Incontro Daniela Rabia, giornalista e scrittrice, per fare due chiacchiere in “fase2″…

MLF: Daniela, ci siamo conosciute tempo fa durante la presentazione del libro di un amico comune. In quell’occasione mi parlasti del tuo romanzo “Matilde”. Lo acquistai e lessi. Cosa c’è di Daniela in Matilde, nel suo bisogno di trovar risposte?

DR: “Matilde. Non aspettare, la vita non ti aspetta” è la mia prima esperienza narrativa, nel 2015, che fa seguito alla pubblicazione di una raccolta poetica “Naufragio alla vita” del 2011. È chiaramente un romanzo autobiografico in cui la protagonista è il mio alter ego con qualche esagerazione o ritocco stilistico. Credo, o almeno nel mio caso è così, che si scriva anche per un bisogno di ricerca. Per cercare risposte, certo. Capita poi che gli scritti a volte rispondono a volte pongono altre domande e tracciano sentieri inesplorati fino ad allora. Matilde mi ha fatto scoprire tanti percorsi fisici per i paesi di Calabria e dell’anima, nei meandri della mia coscienza.

MLF: Ci vuoi parlare de “Le voci dell’Eco”?

DR: Le voci dell’eco è la mia opera del cuore. Nata osservando una magnolia in un giardino, nata da una sveglia suonata per caso alle tre di notte, terminata, non dico il falso, con un uccellino che mi è entrato in casa e si è andato a poggiare sulla foto di mia nonna materna in salotto. È la mia idea di rivincita della Calabria, di un giovane Goy che non scappa dalla sua terra ma resta per lottare e creare un futuro migliore per sé e per gli altri, trainato dall’amore verso una sua coetanea e dalle lezioni di vita di Berto un anziano compaesano di Speriolo. Ecco perché lo definisco il romanzo del cuore, perché ci vedo la salvezza della mia terra nell’intraprendenza giovanile, di una generazione che non aspetta la manna dal cielo che non può arrivare. Anche perché qui il cielo a volte ce lo hanno nascosto.

MLF: Da poco hai pubblicato un nuovo libro sullo stato d’animo di un ragazzo in questo terribile momento dove ci ritroviamo a convivere con il Covid-19. Presentaci il tuo libro.

DR: A un metro da voi, è nato con una velocità sconvolgente. Tanto quanto è stato sconvolgente per tutti noi l’essere stati invasi dal coronavirus. È uno dei primi romanzi, se non il primo in Italia, a trattare questo tema. Sono stati pubblicati saggi e racconti a riguardo. Si tratta ovviamente di un triste primato ed è l’unico mio libro a cui rinuncerei volentieri, perchè significherebbe rinunciare a questa pandemia. Epperò non possiamo chiudere gli occhi e cancellare quel che non avremmo voluto vivere per cui questo romanzo credo ci aiuti a raccogliere le sensazioni che abbiamo avuto e ad elaborarle col tempo. E ci invita al coraggio, alla fiducia nel futuro, alla speranza della ricostruzione perché come scrivo in chiusura “Perché la vita si percorre così: andando avanti nonostante tutto. Dimenticando e rammentando. Vivendo altra vita”. Dunque andiamo oltre e se possibile diventiamo migliori.

MLF: Sempre attiva e presente ad ogni evento culturale e di spettacolo importante: come ospite, come conduttrice, come premiata. Tre avvenimenti che ti sono particolarmente cari e perché.

DR: In realtà lo sono tutti gli avvenimenti che mi vedono partecipe perché io entro in ogni avventura con il massimo dell’energia, dell’impegno, della gioia e della delusione, non conoscendo per mia natura le mezze misure. Se però devo dirne tre vorrei legarli alle date che io non  metto mai nelle opere per non intrappolarle in un tempo ma che nella vita ci sono e fanno la differenza. Il 24 maggio 2007 dopo undici anni di malattia moriva mio padre. Ogni anno in quella data ricevo un dono che mi testimonia quanto il dialogo tra vivi e morti non lo spezzi una barriera blu di cielo o bianca e grigia  di nuvole. Un anno in questa data mi invitarono al “Gutenberg” al Liceo Classico di Catanzaro con Matilde, nella scuola dove avevo studiato, un’emozione indescrivibile. Un altro anno vinsi un premio sempre in occasione di questa ricorrenza per la mia scrittura in Calabria. L’ho vinto io? O lo aveva truccato il Cielo? E quest’anno il romanzo “A un metro da voi” doveva arrivare con un corriere domenica 24 maggio, ha ritardato un poco ed è pervenuto il 28 maggio. Ma è tutto sempre e solo un regalo da chi in vita ha potuto assistere alle lacrime dei momenti bui di chi ancora non aveva trovato la sua strada e oggi dall’alto guarda i miei sorrisi e sorride con me o forse li determina.

MLF: I tuoi impegni sono tantissimi, sempre in giro per lavoro, eventi e presentazioni. Come trascorri il tuo tempo libero?

DR: Facilissima domanda. Non ne ho. Cerco di recuperare il tempo perduto. Amo Proust tra l’altro. Non si può ritrovare questo tempo. Una canzone di Biagio Antonacci dice “I giorni persi sono giorni da rifare. Non è possibile rifare il non fatto quando era richiesto, ma si può fare altro. Mi piacciono le parole col suffisso ri: ricominciare, rifare, reinventare. Ci tento sempre, ogni giorno a ricominciare da capo.  E ad ogni buon conto la sfida all’impossibile mi affascina. Chissà che in un futuro romanzo non mi riesca di riacciuffare il mio tempo, quello passato, quello morto, quello sottovalutato, quello volato, quello mio e non mio.

MLF: La tua penna è stata definita intinta in poesia. Scrivi con l’anima e questo traspare in ogni parola dei tuoi romanzi e delle tue opere. Quanto è difficile “scoprirsi”?

DR: Alle volte è terribile scoprirsi. Altre è salvifico. In ogni cosa umana ci sono ombre e luci, bianco e nero, gioia e dolore. La vita è dialettica tra contrari e opposti che si avvicendano. Attraendosi tra loro? Non l’ho ancora scoperto. Aggiungo, se mi consenti, che al pari di quanto sia difficile scoprire gli angoli bui della propria anima sia problematico scoprire quelli degli altri che ci circondano, condizionandoci. La mia scrittura poetica nasce da una grande sensibilità che da un lato produce arte gratificandomi dall’altro mi lascia ferire proprio da quegli altri a cui non prendo in tempo le misure. Ma Pirandello raccontava del dolore misurato con un metro di misura umano. Non abbiamo il metro per misurare il dolore così come non disponiamo di quello per misurare gli altri. Ci sfugge sempre qualcosa. E forse è bene che sia così.

MLF: Cinque aggettivi con cui ti definiresti.

DR: Appassionata, visionaria e sognatrice (questo vale un aggettivo solo), onesta, coraggiosa, volenterosa oltre ogni limite.

MLF: Sei stata invitata a presentare un tuo libro. Un critico rinomato ti attacca recensendolo negativamente, come reagiresti?

DR: In realtà mi è accaduto, non ti rispondo immaginando ma con un racconto reale. Il primo lettore di Matilde me lo ha buttato a terra. Sulle prime ci sono rimasta male, non volevo più pubblicarlo. Poi ci fu un concorso letterario. Si richiedevano 120.000 battute. Il mio romanzo era stato scritto a mano su un quaderno in giro per i paesi di Calabria. Non volevo mettere distanza tra me e i luoghi o meglio tra me e le sensazioni dei luoghi. Ho ricopiato al computer e il romanzo era 120.000 battute esatte. Mi è sembrato un segno. Ho seguito il mio istinto e l’ho pubblicato. Rispetto la critica soprattutto se onesta e costruttiva ma non mi sconvolgerebbe oggi un parere negativo sulla mia scrittura. Certo cercherei di migliorare qualcosa seguendo gli spunti critici, ma non potrei stravolgere il mio stile narrativo. Tristemente noto una cosa che riguarda grandi scrittori oggi(chiaramente non m’inserisco tra loro), alcuni critici non ne sono all’altezza, non sempre e la loro penna coglie nel segno.

MLF: La Calabria è una terra che fatica a dar risalto ai propri talenti in ogni campo. Secondo te, cosa bisognerebbe migliorare nel promuoverli?

DR: Non voglio generalizzare ma la Calabria è una terra che alle volte non crede in se stessa e quindi nei propri frutti. Portata a guardare altrove più che al proprio. È bene guardare oltre e all’altro sicuramente ma è altrettanto bene valorizzare le proprie risorse. Io nel mio piccolo tento la valorizzazione degli autori calabresi recensendone le opere su riviste in cui curo la pagina letteraria o presentandone i libri in rassegne varie. La cosa che mi spiace di più è pensare che la Calabria possa scoprire  i propri talenti dopo morti e non sia capace di riconoscerli in vita. È un rischio che si corre ovunque intendiamoci. Il rischio però è maggiore ove ci si lascia condizionare da facili giudizi, da pregiudizi, da stereotipi, da circoli chiusi in cui credo fatichi a circolare la cultura, essendo essa necessitante del confronto col diverso. Quel diverso che talvolta si esclude. Non tutto e tutti sono inclusivi in Calabria, diciamocelo pure. E questo blocca la crescita e la scoperta di quel bello che non risponde ai nostri canoni. Ma ha davvero dei canoni la bellezza? Mi fermo, sto mettendo in discussione tanto. Spero solo si sia capaci sempre di più di allargare e non restringere gli spazi.

MLF: Daniela era ed è tuttora una sognatrice?

DR: Tra gli aggettivi con cui mi hai chiesto di descrivermi mi sono definita sognatrice e visionaria. Traccio una linea di confine tra i due aggettivi. Il sognatore potrebbe correre il rischio di chiudere il sogno in un’ampolla trasparente ma sempre limitata in uno spazio e in un tempo dato. Il visionario va oltre il sogno stesso e pone la basi per realizzarlo. Io mi sento a metà tra sogno e visione, tra sognatrice e visionaria. Imparo però ogni giorno da me stessa e dai miei passi a essere più visionaria che sognatrice.

MLF: Esiste sempre per un autore, uno scritto che appartiene più che mai, nato in un momento particolare della vita o che ricorda qualcosa di così intimo da esser considerato parte di noi più di altri. Ce lo vuoi citare e perché?

DR: Nella mia mente di bambina di otto anni si è scolpito il Pier Pasolini di Una vita violenta. Ero in casa di una zia, mi annoiavo e aprii un comodino trovandovi questo libro. L’ho letto, era scritto con caratteri piccolini. Ho fatto fatica a leggerlo ma m’incuriosiva. Mi sono innamorata allora di Pasolini. “Supplica a mia madre” letta da Luigi Lo Cascio che impersona Peppino Impastato nel film “I cento passi” è una delle scene che mi ha emozionata di più. Come tutto il film, come la figura di Peppino come il ricordo di una bambina di otto anni che s’incammina in una strada ignota che seguirà per tutta la vita, o almeno fino ad ora.

MLF: Tre desideri di Daniela da realizzare nel prossimo futuro?

DR: Essere felice, essere felice, essere felice…

Grazie Daniela e “buona vita”.

Maria Luana Ferraro per ScrepMagazine

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Maria Luana Ferraro
Sono Maria Luana Ferraro, consulente aziendale e mi occupo anche di finanza personale. I calcoli sono il mio lavoro, le parole la mia passione. Fin da bambina, anziché bambole e pentoline, chiedevo libri, quaderni e penne. A sei anni ho ricevuto la mia prima macchina da scrivere. Appassionata di letteratura italiana e straniera, il mio più grande sogno è sempre stato diventare giornalista. Sogno che, piano, si sta realizzando. Socia fondatrice della “Associazione Accademia & Eventi”, da agosto 2018 collaboro con “SCREPMagazine” curando varie rubriche ed organizzando eventi. Fare questo mi permette di dare risalto a curiosità e particolarità che spesso sfuggono. Naturalmente, in piena coerenza con ciò che è il mio modo di interpretare la vita…eccolo: “Quando la mente è libera di spaziare, i confini fisici divengono limiti sottili, impercepibili. Siamo carcerieri e carcerati di noi stessi. Noi abbiamo le chiavi delle nostre manette. La chiave è la conoscenza: più conosci, più la mente è libera da preconcetti e ottusità. Più la mente è aperta, più si ha forza e coraggio così come sicurezza. Forza, coraggio e sicurezza ti spingono a tentare l’impossibile affinché divenga possibile.”

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