meravigliose “inter(s)viste con la storia” presso la libreria Zaùm di Arcangelo, suo figlio, affidandomi le vesti di Federico II, di Cristoforo Colombo e in ultimo, addirittura, di Giovanna d’Arco,  è la traccia più vera ed autentica del suo affetto, della grande amicizia che ci legava.

Una traccia che rimarrà per sempre nel mio cuore, come lascito indelebile e incancellabile della sua persona.

Incommensurabile, piango ancora, le emozioni mi vincono…

Grazie, caro Raffaele, non ti dimenticherò…, come non ti dimenticheranno gli amici intervenuti in questa cavalcata di ricordi, i tantissimi che, con la tua verve, hai coinvolto nell’amore per la vita e per la storia e da oggi, ne sono sicuro, anche i lettori di SCREPMagazine che invito a visitare i siti web da te ideati:

                               storiamedievale.netcinemedioevo.net e mondimedievali.net

punti di riferimento su temi medievistici e sull’immaginario medievale nella cultura contemporanea.

Ciao…                                                                                                                     

Vincenzo Fiore

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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