Cosa rimane dei nostri amori

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In questi giorni sospesi tra una sfilza di dati e una sfilata di carri militari che trasportano defunti lontano dai loro cari, non riesco facilmente a leggere, non riesco a trovare la serenità per allontanarmi dal luogo in cui mi trovo e imbarcarmi sulle pagine di un libro che mi trasporterà dove vuole o dove deve trasportarmi. Così è il mio rapporto con la lettura, forse poiché non posso uscire di casa, non riesco nemmeno ad uscire sulle ali di un libro.

Però ci provo e tra i tanti libri messi da parte, ancora da leggere, ne inizio uno. Mi attira la copertina che raffigura una vecchia 500, auto su cui sfrecciavo (si fa per dire) per l’Italia in anni lontani e felici, parcheggiata davanti ad una chiesa imponente mentre si intravede la via lastricata da grandi pietre, alberi e un cielo grigio e nuvoloso.

Il libro è di Olimpio Talarico e si intitola “Cosa rimane dei nostri amori, ed. Aliberti.

Inizio a leggere e nonostante il libro si apra con il racconto di un efferato duplice omicidio, la storia non mi coinvolge e poi, il paese, Caccuri, piccolo borgo calabrese di circa 1600 anime! Sto per abbandonare la lettura e su un social che frequento arriva la domanda: Dove vi sta portando il libro che state leggendo? Leggo le risposte: Parigi, Londra, New York, anche Istanbul e Atene. Ed io che scrivo, Caccuri? No, mollo social e libro.

Però, vorrei leggerlo, ho conosciuto l’autore quando il libro è stato presentato in una libreria nella mia città, nella dedica sul libro mi ha augurato: buona lettura. Devo leggerlo.

Ricomincio con un animo più leggero, mi lascio trascinare dalle parole e il piacere cresce, qualche parola è in dialetto, è il suono di una terra che amo, nonostante le sue mancanze; le parole mi coinvolgono.

Mi lascio trasportare nella festa di san Giuseppe del 1964, giorno in cui bancarelle piene di mastazzoli, dolci tipici locali, semplici giocattoli e palloncini sono addobbate in onore del santo. Dalle case giunge l’odore delle spezie usate nelle cucine in cui le massaie preparano il pranzo, mentre la processione percorre le vie del paese, accompagnata dalla banda musicale.

Mentre i festeggiamenti continuano, alla caserma dei carabinieri arriva una telefonata nella quale si comunica che è stato trovato il corpo di un ragazzo massacrato di botte e sgozzato. Indagini più precise attestano che i morti sono due, oltre a Saverio, il ragazzo, con un colpo di fucile è stata uccisa un’anziana signora che abitava poco distante dal luogo del ritrovamento del giovane ucciso. Quel giorno scompare anche Silvia, fidanzatina del ragazzo, una giovane bellissima di cui non si ha nessuna notizia per molto tempo.

Nonostante interrogatori ed indagini non si arriva alla soluzione del giallo e per molti anni non si saprà nulla. Il caso è insoluto, viene quasi dimenticato, sembra che lo ricordino, senza trovare pace, solo due persone. Una è Clotilde, mamma di Saverio, vedova e con quell’unico figlio, bravo, affettuoso che la proteggeva e la consolava dopo la morte del marito avvenuta nella miniera di Marcinelle, lontano da casa e tornato a casa, bruciato, in una cassa chiusa. L’altra persona che non dimentica è il padre di Silvia, il dott. Spadafora che continua il suo lavoro di medico condotto, con la morte e la disperazione nel cuore. Come si può sopravvivere alla morte dei propri figli?

Una svolta nella storia si ha molti anni dopo, quando, durante i lavori di ristrutturazione della chiesa del paese, vengono ritrovati i resti della giovane Silvia, data per scomparsa. Il caso viene riaperto e il padre di Jacopo, la voce narrante, viene accusato dei tre omicidi.

I mormorii, i bisbigli, le parole mute, i dolori sopiti, tutto torna a galla e rende più avvincente la storia, le indagini, l’analisi degli stati d’animo. Non dico altro della trama del libro che da un inizio tiepido mi ha trascinato con immenso piacere tra i vicoli del paese, piccolo sì, ma bellissimo.

Con Jacopo, la voce narrante, cammino tra i vicoli del paese sormontato da un castello e una torre imponente che sembrano fare la guardia al passaggio di persone e animali.

Il paesaggio collinare, le distese di ulivi, il fiume Neto che scorre indolente nella valle, il vento che a volte accarezza le vecchie pietre del paese a cui sembra voler sottrarre ciò che hanno visto ma restano mute, sono la casa di Jacopo che vive lontano ma sente che solo lì è al sicuro, solo lì ritrova il conforto della sua terra.

Poi, i colori dell’aria che cambia con le stagioni, la luce che disegna geometrie sui tetti e sulle strade ma soprattutto i profumi. Sono i profumi delle piante e dei fiori che si accentuano e sfumano con il passare delle ore e delle stagioni. Sono gli odori del bar, profumo di mandorle tostate e caffè, sono gli odori della cucina di casa, dei salumi appesi ad asciugare, sono odori di origano e olive, di resina e legno.

In questi elementi Jacopo cerca conforto, non crede che il padre abbia commesso gli omicidi di cui è accusato ma i dubbi sono tanti e gli indizi inquietanti.

<< L’odore di umidità e finocchietto selvatico. Lo splendore soffuso del castello. Ecco la Caccuri a cui chiedevo conforto. Perché un paese, per quanto male potesse averti fatto, per quanto te ne fossi allontanato, era casa tua, il luogo della costruzione, degli affetti. Lo era stato, tanti anni fa, e continuava ad esserlo ancora>>

Quindi, non solo un giallo, ma la prova di un intenso amore per un luogo, la lettura di Cosa rimane dei nostri amori è un’immersione dei sensi in un luogo incantato. Il libro mi è molto piaciuto, non porta in luoghi lontani ma conferma che, in ogni luogo della terra, gli uomini amano ed odiano, sono amici fidati o falsi, tradiscono e deludono allo stesso modo e per le stesse cose.

I paese di Caccuri dal 2019 è uno dei borghi più belli d’Italia, quando potremo uscire di casa, andrò a visitarlo.

Gabriella Colistra

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