<<Eravamo uno e per la nostra tracotanza siamo diventati due>>.

Queste parole sono prese dal Simposio di Platone e sono pronunciate da Aristofane che raccontando il mito dell’androgino vuole far capire quale sia l’origine dell’amore. Gli androgini erano un uomo e una donna uniti da tergo, tanto forti da poter sfidare la potenza di Giove. Questi, temendoli, decise di dividerli e di disperderli. Ognuno, però, dopo la separazione, cercherà disperatamente la metà perduta <<Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore>> Simposio,192 e – 193 a.  Anche Socrate, presente al Simposio, sostiene che amore è amore di alcune cose, soprattutto di quelle che mancano.

Per Platone, quindi, l’amore è la ricerca incessante dell’unità perduta, eppure sentiamo che l’amore porta con sé l’idea della completezza e solo così sembra darci segno dell’immortalità.

Ma forse dell’amore si parla in tanti modi. Mi torna in mente U. Saba, un poeta che amo molto, che, in una poesia intitolata L’addio scrive:<<Io so un amore che ha durato un mese e vero amore fu>>.  E. Dickinson, altra poetessa molto apprezzata, scrive che: << l’amore è l’immortalità, o meglio è sostanza divina>>.

Realizzare la completezza è tuttavia cosa molto difficile, almeno così sostengono i miti antichi e, per questo motivo, la lezione che lasciano è un po’ amara.

Narciso rifiuta l’amore di Eco perché è innamorato della propria immagine che vede riflessa nell’acqua. Non comprende, e qui emerge il suo limite, che non può trovare nell’altro corrispondenza, quindi, la sua vicenda si conclude tragicamente: Eco esisterà come eco delle parole degli altri, Narciso scomparirà nell’acqua in cui vedeva la sua immagine riflessa. In questo caso, i due non diventano uno.

Nel mito di Orfeo ed Euridice si racconta che Orfeo, dopo la morte dell’amata Euridice, scenda negli inferi e cerchi di convincere con il suono della cetra e un canto melodioso i mostri dell’Ade perché facciano tornare in vita Euridice. Il canto persuade Proserpina che pone una condizione: Euridice potrà tornare in vita ma Orfeo non dovrà voltarsi a guardarla finché non saranno usciti dall’Ade e giunti a casa. Mentre camminano Orfeo è spinto a verificare che con lui ci sia l’amata e non un’ombra e quindi si volta. Euridice muore per la seconda volta e il canto di Orfeo non riuscirà più a convincere le potenze dell’Ade; Orfeo è vittima del suo stesso amore, l’amore è guardare ed egli non può guardare l’amata. Anche in questo caso i due non diventano uno e l’amore non trova realizzazione, non solo, secondo il mito, Orfeo sarà fatto a pezzi dalle donne che rifiuterà e quindi non diventa uno ma diventa molti.

Nella favola di Amore e Psiche la curiosità, che già era costata cara ad Orfeo, fa perdere Amore che vuole vedere il volto dell’amante che non conosce. Evidentemente la curiosità non si lega all’amore, rivela i limiti dell’essere umano, mostra l’incapacità di amare, di darsi all’altro senza chiedere nulla in cambio.

La curiosità, soprattutto quella di Psiche, mi fa pensare al filosofo M. Heidegger che considerò la curiosità un atteggiamento che segna lo scadimento dell’esserci (l’uomo). Nel momento del suo scadimento, l’uomo è incapace di progettualità, è investito da uno smarrimento che lo disorienta, in questa condizione sembra difficile che si possa realizzare l’amore che dà forza, fiducia nell’altro, capacità di cogliere la bellezza e l’infinita pienezza del sentimento.

Orfeo si volta a guardare Euridice e, nel guardarla, la perde. Lo sguardo, quello sguardo che Sartre considerò rivelatore dell’altro e nello stesso tempo limite per la mia libertà, mi torna in mente mentre immagino gli occhi di Orfeo brillanti nel vedere il volto amato e immediatamente diventati opachi per la perdita del suo amore.

In tempi recenti, L. Binswanger (1881- 1966) psichiatra e filosofo influenzato da Heidegger, ha sostenuto che la forma dell’amore sia duale. In Forme fondamentali dell’esserci umano (1942) egli chiama “incontro” l’apertura dell’io e del tu che nell’amore diventano “noi” anche se un noi indefinito, velato, che esprime nostalgia, desiderio, tensione ontologica verso l’unità, verso il “noi”.

Binswanger ricorda un verso del poeta Rilke che recita: << Solo dove sei tu, là sorge un luogo >>, nella dualità dell’amore il principio è: << Dove sono io, là sei anche tu >> e viceversa: << Dove sei tu, là sono anch’io >>. Questo spazio, continua, ha tre dimensioni: <<un’ampiezza sconfinata, una profondità senza fondo, una pienezza inesauribile >> eppure è anche leggerezza, perché è un osare infinito ed eterno. Egli ritiene che l’amore duale non abbia bisogno di usare parole perché non necessita di alcuna spiegazione, è luce esso stesso, la sua irragionevolezza è la sua ragione, la sua giustificazione.

Ah, l’amore! Mi ha trasportato dalla antichità più lontana e poetica fino alla contemporaneità disincantata e fredda. Forse perché l’amore, quando riempie le nostre vite, modifica il tempo e lo spazio, un istante diventa eterno e oltrepassa passato, presente, futuro.

Di amore hanno scritto filosofi, psicologi, psichiatri, poeti ed altri. Forse, nessuno come lui, W. Shakespeare:

<< Amore non è amore

se muta quando scopre mutamento,

o tende a svanire quando l’altro si allontana.

Oh no! Amore è un faro sempre fisso

che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;

è la stella – guida di ogni sperduta barca,

il cui valore è sconosciuto, benché nota la

distanza.

Amore non è soggetto al tempo, pur se

rosee labbra e gote

dovran cadere sotto la sua curva lama;

Amore non muta in poche ore o settimane,

ma pavido resiste al giorno estremo del

giudizio.

Se questo è errore e mi sarà provato

Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai

amato. >>

                                                                                                                                         Shakespeare, Sonetto 116

        Gabriella Colistra

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