Rosetta Catalanotto e le Caramelle Carruba di Vito Falco

Il carrubo, un albero che da bambino mi ha sempre affascinato.

Già, da bambino!

L’ho scoperto a circa sei anni recandomi con mio padre in bicicletta, una mini bici, presso un nostro terreno.

Lungo la strada, sterrata, polverosa e ricca di insidie per le continue buche di cui era disseminata, ce n’erano due.

Ci sono ancora.

«Papà», dicevo con un filo di voce, «sono stanco, fermiamoci un attimo per un riposino.»

«Dai, dai, un altro piccolo sforzo e raggiungiamo il primo di un albero sempre verde dalla chioma espansa e avrai la possibilità di respirare un po’ di fresco, riposarti e ammirare un pezzo incantevole della nostra natura», aggiungeva mio padre. 

E così fu!

Ancora un chilometro…

L’albero si mostra in tutta la sua esuberanza e il mio sguardo si lascia intrappolare dal verde di una grande chioma che non avevo mai visto, nonostante fossi circondato da mattina a sera dall’immensità della campagna del mio piccolo paese natio.

Mi fermo, butto a terra la bici, lo abbraccio, lo bacio non una ma tante tante volte, mi distendo per terra sotto la sua ombra e i miei pensieri si inanellano e si avvinghiano ai rami per scoprire il nome della pianta e dei grandi baccelli che pendolano tra le foglie.

Nulla, anche perché il mio vocabolario era ancora scarno.

Mi viene incontro il mio papà: «l’albero si chiama carrubo, il frutto carruba.»

«Grazie, papà, dai andiamo…»

«Certo, anche perché a breve raggiungiamo il secondo carrubo molto più grande e molto più bello di questo per come si è attorcigliato intorno a se stesso quasi a volersi proteggere dalle intemperie e dalle rughe del tempo…»

Bici inforcata e a tutto pedale, di corsa per scoprire la seconda meraviglia.

E il mio papà non aveva torto.

L’immensità del bello, quasi del sovrannaturale, si piazza sulla mia sinistra e mi avvince.

Quel fascino solca il mio animo, si incunea nei meandri più profondi del mio cuore e diventa, da allora, meta dei miei viaggi quando avverto la necessità di riflettere e stare solo con me stesso.

Fascino, sensazioni, emozioni, ricordi che riaffiorano con foga inusitata leggendo “Caramelle Carruba”, romanzo di Vito Falco, scoperto grazie a un felice suggerimento ricevuto da Rosetta Catalanotto, una mia amica di Castelvetrano.

Fiore: Ciao, Rosetta, da quando conosci Vito?

Catalanotto: Ho conosciuto Vito alla presentazione del suo primo romanzo, “Intervalli di Terza Maggiore”, che se non l’hai ancora letto te lo consiglio.

E’ un libro particolare  che tratta vari temi: amore, amicizia, adolescenza, scuola.  

Con un sottofondo di buona musica, sono  certa che lo apprezzerai. 

Grazie a questo libro  divento una fans di Vito, tanto che,  dopo averlo letto, gli scrivo le mie impressioni e aggiungo che avrei atteso con impazienza il secondo romanzo che poi fu “Caramelle Carruba”.

Mai avrei immaginato che sarei stata io a presentarlo

Devo dire che per me è stato un grande onore oltre che un piacere.

Fiore: Assodato che ami la lettura, cos’altro ami fare?

Catalanotto: Non ti nascondo che vorrei dirti: “amo dipingere, amo suonare il violino e il piano”.

Purtroppo non è così, sono una vera schiappa, come dice mio figlio!

In compenso, però, come giustamente dicevi tu, adoro leggere, sempre e comunque, quando ho un attimo di pausa, quando sono un po’ giù e soprattutto dopo una lunga giornata di lavoro non vedo l’ora di immergermi nelle storie che nascono dalla fantasia delle persone che “si nutrono di mondo”. 

E poi adoro viaggiare, lo farei sempre: però detesto preparare la valigia. Se potessi partirei senza alcun bagaglio e comprerei tutto il necessario appena arrivata.

Lo so è una cosa insensata, ma potendo lo farei! 

Fiore: Qualche cenno biografico di Vito Falco?

Catalanotto: Vito nasce a Castelvetrano, trascorre la sua infanzia a Poggioreale sino al giorno del terremoto, domenica 14 gennaio 1968,  per trasferirsi a Castelvetrano dove frequenta il liceo, dopo qualche mese vissuto a Caltanissetta.

Oggi vive a Menfi e insegna a Palermo, ai detenuti della Casa Circondariale “Pagliarelli”, “Scienza e Cultura dell’Alimentazione” presso l’I.P.S.S.A.R. “P. Borsellino”.

Maratoneta e appassionato di musica, suona da autodidatta il clarinetto e il sax.

Fiore: Torniamo ai prodromi dell’onore, del piacere e delle emozioni che ti toccarono in occasione delle presentazioni a Menfi di “Caramelle carruba”, finalista al Premio internazionale di Letteratura Città di Como 2018, nell’ambito della manifestazione del settembre scorso “Federiciando: nel segno della cultura”, organizzata dall’Istituzione Culturale Federico II di Menfi con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale e presso il Pensiero Contemporaneo nelle vicinanze del Parco Archeologico di Selinunte.

Catalanotto:  Come ti ho detto prima “Intervalli di Terza Maggiore”, vincitore della quinta edizione del premio letterario della Provincia di Catanzaro “Parole nel Vento”, riservato ad opere inedite di narrativa, è il responsabile piacevole del tutto.

E’ lui che mi ha scelto.

Sai, ho sempre creduto che siano i libri a sceglierci, a me capita spesso.  

Quando entro in libreria e non so cosa comprare, perché quasi mai  vado con dei titoli o nomi di autori,  guardo, osservo, leggo e compro  libri che balzano sotto i miei occhi per caso, mentre vago rapita  tra gli scaffali come successe con “Intervalli di Terza Maggiore”. 

E sempre a proposito di “caso”, c’è una cosa che facevo da piccola e continuo a fare: penso ad una domanda, apro un libro e leggo una frase o un passo, quello che leggo spesso è una risposta, uno spunto utile,  prezioso in un momento particolare  o inaspettato. 

Fiore: A proposito, ti piacciono le caramelle di carruba?

Catalanotto: No! Purtroppo non amo mangiare le caramelle di carruba. In compenso però ho completamente sciolto in bocca il romanzo “Caramelle carruba” e ho ugualmente colto  il sapore di “questi angoli” meravigliosi della nostra isola che insieme a Ballarò, il luogo che meglio esprime l’anima multiculturale di Palermo, il mercato che è riuscito a mantenere il carattere dinamico e colorito di un mercato popolare;  a Selinunte con il suo parco archeologico e a Poggioreale, la Ghost Town della Valle del Belìce sono le colonne portanti dell’ambientazione del romanzo di Vito Falco.

 Fiore: Le bellezze dei luoghi in cui è ambientato il romanzo crea particolari rimandi con la sua trama. Vero?

Catalanotto: Sì,  certo! Vito in “Caramelle Carruba” descrive le bellezze di Selinunte e Poggioreale in modo intimo, mostrando un grande amore per quei luoghi che conosce bene e che sicuramente hanno avuto una certa influenza sul suo modo di essere.

Con  Poggioreale  riesce  a fare una cosa bellissima: ne coglie la memoria e lo salva dall’oblio.

Fiore: Ci sono scrittori metodici e dotati di molta disciplina, che stilano scalette e rileggono mille volte il loro scritto; e autori che istintivamente buttano giù frasi su frasi fino a scrivere un romanzo.

Secondo te che tipo di scrittore è Vito Falco?

Catalanotto: Vito è un uomo con la passione per la scrittura, un narratore metodico che prende appunti, elabora, rielabora, corregge, taglia, aggiunge; lui stesso dice di impiegare molto tempo alla stesura dei suoi libri.

Fiore: Lo stile di uno scrittore è come il DNA di una persona. Se avessi letto “Caramelle Carruba” senza il nome e cognome dell’autore lo avresti attribuito a Vito Falco? E se sì, perché?

Catalanotto: Sì, per il suo stile chiaro, semplice, vicino alla realtà, ma soprattutto perché dotato di grande naturalezza comunicativa e scorrevolezza che cattura e accompagna il lettore.

Il romanzo si legge tutto d’un fiato grazie alla scrittura fresca, sobria e immediata e i suoi personaggi potrebbero essere i nostri amici o vicini di casa.  

In sintesi: Vito Falco si legge tutto d’un fiato perché ama porsi in maniera diretta e senza cornice! 

Fiore: Trovo fondamentale ed essenziale che “Caramelle Carruba” abbia sollevato il problema della umanizzazione delle carceri che vivono una situazione di fatiscenza e mancanza di spazi per le attività educative e sociali propedeutiche per la rieducazione che risulterebbe di grande utilità  al detenuto tornato in libertà.

Catalanotto: Hai assolutamente ragione. Sono dell’avviso che la pena non deve mai scivolare verso la vendetta: chi commette un reato non è un nemico da abbattere né tantomeno da umiliare e trattare male.

Lo stesso Papa Francesco nella Giornata Giubilare dedicata ai detenuti ha proposto un cambio di marcia per far sì che al centro della questione penale venga messa la dignità umana del carcerato.

 Fiore: Altro aspetto positivo che ho trovato in Caramelle Carruba il fatto che l’autore offre dei personaggi che non hanno “la puzza al naso” ma sono figli, fratelli, sorelle di gente che incontriamo ogni giorno, soprattutto nelle nostre periferie o nelle nostre piccole comunità con cui è piacevole fermarsi a parlare per una chiacchiera o un aiutino psicologico e anche materiale e abbattere la solitudine.

Catalanotto: Infatti, “Caramelle carruba”, e a te non sarà sfuggita questa interpretazione del romanzo, è la storia di due solitudini che si incontrano, quella di Francesco, ex recluso in stato di sorveglianza post detenzione che ha ancora qualche “sospeso” con il passato  e quella di Anna, giovane ex sportiva, costretta a svolgere un lavoro precario che la porta in giro a bussare alle porte delle case per stipulare nuovi contratti ed evitare così di essere licenziata.

Francesco ed Anna persone semplici, comuni, che appunto potrebbero essere i nostri vicini di casa, quelli che è un piacere incontrare per uno scambio di battute e scambiarsi un sorriso in un mondo che ne ha tanto bisogno.  

 Fiore: Hai assolutamente ragione: Caramelle Carruba è la storia di due solitudini, la storia di Francesco ed Anna attraverso cui l’autore fa delle parole “redenzione, amicizia, solidarietà, fedeltà”  le parole chiave del suo romanzo insieme alla  voglia di comunicare e far conoscere il suo territorio che gli valsero il riconoscimento di “CUSTODE DELL’IDENTITÀ TERRITORIALE”.

Catalanotto: Vorrei aggiungere un’ultima riflessione, caro Vincenzo.

Oggi ho scoperto, grazie a questa chiacchierata, una singolare analogia di vita tra te e Vito: tu a sei anni scopri il carrubo, Vito, purtroppo, a sei anni scopre il terremoto, quel terribile terremoto del 1968.

Fiore: E io aggiungo che se non ci fosse stata questa analogia probabilmente noi due non ci saremmo trovati su queste colonne a discutere di “carrube letterarie” e Vito non starebbe ora a leggere le belle parole di stima che gli hai dedicato.

Quando si dice il destino…

… a cura di Vincenzo Fiore

 

 

 

 

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Vincenzo Fiore
Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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