Donne dallo spirito libero
sempre esistite, sempre incomprese
C’è stata un’epoca in cui una donna, nel profondo Sud dell’Ottocento, decideva di non sposarsi.
Sceglieva di lasciare la casa paterna a quarant’anni — atto scandaloso per una nobildonna — e trasformava le proprie stanze in un cenacolo di intellettuali.
Studiava latino, greco, matematica e filosofia, senza chiedere il permesso a nessuno.
Scriveva versi, corrispondeva con le menti più illuminate d’Italia e veniva accolta nell’Arcadia di Roma con il nome di Arminda Lesbiense.
Quella donna era Giovanna de Nobili di Catanzaro.

La sua storia è la prova che le donne dallo spirito libero non sono un’invenzione recente: ci sono sempre state.
Così come ci sono sempre state l’incomprensione, l’ostilità e quella sottile “violenza educata” che tenta di spegnere la vivacità intellettuale femminile.
Nata tra il 1775 e il 1776 a Catanzaro, Giovanna crebbe in una famiglia nobile, ma fu la madre, Chiara Cavalcante, a garantirle un’istruzione che, per l’epoca, era quasi un atto di ribellione.
Mentre le sue coetanee venivano educate al silenzio e alla cura della casa, lei imparava il greco e leggeva i classici.
Quella sete di sapere non l’abbandonò mai; anzi, divenne la cifra della sua esistenza.
La sua intelligenza era brillante e, per questo, scomoda.
Quando decise di vivere da sola per dedicarsi interamente agli studi, molti la giudicarono eccentrica, forse persino “folle” — un aggettivo che da secoli viene affibbiato alle donne che osano tracciare un percorso autonomo.
Ma lei non indietreggiò.
Fece della sua casa un luogo aperto al dibattito e un punto di incontro per letterati e patrioti, anticipando di decenni il ruolo dell’intellettuale pubblica.
In un’epoca in cui viaggiare era un’impresa per una donna sola, Giovanna costruì una fitta rete di corrispondenze: le sue lettere attraversavano l’Italia, portando la sua voce laddove il suo corpo non poteva arrivare.
Eppure, per molto tempo, il suo nome è rimasto confinato in una memoria locale.
Le donne che non si piegano pagano spesso il prezzo dell’oblio, liquidate nei libri di storia come figure “bizzarre” o “troppo colte per essere donne”.
Trovare le poesie di Giovanna de Nobili non è immediato, poiché la sua produzione è rimasta a lungo manoscritta.
Tuttavia, grazie al lavoro di recupero critico (specialmente della professoressa Annalaura Rotella), oggi possiamo citare i pilastri della sua produzione letteraria:
- Le Rime: Una raccolta che spazia dai temi arcadici a riflessioni più intime e filosofiche.
- Gli Inni e le Odi: Componimenti in cui emerge la sua profonda cultura classica e il legame con la tradizione poetica italiana.
- L’Epistolario: Forse la parte più affascinante della sua produzione, che testimonia lo scambio intellettuale con figure del calibro di Vincenzo Monti e altri accademici del tempo.
- Componimenti d’occasione: Poesie scritte per eventi pubblici o per celebrare figure della cultura calabrese, che dimostrano il suo impegno civile e sociale.
Ancora nel XXI secolo, la vivacità intellettuale femminile viene talvolta percepita come una minaccia.
A chi pensa con la propria testa viene ancora chiesto di “moderarsi”.
Le strategie sono cambiate — meno esplicite, più subdole — ma la sostanza rimane: il tentativo di ricondurre il talento dentro un perimetro accettabile.
Eppure, le donne indipendenti continuano a esistere.
Lo fanno come Giovanna De Nobili, con la forza di chi sa che la libertà intellettuale non si chiede, si prende.
Oggi a Catanzaro un istituto superiore porta il suo nome, ma la sua vera eredità non è solo nelle targhe di marmo.
È in ogni donna che sceglie di studiare ciò che vuole e di non chiedere scusa per la propria intelligenza.
È nella consapevolezza che la fatica di essere libere non è mai stata vana: perché le donne dallo spirito libero ci sono sempre state e sempre ci saranno.
Esistono, resistono e, con la loro esistenza, aprono sentieri per chi verrà dopo.
Letizia Caiazzo







