Da alcune settimane il Mondo intero segue con molta attenzione l’evolversi della situazione di emergenza sanitaria causata dal diffondersi del CoronaVirus.

I mezzi di cui disponiamo oggi, le competenze acquisite nel tempo, la sapienza di medici e operatori del settore, ci consentono di vivere con apprensione ma fiducia una situazione complessa.

Non è stato sempre così. Nel passato sono state frequenti le epidemie di varia natura che hanno decimato la popolazione mondiale senza che la gente riuscisse a comprendere le vere cause del morbo e disponesse di mezzi adeguati per farne fronte.

Così, pensando, mi torna in mente la terribile epidemia di peste che arrivò nel 1348 in Europa dove causò 30 milioni di morti; per tale motivo è considerata la più grave epidemia di peste.

Il primo focolaio della peste fu sull’Himalaya, da qui passò in Cina dove venne registrata nel 1331, poi nella penisola di Crimea, a Caffa che era una colonia genovese.

A Caffa si imbarcò sulle navi che giunsero nel Mediterraneo diffondendo il contagio in tutta l’Europa e nell’Africa del Nord.

In quel momento non si comprese da dove avesse avuto origine la malattia, solo nel 1894 Alexander Yersin isolò il bacillo che da lui prese il nome di Yersinia pestis e fu lui a spiegare come si fosse diffusa la malattia.

Il bacillo è del ratto e viene trasmesso dalle pulci che hanno succhiato il sangue del topo, poi, pungendo l’uomo, gli trasmettono l’infezione.

I topi e le pulci viaggiavano con l’uomo nelle carovane e nelle navi che trasportavano merci, le precarie condizioni igieniche del tempo, la debolezza del corpo umano debilitato da un’alimentazione insufficiente, propagarono velocemente la malattia.

Fin qui le condizioni reali ma in quel tempo era molto vivo un immaginario che, in assenza di conoscenze scientifiche, si basava su dubbie teorie. Una di queste era quella miasmatica che sosteneva che la peste si diffondesse attraverso l’aria, o quella che sosteneva che un soffio uscisse dagli occhi del malato e si trasmettesse agli occhi di un altro infettandolo, o ancora, teorie astrologiche che trovavano credito anche in ambienti “colti”.

La cura principale era il salasso talvolta unito alle purghe che, si riteneva, togliessero dal corpo sostanze nocive, si consigliava poi di stare chiusi in casa e di non fare movimento perché questo avrebbe dilatato i pori facendo entrare nel corpo aria infetta.

L’isteria collettiva che si associò al contagio e alla paura andò alla ricerca dei colpevoli. I primi ad essere accusati furono gli ebrei rei di aver avvelenato l’acqua nei pozzi, molti di loro furono condannati a morte o massacrati nelle città dalla popolazione folle di paura e inferocita; pochi notarono che anche gli ebrei morivano di peste come gli altri. Portatori del morbo furono ritenuti anche i lebbrosi che con questa azione malvagia avrebbero voluto vendicarsi dell’emarginazione in cui erano tenuti a causa della loro malattia.

La peste del Trecento si arrestò qualche anno dopo ma rimase un male ricorrente e che periodicamente si ripresentava in qualche parte del mondo. Di questa pestilenza parlò Giovanni Boccaccio nel Decamerone, tre secoli dopo ci fu in Italia un’altra epidemia di peste ricordata da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, dove si racconta di Renzo Tramaglino scambiato per un untore da una vecchia a cui si era avvicinato per chiedere un’informazione. L’attenzione degli scrittori su questi fenomeni epidemiologici fu sempre alta, così riuscirono a descrivere magnificamente momenti in cui la Storia avrebbe cambiato il suo corso.

Sono passati secoli eppure alcuni atteggiamenti come la ricerca di un colpevole, in occasione di epidemie o disgrazie che si abbattono sull’umanità, si ripresenta nella mente di molti che seguono più le suggestioni emotive che un sereno ragionare evidenziando con il loro atteggiamento di voler soffocare la paura con la repressione della diversità.

E’ avvenuto questo solo pochi decenni fa, quando la conoscenza e il diffondersi dell’Aids ha fatto puntare il dito contro omosessuali e tossicodipendenti: i primi poiché avevano trasgredito la morale, gli altri colpevoli di aver fatto uso di droghe.

In occasione del Corona virus forse non c’è la caccia all’untore come in passato, quando l’untore veniva cercato e spesso ucciso, ma la televisione e i social rimandano l’idea di un ingiustificato sospetto nei confronti delle comunità cinesi che vivono in Italia. I loro negozi, i loro ristoranti prima molto frequentati appaiono oggi deserti, un semplice incontro in un caffè o per strada con due occhi a mandorla fa nascere diffidenza e un inquietante sospetto.

Come sempre avviene nella storia dell’umanità, il diverso ci fa paura e lo allontaniamo, lo emarginiamo, ci avviciniamo pericolosamente ad atteggiamenti razzisti.

E’ così difficile capire che un cinese, che non abbia avuto contatti con un portatore della malattia non sia diverso da qualsiasi italiano che si trovi nella stessa situazione?

Perché realtà e immaginazione che unite riescono tante volte a creare mondi bellissimi, in altre occasioni diventano una miscela inquinata da bassi sentimenti e irrazionalismi che portano all’emarginazione di intere comunità?

Non vorrei concludere così ma il mio pensiero torna a suggerirmi sempre la stessa idea: che il mondo cambia ma l’uomo no, resta preda di paure ancestrali che proprio perché sono custodite nel profondo della sua interiorità è difficile scardinare.

Leggere, studiare, informarsi (non su facebook), in una parola: cultura… forse è questo l’antidoto.

Gabriella Colistra

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