Chioccia d’oro: la Biancaneve calabrese

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Chioccia d’oro: la Biancaneve calabrese

Questa fiabetta è una versione più originale della Biancaneve dei fratelli Grimm.

Per compiutezza e linearità della trama, nonché per quantità dei dettagli descrittivi, si tratta di una storia che spicca all’interno di tutti i repertori italiani.

Quanto agli elementi di singolarità, la fiaba è in grado di rivaleggiare con la ben più nota sorella maggiore tedesca – basti pensare anche solo al finale e al crescendo quasi teatrale con cui la matrigna cade nella trappola.

Ma procediamo senza tramare troppo contro la trama di quanto di seguito troverete, se vorrete leggermi:

Chioccia d’oro rimase orfanella di madre troppo presto: il babbo, dopo un po’ di tempo, decise di convolare a nuove nozze con un’altra donna, che era assai invidiosa della figliastra, perché più giovane e più bella di lei. Nella loro corte reale c’era una fontana incantata particolarissima, cui quotidianamente questa matrigna si appressava per assecondare tutta la sua vanità:

«Fontana d’oro, fontana delle mie brame

chi è la più bella di questo Reame?».

 (Vi ricorda qualcosa, questo motivetto!?) 

La fontana, in risposta, non esitava a replicarle:

«Mia cara regina, reginotta

in tutta onestà spicca Chioccia d’oro,

mentre tu, al confronto, sei una pera cotta!».

Di fronte ad un’asserzione di questa risma, non poté covare invidia e rabbia ogni giorno di più, non sapendo come rimediare per poter essere all’altezza della sua competitor (si dice così, per rendere più mediatica la cosa, o sbaglio!?).

Alla fine non ce la fece più a trattenere quella brutta smania: chiamò due soldati fidatissimi ed ordinò loro di rapire la giovinetta e lasciarla su un monte, lontano dal paese tredici giorni di cammino, era il minimo per quel massimo affronto! Lesa maestà estetica, in tempo di fiabe, ahinoi!

Che brutte cose fa fare la gelosia, va detto, per continuare!

Sola soletta, l’altra non disperò: cercò di farsi coraggio come poteva.

Si mise in cammino, finché non raggiunse una casina: la porta spalancata la invitò a rifugiarvisi come tetto, cui la santa Provvidenza sembrava averla destinata a conforto delle sue lacrime. Preparò da mangiare, rassettò per terra, rifece i letti che, per la cronaca, erano quattro ed infine si nascose in attesa di scoprire chi fossero ad abitare quella garbatissima casetta su uno sparuto cocuzzolo, dimenticato da Dio, questa era la sua suggestione!

Ed ecco degli gnometti avvicinarsi con passo felpato ed arrestare il cammino, di botto, sull’uscio della loro abitazione: era chiaro che qualcuno li avesse preceduti, ma chi mai sarebbe potuto esserci lì!?

Alla fine Chioccia si sollevò dal nascondiglio e si presentò in tutta la sua beltà: loro se ne innamorarono fino a diventare i suoi bodyguard di fiducia.

Intanto la matrigna faceva la sua comparsa (ancora una volta!) di fronte alla solita fontana della sua Reggia:

«Fontana d’oro, fontana delle mie brame

chi è la più bella di questo Reame?».

(ah ridaje!!!)

«Mia cara regina, reginotta,

Chioccia d’oro è in mezzo ai viottoli,

sempre la più bella tra i nanerottoli».

E lei? Livida, gridò vendetta. Per vendicarsi, ingaggiò una vecchina, con un anello incantato, che le raccomandò di mettere al dito di quella miserella: prescrizioni che andarono a buon fine, facendo cadere, Chioccia, a terra, marmorea.

Nel frattempo i nanetti se ne tornarono a casa e, appena entrati, trovarono la loro beniamina lunga lunga sul pavimento, trasformata in una statua di marmo.

Cerca cerca, dalla testa ai piedi, videro che portava uno strano monile al dito: d’istinto glielo levarono, facendola tornare in vita, tra la contentezza dei presenti, che le stavano attorno come fanno i pulcini con la chioccia.

La matrigna, tornando un’altra volta a lei, andava ripetendo la stessa solfa a quella povera fontanella e questa, di rimando, financo estenuata, le rispondeva:

«Mia cara regina, reginotta,

Chioccia d’oro è la più bella e non è morta».

Apriti cielo e spalancati terra! Pronta un’altra vecchietta con un nastro fatato che le ingiunse di metterle intorno al collo, per sortire l’effetto del tentativo fallito, per sua sventura! «Signorina, ho perso la strada e non so più come tornare a casa mia. Ho fame e freddo, ché mi sono persa e vado camminando da stanotte».

Con espressioni pietose quest’anziana presenza fece breccia nella pietà della giovincella, che non esitò a rifocillarla e a sistemarle su un confortevole divanetto, soprattutto per darle un’adeguata postura a quella schiena rotta da un percorso tanto lungo ed acciottolato. «Signorina, sapete, sono una povera donna, e siccome non ho altro, vi dò questo bel nastro: mettetelo al collo, per ricordarvi di me in futuro».

Chioccia d’oro si lasciò abbindolare da quelle stucchevoli malie e se lo attorcigliò in segno di tenerezza.

In un attimo si sentì le vertigini e «cadde come corpo morto cade», proprio come Dante, eh già, un Inferno, mannaggia!

I nanerettoli accorsero in suo aiuto, facendola riprendere, dopo averle levato l’indumento responsabile di quel maleficio.

La matrigna, dal canto suo, troppo presto rincuorata, comparve di nuovo al cospetto della solita fontana (con il consueto disco rotto, che noia!), per sputare fuoco e veleno peggio di una draghessa, quando sentì scandire in modo chiaro e stentoreo:

«Mia cara regina, reginotta,

Chioccia d’oro è la più bella e non è ancora morta».

A quel punto, maledicendo tutto il creato, per averle umiliata così tanto, mettendole di fronte un’antagonista di questo genere, stabilì di chiudere la questione con le sole sue forze. Mise a cuocere nel forno una cesta di frutta di stagione, con dentro un bel concentrato di cicuta, a garanzia dell’epilogo di Socrate, che con quella era schiattato: questa malefica sofista s’incamminò verso quell’altura per far precipitare in basso la propria nemica.

Nelle viscere della terra, perbacco, sì! Giunta a destinazione, per non dare all’occhio, le si presentò da fruttivendola: «Chi vuole una pera cotta!? Sapeste quant’è zuccherosa!».

Chioccia d’oro, che era «cannaruta», diede giusto un morso, cadendo supina tra spasmi dolorosissimi. «Ah, finalmente!», disse quell’arpia, filando via, prima di essere colta colà in flagranza di reato.

Questa volta, per rianimarla, era veramente dura: fu chiamato, per la spiacevole circostanza, un Principino che, avendone ammirato la bellezza, se la portò in calesse dritta dritta al palazzo reale.

Per strada, sballottata dalla carrozza, Chioccia d’oro, che pareva morta ma non lo era, vomitò la peretta, tornando di nuovo in salute, come se per tutto quel tempo avesse solo dormito. E il figlio del re di fronte a cotanto splendore fu incendiato dal suo rinascente fulgore, tanto da proporle, la pera cotta era lui, a questo punto, di sposarlo quanto prima.

C’è da dire che anche lui non era male e che l’assenso reciproco fu più facile del previsto. I due si sposarono facendo un gran banchetto con tutti i re, i marchesi ed i conti. A quel convito vennero pure il padre e la matrigna di lei, senza sapere che a sposarsi sarebbe stata propria sua figlia, la figliastra, intendo dire!

Ci fu, quindi, un bel pranzo e, dopo che tutti ebbero mangiato e bevuto, lo sposo avvertì i convenuti: «Ora vi voglio raccontare una bella storia; ma prima bisogna chiudere la porta, così chi è dentro non potrà più uscire».

La matrigna, che aveva la camicia linda e la coscienza sporca, guardò meglio la sposa, che si mostrava più bella del sole, sentendo pian pianino quanto le fosse familiare. Più la scrutava e più riconosceva il volto della figliastra: sì, era proprio lei, senz’ombra di dubbio! «Ora m’ammazzano», pensò.

Senza aspettare altro, il Principe svelò le generalità di sua moglie, evidenziando, per benino, tutte le disavventure da lei patite.

A un certo punto la Reginotta, sotto lo specchio di tutti (riflettori, pardon!), si mise a gridare tutta spaventata: «Apritemi la porta, non ce la faccio più, vi prego!».

Chioccia d’oro, alzatasi dalla seggiola, si avvicinò al padre, baciandogli le mani: «Padre mio, padre mio!».

Poi si voltò verso la matrigna, dicendo: «È questa la donna che mi ha mandato coi soldati su quel monte, e poi ha fatto di tutto per ammazzarmi! Ma che cosa le avevo fatto di male io, povera innocente!?».

Al che il padre, che l’aveva pianta per morta, credendo agli evidenti imbrogli perpetrati ai suoi danni dalla seconda moglie, si mostrò tutto contento di riaverla al suo fianco: «Figlia mia, cosa vuoi che facciamo a questa donna snaturata?».

La figlia non voleva manifestarlo così apertamente, ma poi, incoraggiata da tutti i presenti, disse: «Per tutto il male che mi ha fatto e che mi continuerebbe a fare, meriterebbe di essere trascinata dalla coda di un asino per il mondo intero. Ma lascio fare a voi, la giustizia non è in mio potere!».

Così la briccona ebbe la pena che si meritava, facendo una brutta morte.

Non è che la chirurgia estetica, oggi, può creare altrettanti mostri?

Me lo sono chiesto in barba a questa fiaba.

Oh, donna baffuta sempre piaciuta…recitava la mia nonnina, che di peli superflui ne contava ben pochi, comunque!

(rid. Letterio Di Francia, Re Pepe e il vento magico / Fiabe e novelle calabresi, Roma 2015, pp.103-111)

A cura del Prof. Francesco Polopoli

Clicca il link seguente per leggere il mio articolo precedente:

La bugia… un bel Canzoniere! Di Francesco Polopoli

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