Arte a Ganzirri con l’architetto Francesco Di Benedetto

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Francesco Di Benedetto, architetto libero professionista, classe 1990, formato all’università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria.
Si è conclusa da pochi giorni la sua prima mostra da artista presso la galleria ForoG di Roberta Guarnera, giovane artista imprenditrice che ha aperto da 2 anni questa galleria a Ganzirri (Me), un laboratorio di sperimentazione dove avvengono esposizioni, performance, presentazioni libri e workshop.

Grazie a questi workshop i due si sono conosciuti e hanno iniziato a parlare di una eventuale mostra di fotografia e architettura.

I loro incontri sempre più frequenti hanno dato vita all’idea di Forma , di cui lei è stata la curatrice.
Conosciamo meglio Francesco.

1. Com’è nata questa scelta di intraprendere il percorso di architettura? È un amore presente da sempre o è maturato nel tempo? Raccontaci un po’.

Se vogliamo fare un ragionamento a posteriori direi che è “un amore maturato nel tempo”, ma se volessimo ripercorrere a ritroso gli anni della mia giovinezza posso dire con certezza che ci sono stati degli elementi anticipatori che mi hanno condotto inconsciamente verso quello che sarebbe stato poi il mio futuro professionale. Fin da bambino sono sempre stato attirato dalle costruzioni/mattoncini, giochi che si incastravano e creavano sempre forme nuove; erano idee che si rinnovavano di continuo e che prendevano Forma. Durante l’adolescenza invece ero innamorato del disegno: stavo ore e ore a disegnare fumetti, sono certo che se avessi continuato su questa strada avrei fatto sicuramente il fumettista.

2. Ti sei ispirato/legato a qualcuno basandoti sui lavori visti in questi anni?

Dal primo anno di Università i miei punti di riferimento sono sempre stati Louis Kahn, Le Corbusier e Mies Van Der Rohe. I primi due considerano il “fare l’architettura” come un “gioco di volumi” (seppur con punti di vista molto diversi) e il terzo (quello a cui sono più legato) considera l’architettura come un incastro di piani orizzontali e verticali che, a volte, fluttuano nell’aria sorretti da esili pilastri e da infinite vetrate. Un’architettura senza tempo, che tutt’ora sarebbe all’avanguardia, molto minimal, essenziale ed elegante.

3. Da poco si è conclusa la tua prima esperienza come artista, hai realizzato la mostra FORMA. In cosa consisteva il progetto?

Si è appena conclusa una mostra che a parer degli stessi visitatori è stata qualcosa d’ inedito per questa città: un incontro tra fotografia e architettura, tra le due dimensioni dell’immagine e le tre dimensioni del modellino. Si è venuto a formare quindi uno spazio in cui la foto non viene semplicemente incorniciata, ma la cornice e alcuni elementi presenti nella foto stessa prendono spessore diventando un oggetto a tre dimensioni. Parte tutto dalla fotografia, che fa da sfondo, per diventare qualcosa di totalmente nuovo.

4. Hai associato al tuo lavoro la fotografia, parte integrante del tuo ramo. Che rapporto hai con essa?

Io ho due concezioni personali di spazio e fotografia che possono essere condivisibili o meno. Per me lo spazio è un concetto che già esiste nella nostra mente fin da quando l’Uomo ha messo piede su questa terra e diventa qualcosa di reale, costruendolo, facendo dell’architettura insomma. La stessa cosa vale per la fotografia, prima di essere un mezzo di comunicazione o di esperienza del bello è la materializzazione di un ricordo che è nella nostra mente: un ricordo che diventa qualcosa di reale solo tramite la stampa, se rimane nel telefono, per me, è come se non esistesse; perché lo spazio virtuale o il Metaverso è qualcosa che non tengo proprio in considerazione. Quindi essendo sia spazio che immagine due concetti nella nostra mente che prendono forma con l’architettura e con la fotografia era inevitabile che questi due mondi non venissero a contatto.

5. Che emozioni hai provato nel presentare un qualcosa di tuo?

Ammetto di aver avuto molta ansia per tutto il periodo che precedeva l’inizio della mostra per due motivi: uno, perché essendo la mia prima mostra da artista ancora non mi sentivo tale; e due, perché presentando qualcosa di inedito a questa città non sapevo che reazioni avrebbe potuto suscitare ai visitatori, se stupore o confusione; quindi paradossalmente mi preoccupavo più per le loro l’emozioni che per le mie. Fortunatamente le mie preoccupazioni erano infondate, perché sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’accoglienza ricevuta dal pubblico, dai complimenti sinceri dei visitatori sconosciuti che da quelli degli amici.

6. Il tuo lavoro si è basato sulla micro-architettura. Spiegaci in cosa consiste.

Beh effettivamente è un termine tecnico che ho preso in prestito dal mio vocabolario di architettura per descrivere queste mie opere, dal momento che, in alcune, vi sono coperture a falde, solai e pilastrini e c’è dietro un calcolo empirico per farli stare in equilibrio. Inizialmente poi c’è stato dietro uno studio tramite schizzi, dei progetti stampati su carta, insomma tutti passaggi che prevedono la realizzazione di una architettura vera e propria, solo in piccolo formato, quindi micro-architetture. Anche se tutti i modelli di architettura sono architetture in piccola scala quindi micro-architetture, ma è un termine usato impropriamente, perché la micro-architettura è ben altro. Però, a volte, questa ha a che fare con il legno, (il materiale usato per le mie opere) quindi c’è qualcosa in comune.

7. L’opera che hai esposto alla quale sei più legato?

L’opera alla quale sono più legato si chiama “Luce”. Partendo da una fotografia che ha come soggetto una stanza molto scura, dove l’unica parte illuminata è il sopraluce del solaio di copertura di forma triangolare, ho aggiunto, più o meno a metà fotografia un piano sottile di 1mm in plexiglass e alla base interna un foglio di alluminio color ottone. Il plexiglass crea un effetto specchio e il foglio di ottone illumina dal basso e accentua questo riflesso. Si viene a creare insomma l’illusione che vi sia un’aura di luce che scende verso il basso, come un ologramma. Un ologramma senza l’ausilio di elettricità, ma solo tramite un abile gioco di riflessi, trasparenze e scelta corretta dei materiali.

8. Hai in mente altri progetti? Vuoi svelarci qualcosa?

Senza fare troppi spoiler vorrei anticiparvi che il mio prossimo lavoro sarà in collaborazione con un mio amico poeta e avrà come tema l’incontro tra architettura e poesia…. E perché no? il successivo: tra architettura e musica.

9. Qual è il tuo sogno nel cassetto?
Il mio cassetto è sempre pieno di sogni, alcuni son pieni di polvere altri stanno vedendo la luce a poco a poco. Sarebbe bello avere una fama di un bravo architetto, ma mi piacerebbe molto aprire una galleria e dare ad altri la stessa occasione di presentarsi al mondo come artista come è stata data a me dalla Forog. Gallery di Messina, che ringrazio tantissimo.

Grazie Francesco per questa intervista.

Spero di rivederti presto ancora nelle vesti di artista.

Giulia Trio

Clicca sul link qui sotto per leggere il mioarticolo precedente:

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