Hans Muller era il figlio primogenito di una coppia di contadini berlinesi.

Aveva trascorso la maggior parte dei suoi anni a stretto contatto con quella che egli stesso definiva “la parte più genuina del creato”, ricca dei migliori frutti che la terra clemente potesse offrire e detentrice del più bel cielo che l’inventiva umana fosse stata capace di immaginare.

Nessuno avrebbe mai scommesso una solo dollaro su quello che il ragazzo, alcuni anni dopo, sarebbe diventato.

Quando sua madre lo vide per la prima volta, impettito e fiero nella sua divisa da militare, non seppe comprendere con facilità se, il forte desiderio di versare copiose lacrime fosse dovuto al sentimento di gioia per la nuova occupazione del figlio o se derivasse, piuttosto, da un senso marcato di disperazione, scaturente dalla presa di coscienza dell’avvenuta fine degli anni della sua beata  innocenza.

Hans veniva quotidianamente a contatto, ormai da tempo, con polverose e cupe atmosfere sovrastate da interminabili ed asfissianti ondate di fuliggine.

Quella mattina di dicembre, i vagoni del treno che sostava presso la stazione affollatissima, apparivano come delle mastodontiche entità senzienti.

Pareva quasi che spalancassero le enormi e temibili fauci, al fine di ingoiare un’inquantificabile numero di anime, da traghettare verso mete ignote.

Parecchie donne erano state allontanate dai rispettivi consorti.

Un pianto sommesso ma dilagante assillava esclusivamente gli orecchi sensibili di coloro i quali sapevano ascoltare.

Per tutti gli altri vigeva soltanto un assordante ed innocuo silenzio.

” Sono Aglaia Muller!”

Una voce garbata fece irruzione nel bel mezzo del dramma.

Due alti ufficiali, con atteggiamento riverente, lasciarono che la ragazza si spingesse in direzione dei binari.

Hans vide la moglie avanzare verso di lui.

” Avevo pensato che ti facesse piacere una mia visita.”

Il militare modificò in negativo, immediatamente, il suo sguardo: “ti avrò detto un milione di volte che questo non è un luogo per te.”

Aglaia non disse nulla e fu colta da un’ improvvisa sensazione di disagio.

Innanzi ai suoi occhi si susseguivano le immagini di un inferno terreno e le parve di scorgere nettamente , sullo sfondo del tragico scenario, i marcati cenni di un orizzonte d’orrore.

“Hans, dove li stanno portando?”

” Vai a casa, Aglaia. Vai a casa, amore mio”.

Dicembre, algido e desolato, recava con sé l’ignobile marchio impresso dalla viltà.

Non basterebbe una vita intera per capire.

Non esiste un motivo ammissibile, non uno accetabile, men che mai si intravedono barlumi di ragionevoli moventi.

Le cose che non capiamo subiscono gli effetti di un interminabile esilio presso gli angusti, spopolati e sperduti anfratti della memoria.

E se dopo tanto tempo ci fermiamo anche solo per un istante a ricordare, non vuol dire affatto che abbiamo finalmente compreso.

Significa piuttosto sperare che la puntuale rimembranza, accompagnata da una buone dose di conoscenza, conceda almeno ai nostri figli il privilegio di pervenire, prima o poi, ad anelate risposte.

Persino l’angolo più recondito del lager di Auschwitz urla dolore e rabbia.

Qualcuno, a distanza di molti anni, annientato nell’animo da un vuoto incolmabile, probabilmente, avrebbe scritto così:

Quando la vita passò per Auschwitz
si fermò incuriosita all’ascolto della parola “campo”.
In un lampo le si palesarono innanzi verdi distese immerse nell’immaginario
e in questo scenario idilliaco e dalla denominazione fuorviante
si inoltrò come un viandante nei meandri della realtà inaspettata,
accompagnata da sottili certezze ed avvolta in un caldo ed elegante paltò.
Ma quello che la vita trovò, al posto di un borgo assolato,
fu l’incedere desolato ed offeso brutalmente
di troppa povera gente che arrancava con miseria, tra un’ indicibile amarezza
ed il frastuono insopportabile di un desueto scrosciar di ossa.
Per quanto la vita possa amar visceralmente ogni figlio generato dal suo grembo,
raccolse ogni lembo delle vesti che strisciava sull’arido terreno
e, in un baleno, lasciò suo malgrado che svanisse ogni sua traccia,
sorpresa all’improvviso da quell’orrida minaccia che impietosa le sottrasse
la beltà dell’esistenza e la costrinse a dileguarsi inerme,
in preda al fallimento e ad un senso di impotenza.

Maria Cristina Adragna

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

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