E arrivò Morte Gioiosa

141963

Le luci di Park Hillswood ogni sera sembravano più luminose che mai, stelle artificiali di neon
dai mille colori pronte a illuminare ogni singolo angolo della città, dai bassifondi a Sud-Est
alla zona universitaria ed elitaria più a nord.
Io amavo le stelle.
Amavo le stelle che mi indicavano la via di casa e parevano esistere solo per me, per
guidarmi quando mi sentivo persa e non riuscivo a tornare indietro dove sarei dovuta essere,
anche se ancora non lo sapevo e non ero riuscita a trovare il mio posto nel mondo.
Veneravo il cielo scuro e avvolgente come la vita notturna in cui mi gettavo in un battito di
ciglia in attesa del suo abbraccio, confortata dalla musica pop-rock delle mie discoteche
preferite -tra braccialetti fosforescenti, drink fruttati e piste da ballo che, come prismi,
riflettevano la gioia di giovani festanti che si contorcevano sensualmente e con energia gli
uni sugli altri, i loro volti una maschera di brillantini e di estasi pura mentre si baciavano e si
stringevano così tanto da togliersi il fiato- e allo stesso tempo dal buio e dalla tranquillità che
solo la notte era in grado di fornirmi dopo una giornata intera trascorsa a scorrazzare tra le
biblioteche universitarie, i corsi, il lavoro part-time in una piccola boutique vicino il mio
appartamento non molto lontano dal campus e…la chiesa romanica di St. Anthony, che
riempiva con la sua notevole mole una piazzetta di periferia annessa all’omonimo cimitero
sul retro.
Dopo…”l’incidente” di quella fatidica notte di fine gennaio, non facevo altro che pensare al
dolce viso di Annie stravolto dal dolore e dall’orrore mentre giaceva impalata all’inferriata del
cancello dell’istituto di St. Thomas, gli arti penzoloni e trafitta da parte a parte” come uno
spiedino di carne”, sentivo dire alla gente.
Ma non potevo…non potevo assolutamente sopportare come la sua morte fosse stata
lasciata passare per un comune omicidio tipico delle zone malfamate e più trascurate della
città o comunque di quelle che si trovavano al limitare del distretto basso-borghese.
Ne venivano commessi così tanti ogni giorno e ad ogni ora: come poteva fare la differenza
un cadavere in più o in meno?
Ma per me contava più di ogni altra cosa al mondo.
La mia migliore amica, mia sorella, la mia compagna di stanza, scherzi e bevute era… era morta in maniera atroce per mano di un maniaco che con tutta probabilità aveva approfittato della sua gentilezza e disponibilità per torturarla, violentarla e ucciderla come una bestia da macello.
Quel giorno, ricordavo bene, ci eravamo svegliate di soprassalto in una delle aule
universitarie dopo un’intensa sessione di studio notturna: tra una marea di appunti
svolazzanti, libri più grossi delle nostre teste e pagine e pagine di riassunti ed analisi da
presentare, ci eravamo addormentate l’una accanto all’altra, nonostante i litri di caffè che
avevamo tracannato in pochi sorsi e due cartoni di pizza primavera. Lo scoccare roboante
della Central Tower, l’enorme torre dell’orologio che adornava la facciata del Palazzo
Comunale, ci aveva sì augurato il buongiorno con un rimbombo costante in testa che chissà
per quanto tempo avrebbe persistito -invadendo la nostra già precaria concentrazione- ma
anche con un’inattesa e più che gradita sorpresa: durante la notte aveva nevicato, a
dismisura, ammantando di bianco l’intero paesaggio dalle morbide colline agghindate a mo’
di sposa.
Fredda e bellissima.
Non avevamo esitato neanche un secondo a raccattare il minimo indispensabile e uscire nel
campus, assaporando aria fresca e pura, imperturbabile e purificante, in quel castello degno
di una regina delle nevi che era la Park Hillswood University, dalle guglie gotiche svettanti
che trafiggevano il cielo come lame a gargoyle e figure mitologiche e pagane che si
contorcevano in pose lascive o più moderate e pudiche, gli sguardi labili e fugaci o colmi
d’ira e risentimento.
“Non nevicava così da più di otto anni, cavolo che spettacolo!” diceva lei, avvolta nel suo
giubbotto di morbida pelliccia (“marroncina come quella di un orsacchiotto”, la definiva
scherzosamente), strofinandosi le mani guantate per poi gettarsi e sprofondare nella neve
fresca per fare l’angioletto. La osservavo confusa e divertita, gli occhi un tripudio di
splendore e curiosità mentre mi tirava per un braccio e mi trascinava con lei per terra,
facendomi rotolare giù da una discesa come se fossi una sottospecie di salame. Rideva così
tanto da avere le guance tutte arrossate, in contrasto con il suo caschetto di riccioli d’oro e
l’incarnato pallido, bianco proprio come la neve che cadeva leggera su di noi, in una danza
silenziosa creata apposta per entrambe.
Il tempo sembrava quasi fermarsi mentre stavamo insieme, stringendoci forte le mani -la sua, che trovavo adorabile, era paffuta, la mia, invece, più scarna-davanti l’accozzaglia di
case dal legno di mille colori vivaci, adornato da lucine, angioletti in terracotta e agrifogli.
Una tipica scenetta da palla di vetro, insomma.
Ma erano gli unici momenti in cui il mio animo era sereno, si alienava dalla vita, poteva riappacificarsi da perenni grattacapi irrisolti e ristagnati nei meandri della mia mente e da tormenti che, con trepidazione, mi attanagliavano il cuore, stretto in una morsa di ferro che mi trascinava sempre più giù, verso l’oblio e il vuoto che tanto temevo.
L’unica differenza? Che queste scenate non esistevano per davvero. Ci avevano da sempre riempito la testa di così tante fantasie su una vita perfetta da non farci aprire gli occhi sulla realtà nuda e cruda.
Avevo desiderato da lungo tempo essere proprio una di quelle figurine delicate – una
ballerina piuttosto che un’amante– racchiuse in una bolla di felicità, dove spazio e tempo non esistevano, ma solo l’amore e l’immobilità di una vita inafferrabile, di un momento irraggiungibile che vorresti durasse per sempre.
Fin da bambina credevo di poter essere, almeno per una volta, speciale per qualcuno. Ma
io, ingenua, non potevo ancora sapere tutto che mi sarebbe accaduto -né le violenze e le
botte perpetrate da mio padre per anni né le cinghiate e le gelide e sporche cantine subito
dopo-e tantomeno non avrei mai potuto concepire di ritrovare la mia unica vera amica a
ciondolare esangue da un cancello.
Avevo così tanta paura che vomitai anche l’anima mentre tutto quel rosso che era il suo
sangue si spandeva nel rado giardino cosparso di neve.
Odiavo la neve.
Odiavo il rosso.
Vomitai quando mi resi conto che il suo corpo formoso era martoriato fino all’osso -che
intravidi tra tendini e legamenti sfilacciati e sfibrati- e costellato di tagli e lividi violacei.
Vomitai quando notai i suoi bellissimi capelli, che amava da impazzire ed erano la sua unica
sicurezza, rasati a zero.
Vomitai quando la tirarono giù ed esaminarono il suo volto cianotico stravolto dal dolore per
la prolungata tortura; la sclera dell’unico occhio rimanente intriso di rosso -la pupilla
dilatata, la bocca contorta in un urlo che nessuno aveva e mai avrebbe potuto udire,
intrappolato in eterno in una gola, falciata da parte a parte, da cui nessun suono sarebbe
mai scaturito. Ma non si trattava di un urlo -o almeno un suo simulacro- qualunque: era
rivoltante, quanto di più sbagliato potesse esserci al mondo, assolutamente contro natura,
un rigetto. Agli angoli della bocca, infatti, si facevano strada dei solchi profondi, esattamente
come quelli che l’aratro realizzava per arare un terreno ancora incolto, che si allungavano
all’insù su entrambe le guance fino a sotto il lobo delle orecchie: un’alterazione di un grido,
una parvenza, una variante, un riso storpiato.
Un marchio.
Una tacita firma di Morte Gioiosa.
Vomitai quando analizzarono i brandelli di pelle e le ferite ritorte su sé stesse, frastagliate,
infette, profonde, lunghe o corte e così precise da alludere ad un lavoro certosino nella loro
esecuzione.
Bisturi, coltelli da cucina, mannaie… quale altra lama aveva violato così la sua carne
immacolata?
Qualcosa dentro di me si spezzó per sempre quel giorno.
Mai avrei dimenticato lei.
Mai avrei dimenticato la scritta “Maiale” marchiata a fuoco sul suo petto.
Mai avrei dimenticato quegli stracci lisi e scoloriti che prima erano i bellissimi vestiti di cui andava tanto fiera.
Mai avrei dimenticato il terrore nel suo viso, la sua disperazione e la sua agognata ricerca di una libertà negata, intrappolate nell’intrico di ragnatele irradiate lungo i suoi arti contratti in pose innaturali e sul suo cadavere, un ammasso di carne fresca sbrindellata.
Mai avrei dimenticato le sue unghie spezzate e i moncherini dei suoi pollici ed indici.
Mai avrei dimenticato la sua morte e mai poi mai avrei dimenticato il volto del suo assassino, semmai lo avessi trovato. Lo avrei fatto soffrire cento volte le pene che le aveva inferto, a costo di finire all’inferno.
Mai l’avrei lasciata andare, mai avrei rotto, nonostante tutto, per la seconda volta quella notte, la sfera di vetro in cui noi danzavamo leggiadre accompagnate dalla musica di dolci violini, ormai ridotti a brandelli come i fiocchi che vorticavano nel silenzio che avvolgeva l’unica figurina rimasta in piedi, intatta, in attesa di un abbraccio che non sarebbe mai più stato ricambiato.
E mai avrei potuto immaginare che mi sarei ritrovata nell’unica notte senza luna e senza stelle a offrirmi la loro flebile luce e la loro guida, come avevano invece sempre fatto, a correre a piedi nudi sull’ acciottolato umido e fangoso, scorticandomi la pelle che iniziava a bruciare e a pizzicare. Ma avrei resistito. Dovevo farlo.
Per Annie.
Per me.
Per… no, non avrei pensato ad Elijah anche ora, non nel momento in un cui rischiavo di morire da un momento all’altro.
I rimorsi della mia aspra litigata con lui iniziavano a farsi strada nella mia mente, i ricordi di
come tutto era iniziato così per caso e che ora stava per finire terribilmente nel modo più
disastroso possibile.
Avevo rovinato tutto come al solito ed era solo colpa mia.
Era colpa mia se Annie era morta perché l’avevo lasciata andare da sola in giro e non
l’avevo accompagnata, utilizzando la scusa di essere impegnata.
Era colpa mia se Elijah mi aveva mollata per strada come un sacco della spazzatura e non mi avrebbe più cercata nonostante lui mi avesse aiutata così tanto nell’uscire da quel cazzo di casino che era il mio passato, nonostante fosse stato la mia ancora di salvezza.
Era colpa mia se ora, da sola, sarei morta, probabilmente smembrata e gettata in fondo a
quel dimenticatoio che era il fiume che percepivo lievemente scorrere imperturbabile proprio
a diversi metri di distanza da me e da luilui che aveva fatto così del male a troppa gente,
che aveva mentito, scommesso, illuso e ucciso per gioco, per pura follia.
Lui dal volto bello come un angelo e dall’animo dannato come quello di un diavolo.
Lui che si trovava a poca distanza da me, ammantato dalla notte come se egli stesso ne
facesse parte e da quella maschera completamente bianca se non per l’ampio ed
enigmatico sorriso da smile a stroncare la morte di cui si vestiva con rovinosa eleganza,
l’unico segno in grado di rivelarmi la sua presenza e il suo corpo sinuoso e slanciato
cosparso da chissà quanti strumenti e armi nascosti nelle pieghe dei vestiti e negli stivali.
Avrei scommesso tutto l’oro del mondo che aveva portato i suoi giochi preferiti soltanto per me, la prescelta, la sua bambola perfetta che aveva scoperto il suo segreto.
Che aveva capito tutto.
Che era pronta a morire pur di rivelare la verità e salvare la propria vita e quella di tanti innocenti come Annie.
Annie che era la persona che non tutti si meritavano, ma di cui avevano bisogno.
Annie che era morta per salvarmi.
Annie che mi aveva protetta.
Annie che, in un normale pomeriggio trascorso in caffetteria, mi aveva espresso il suo timore riguardo una figura che la seguiva di nascosto e la tormentava persino nei sogni.
Annie a cui non avevo creduto e a cui non avevo mai potuto dire grazie.
Annie che non mi avrebbe mai perdonata per averle riso in faccia e per aver sminuito la faccenda che stupidamente consideravo di poco conto, come quegli eventi che vedevamo nei film.
Annie a cui non avrei mai potuto regalare un caldo abbraccio e una nuova sciarpa che stavo realizzando a maglia proprio per lei.
Dovevo ringraziarla di essere stata la mia unica amica e di essersi seduta accanto a me il
primo giorno di università, allungandomi raggiante una mano guantata di rosa e merletti che
mai più avrei stretto, quando attorno al mio posto tutte le sedie erano vuote perché, a detta
dei miei compagni, ero brutta, macilenta, svampita e dall’aura pestilenziale. Perché
sembravo una zombie, un cadavere ambulante.
Dovevo ringraziarla per la sua bellissima palla di vetro con noi due, piccolissime figure di
legno, a piroettare in un eterno ballo sotto la neve turbinosa, che ricadeva mansueta sulle
nostre due casupole e su una boutique di marzapane: il mio primo regalo di Natale, l’unico
che avessi e che avrei mai ricevuto.
E fu proprio pensando a lei che continuai a correre senza sosta, senza fiato nei polmoni e
col petto totalmente in fiamme, come se nel mio corpo avessero appena appiccato un
incendio, che avviluppò con i suoi artigli ustionanti ogni singolo osso, muscolo o organo
ancora funzionante e in preda all’adrenalina che pompava pura forza di volontà, che mi
spronava a non fermarmi nonostante il dolore ai muscoli intorpiditi dal freddo e le ferite,
vecchie e nuove.
Il vento sferzava impetuoso le fronde degli alberi e il cielo iniziò ad annuvolarsi mentre
cercavo di evitare radici troppo spesse e sporgenti, massi, tronchi d’albero e branchi di rami
che mi scorticavano il viso e le braccia nude.
Era buio pesto e mi rassegnai all’arrivo imminente di una tempesta che con tutta probabilità
avrebbe cancellato dal mondo ogni traccia di me…di noi.
Non sarei mai riuscita a chiedere aiuto. Non mi sarei mai salvata. Non avrei salvato
nessuno. Non avrei rivisto l’incantevole boutique della deliziosa Miss Cherie, il suo sorriso e
la sua briosa austerità che ora quasi mi mancava nè l’università che mi riportava alla mente
così tanti ricordi, tra libri, caffè, notti insonni e amicizie perdute e trovate nè Elijah con le sue
poesie e i suoi fiori… fiori che conservavo impressi nel mio corpo, sulle mie cicatrici inferte
quando portavo ancora fiocchi e codine e che lui trovava comunque bellissime nonostante la
loro storia, le sferzate, gli schiocchi sordi dei frustini, i cocci di vetro e le lamette dei rasoi di
colui che avrebbe dovuto crescermi con amore e su cui invece aveva sfogato tutta la sua
rabbia, la sua frustrazione di non essere abbastanza “uomo” per dare un senso alla propria
vita e per andare avanti. Che aveva perso una moglie, la carriera, il titolo e…anche una
figlia, una sopravvissuta che si era data per spacciata e senza futuro. Che avrebbe dovuto
compiere tante cose, sognare e puntare sempre più in alto e che invece non era stata in
grado di concludere niente. Che non era all’altezza
Sei un fallimento, Vy, e lo sarai per sempre.
Il rombo di un tuono mi ridestò da quella voce acre e strascicante che alitava i miei pensieri,
gli ultimi istanti della mia vita fatta di frammenti d’anima troppo guasti per essere rimessi
insieme.
Mentre continuavo a pensare e a cercare di capire dove nascondermi ed elaborare un
presunto piano per sbarazzarmi di lui, non mi accorsi neanche del ramo massiccio che mi
graffiò la guancia destra e dei sottili rivoli di sangue caldo e denso che ne sgorgarono.
Non notai la radice su cui inciampai, né tantomeno la scarpata scoscesa del terreno che mi
accolse col suo buio interminabile, fitto; con la sua ripidità, le sue rientranze, le sue rocce
affilate come rasoi; con l’insicurezza di non sapere se sarei sopravvissuta a nuove percosse
e contusioni ad aggravare quelle precedenti; con la certezza che, se ce l’avessi fatta, lo
avrei potuta seminare e sarei potuta fuggire in qualche modo.
E iniziai inesorabilmente a rotolare; sempre, sempre più giù.
La terra continuò a vorticare come una giostra mentre prendevo velocità ed ero sballottata
come in un flipper da un lato ad un altro, da una roccia che mi scalfì la canotta sul fianco ad
un tronco che mi fece piegare in due dal colpo secco. Divenne tutto così terribilmente
confuso nel giro di pochi secondi che non riuscii a distinguere i contorni di ciò che mi
circondava, nè tantomeno di me stessa, un ammasso inerte di carne e capelli nodosi e
tagliuzzati in preda alla furia della natura.
Cercai quantomeno di coprirmi la testa con le braccia ferite, di rannicchiarmi come una
chiocciola, di riprendere il ritmo del respiro.
Ma non ci riuscivo, non ce la facevo.
Era come se mi avessero aspirato totalmente l’aria dai polmoni, lasciandoli vuoti e inariditi,
deserti e, ogni volta che tentavo di incamerarne soltanto un po’, una scarica acuta di dolore
mi investiva le costole, la milza, i fianchi e il torace. Ero immobilizzata.
No. Non adesso. No.
Il panico che avevo tentato di reprimere in me stessa con tutta la mera forza che possedevo
iniziò a farsi strada nel mio petto, sviscerando ogni minima parte di me non ancora rotta, non
ancora in ginocchio…ancora razionale e consapevole del vortice di agonia e ossa rotte che
mi turbinava attorno in un eterno loop.
Uno.
Due.
Tre.
Come un verme solitario quella venuzza di paura si insinuò indisturbata in un cervello che
iniziava a perdere ogni cognizione, che si sforzava a inviare anche il più irrilevante dei
segnali ad un corpo che non rispondeva più; in delle ossa di cui iniziavo ad avvertire le
probabili fratture e che avevano accusato colpi ; in delle viscere che si contorcevano agiate
come serpenti avviluppati in un cesto e da cui si appiccava un fuoco, selvaggio e quasi
primitivo, un’ultima spinta dell’anima a proteggersi e ad agire, che bruciava e bruciava e si
spandeva con estrema lentezza, seviziandomi e consumandomi pian piano dall’interno,
finchè non sarebbe rimasto altro che cenere; in un cuore che pulsava imperterrito, sempre
più forte, un rimbombo assordante che martellava orecchie che oramai percepivano a
malapena il fruscio del vento; in una gola costretta al silenzio, a rimestare urla di panico,
rabbia e dolore che non sarebbero mai fuoriuscite; in degli occhi iniettati di sangue che si
stavano ormai annebbiando, dando vita a quei fiocchi di neve così piccoli che tanto mi
piacevano, ma che ora mi stavano invadendo il campo visivo come uno sciame di mosche.
Uno.
Due.
Tre.
“Mi dispiace Annie…” cercai di esalare debolmente, ma invano, mentre capii di essere
giunta al capolinea. “Mi…mi dispiace Elijah…io…volevo solo…”
Mi sentivo così stanca, così debole…non ce la facevo a formulare più alcun pensiero, a
mettere insieme delle frasi di senso compiuto, né a muovere un singolo muscolo.
Mi girava così tanto la testa che volevo solo che tutto finisse in fretta. Lo desideravo come
mai prima d’ora. Non potevo più aspettare.
Ci stavo impiegando troppo.
Avevo da sempre pianificato come sarei dovuta morire nonostante i piani falliti ogni singola
volta, ma tra questi sicuramente non avevo calcolato un rapimento, torture in cantina (da
bambina ero totalmente convinta che mi avrebbero fatto tirare le cuoia ma, guarda caso, la
storia si era ripetuta…in peggio) e incidenti di percorso quali l’essere probabilmente
sbranata da qualche animale selvatico o maciullata in fondo a un burrone che pareva un
canyon.
Il tempo e lo spazio sembrarono fermarsi, sospesi in un limbo tra trance e lucidità anche
mentre, per quella che sperai fosse l’ultima volta, sbattei contro un tronco massiccio
collocato quasi alla fine della discesa e che frenò la mia spietata caduta (o “rotolata”, a dire il
vero).
Spalancai lievemente gli occhi per lo shock e lo scontro fece ricadere su di me una cascata
di foglie secche che, con estrema lentezza e delicatezza, andarono a celare il mio corpo.
Il mondo aveva smesso di girare.
Ero rimasta solo io, accasciata scomposta tra le foglie, circondata da arbusti e cespugli e
senza un briciolo di energie.
Ed era rimasto lui, la Morte Gioiosa, a dare la caccia come un predatore alla preda
fortunatamente sfuggita dalla gabbia.
“Me ne sto andando” pensai con rammarico “me ne sto andando davvero”.
Sapevo che, ormai, si trattava di una questione di secondi prima di perdere conoscenza e
affidarmi al destino. Avevo battuto la testa e lampi rossi sfrecciavano intermittenti davanti ad
un mondo sempre più scuro, più buio, pronto ad accogliermi fra le sue gelide braccia.
Quella che credevo essere una goccia di pioggia mi sfiorò il viso come una lacrima e, al
ritmo di tuoni che mi parevano troppo assordanti e sempre più vicini, iniziai a chiudere gli
occhi. Cercai di…dormire. Ma faceva così freddo, mi sentivo così leggera…
E cos’è la morte se non un soffio su una candela? Se non un sonno profondo?
E mentre la pioggia col suo ticchettare quasi armonico mi cullava verso la deriva, i miei ultimi
pensieri andarono ad Annie che, anche se fossi morta, non mi sarei meritata di incontrare e
abbracciare, e ad Elijah, da cui non sarei più tornata e che non mi avrebbe più portata a
prendere un tè mentre mi coccolava e scriveva poesie per me.
“Sei la mia Musa Vyvy” mi aveva confidato un giorno, accoccolati tra le coperte,
carezzandomi il viso e arricciando i miei capelli sottili e castani fra le sue dita affusolate “e per me sarai sempre il più bello tra i fiori”.
Fiori che non avremmo più raccolto. Fiori che non avrei più tatuato sulla pelle, simbolo di
tutte quelle piccole cose che mi avevano cambiata nel corso del tempo. Fiori che non mi
avrebbe più regalato, l’unico che si premurava di sciocchezze sdolcinate come queste. Ma io
le amavo così tanto e…io…
Non feci neanche il tempo a formulare la mia ultima richiesta, la mia ultima preghiera, che il
sonno mi avvolse e non sentii neanche la tempesta scatenarsi attorno a me.
Non sentii il vento, il frusciare delle fronde che cozzavano tra loro.
Non sentii i fulmini abbattersi senza pietà, ma sperai che qualcuno lo colpisse e gliela
facesse pagare per tutti i peccati che aveva commesso, la disperazione che ne era
conseguita e che aveva tormentato notte e giorno vittime, parenti e amici.
Non sentii neanche più il dolore nel corpo o la testa pesante e pulsante.
Non sentii rumori o urla, solo…il vuoto, finalmente.
Ero…in pace. Era tutto ciò che desideravo eppure…avevo fallito? Non ce l’avevo fatta?
L’ultima cosa che vidi fu, forse, uno dei pochi tatuaggi che non erano stati ancora profanati
né da lui, né da me stessa, né da qualsiasi altro agente: un gladiolo all’interno del polso
destro.
Possa la forza essere con te Vyvy. Possa tu combattere ogni avversità, sconfiggere ogni nemico, superare ogni ostacolo. Tu sei la mia eroina e sei una sopravvissuta: ricorda di sfoggiare con orgoglio la tua lama e affilarla sempre, cosicché nessuno possa farti più del male. La tua volontà è la tua forza: non abbassare mai la guardia e punta il tuo sguardo sempre verso l’orizzonte: lì risiedono i tuoi sogni, la tua vita e le tue speranze. Ma la tua forza dimora anche nella tua anima: non lasciare che quella fiamma si spenga, anzi alimentala, accrescila. Forgia lo spirito di una vera guerriera e sorridi. Sorridi perchè solo così potrai sconfiggere il male.
Ma perchè tutto riportava sempre a lui? Non ero una guerriera, non ero niente di tutto ciò
che mi diceva e con cui mi elogiava ed esaltava. Ero il nulla e nel nel nulla sarei tornata.
La mia fiamma si era spenta.
Avevo abbassato la guardia.
La mia lama si era spezzata.
L’eroina non era riuscita a sconfiggere i nemico.
Non ero sopravvissuta.
E nonostante subito dopo caddi tra le braccia di Morfeo, nel mio animo mi sentii piangere…

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