Dico spesso ai miei alunni, agli amici interessati, in alcuni incontri culturali che una delle caratteristiche più affascinanti de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni è la costruzione psicologica dei personaggi, non solo quelli principali ma tutti gli altri che si incontrano nel romanzo.

Come non considerare dei capolavori i tratti psicologici della Monaca di Monza e dell’Innominato, oppure la coerenza caratteriale di Don Abbondio. Ma ciò che colpisce è la straordinaria bravura dello scrittore a sottolineare la psicologia anche di figure che rappresentano nell’ economia dell’opera niente più che comparse.

Per esempio la madre, il padre e il bambino che incontriamo durante l’episodio dell’assalto ai forni, carichi di pani e farina: in poche righe il Manzoni delinea il carattere di ognuno dei tre; e cosa dire della meschinità psichica del padre di Geltrude, delle illusioni di Don Ferrante e delle poco illuminate e distorte convinzioni di sua moglie, donna Prassede.

A mio parere il parterre caratteriale e psicologico del romanzo manzoniano rappresenta un palcoscenico sociale universale e senza tempo. Da questo punto di vista un precedente letterario lo possiamo riscontrare nel “Decameron” di Boccaccio e nella scrittura del personaggio della Pisana, protagonista del romanzo “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, per restare nell’ambito della letteratura italiana.

Mai come in questi giorni, in cui “il regime” attualmente al potere vuole realizzare una società di mediocri acritici impauriti e di conseguenza sottomessi, questi capolavori possono rappresentare una speranza e un invito al risveglio intellettuale e morale.

Tommaso Cozzitorto

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