Carlo Carrà “La musa metafisica” (parte prima)

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CARLO CARRÀ (parte prima)
“La musa metafisica”, 1917. Olio su tela, 90 X 66 cm.
Milano, Pinacoteca di Brera.

Carlo Carrà nasce a Quargnento in provincia di Alessandria l’11 febbraio 1881.

Inizia come decoratore, quindi studia all’Accademia di Brera.

Risente dapprima l’influenza delle scuole romantiche lombarde e piemontesi ed ha poi una breve esperienza divisionista.

Nel 1910 incontra Marinetti e Boccioni e decide di lanciare un manifesto ai giovani artisti: è la nascita del “Futurismo” al quale Carrà partecipa attivamente con diverse opere tra cui “I funerali dell’anarchico Galli”.

Tra il 1915 e il 1921 terminata la fase “futurista” si accosta all’arte “metafisica”.

In questo periodo è il capolavoro “La musa metafisica” (nella foto).

Dopo il 1921 si riallaccia a Cézanne, a Giotto, alle scuole romantiche, in una pittura prevalentemente di paesaggio e natura morta.

Il 13 aprile del 1966 Carrà muore a Milano.

“LA MUSA METAFISICA”

Prima di descrivere il dipinto cerchiamo di spiegare il significato della pittura “metafisica”.

La parola metafisica significa <<ciò che va oltre le cose fisiche>> cioè le cose reali. Le figure, gli oggetti, i paesaggi, hanno un significato diverso, sembrano reali ma non lo sono.

I caratteri fondamentali della pittura “metafisica” sono: rappresentazione di immagini che conferiscono solitudine, un senso di mistero e di sogno.

Assenza di personaggi umani: al loro posto vengono rappresentati manichini, statue e personaggi mitologici.

Molto spesso le scene si svolgono al di fuori del tempo, perché l’opera darte deve espimere uno stato di sogno.

Le ombre, vedi anche De Chirico in moltissime sue opere, vengono rappresentate lunghissime rispetto alla luce del momento… ed ora entriamo nei dettagli de…

“LA MUSA METAFISICA”

In un interno, una costante nella pittura “metafisica” di Carrà, sono mostrati diversi oggetti.

Oggetti dalla natura misteriosa e all’apparenza indecifrabili ma che riempiono una stanza deserta e sono disposti con prospettive diverse.

In questo dipinto, sorprende, in primo piano, un grande manichino che sembra animare lo spazio.

Nonostante la sua presenza statuaria, all’apparenza una statua in gesso, raffigura una giocatrice di tennis che tiene nella mano una racchetta e una pallina.

La testa è quella di un manichino da sartoria.

Indossa un golfino chiuso con il primo bottone sul davanti. Una cintura stringe la gonna dalle molte pieghe.

Verso il fondo un prisma colorato, la cui punta non è visibile, forse perché non esiste o forse perché, perforando il soffitto si è sottratta alla vista.

Alla sua destra vi sono dei pannelli verticali che raffigurano architetture disegnate.

Sempre a destra vediamo una scatola contenente una carta geografica dell’Istria che riproduce una parte di terra che confina con il mare.

Il bersaglio da tiro a segno, allude ai campi di battaglia della Prima guerra mondiale.

Sul fondo della stanza sinistra un muro è interrotto da un’apertura mentre nel centro si vede una croce.

Lateralmente vi sono delle pareti e su quella di destra un’apertura dalla quale si intravede un fondo oscuro.

Il pavimento pare un palcoscenico in legno.

Le superfici della stanza, i muri e il soffitto sono colorati con un grigio medio.

Il pavimento a listoni e alcuni altri particolari come il basamento del manichino e l’arredo, che si intravede a sinistra, sono dipinti in ocra.

Il manichino è bianco con chiaroscuri grigi. Gli unici color. evidenti sono il rosso e il verde. Tra i due vi è un forte contrasto di complementarità che li fa ulteriormente risaltare.

CONCLUDENDO:

L’illuminazione è ideale e modella le figure come fossero oggetti separati. La luce proviene da destra, leggermente frontale e crea delle lunghe ombre scure sul pavimento e sugli oggetti.

Metafisica appunto…

Bruno Verganie

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