“a tu per tu con…” Enrico Borghi e la sua scelta di lasciare il PD

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Il mio “a tu per tu con…” di oggi è con il parlamentare Enrico Borghi, nato a Premosello Chiovenda (in Val d’Ossola) nel 1967, nonché già Sindaco di Vogogna, già Presidente della Comunità Montana Valle Ossola, già Presidente Uncem, già vicepresidente Anci e vicepresidente del Formez.

Fiore – Caro senatore, lei recentemente ha detto addio al Pd di  Elly Schlein  ed ha annunciato il passaggio a Italia Viva di Matteo Renzi. Perché?

Borghi –  Perché ho preso atto che la mutazione genetica effettuata dal Pd a guida Schlein non corrisponde più ai valori e agli ideali che mi spinsero, insieme a tantissime altre persone, a dare vita nel 2007 ad un partito di centrosinistra riformista che avesse come obiettivo quello di fare la sintesi delle varie culture riformatrici del Paese. Peraltro, la linea politica del cosiddetto “nuovo Pd” è solo il punto di approdo di una spinta che si è sviluppata nel corso degli ultimi tempi. Se in un partito ci si divide sulla politica, si possono creare maggioranze e minoranze. Ma se ci si divide sui valori di fondo, e quello della visione del mondo e dei temi etici è uno di questi aspetti, è evidente che si prendono poi strade diverse. Non sono stato io a sostenere che il Pd era strutturalmente diviso tra neoliberisti che tradivano il ceppo originario della sinistra e socialdemocratici che dovevano riprendere la purezza delle origini, definendo i primi (tra i quali molti di noi sono stati incasellati impropriamente) come incrostazioni dalle quali liberarsi. Su tutto questo si è innestata la linea della nuova segretaria, che ha finalizzato l’archiviazione del Pd del Lingotto.

Fiore – Mi sta dicendo che il Pd è stato ridotto dalla Schlein a un partito massimalista?

Borghi –  Gli aggettivi li metta pure lei: massimalista, radicale, identitario…Quello che è certo, e per sua stessa definizione, è che il Pd non è più un partito di centrosinistra, tant’è che al Nazareno oggi “riformista” è quasi sinonimo di parolaccia.

Fiore –  Quindi una mutazione genetica che sin dalle prime battute ha eliminato tutti gli spazi per il riformismo?

Borghi – Non lo dico solo io. Le dimissioni del collega Cottarelli, la fuoriuscita di Andrea Marcucci e di Giuseppe Fioroni sono tutte figlie di un’analisi simile. Dopo di che, al di là delle giaculatorie, resta il fatto che su politica economica, riforma del welfare, riforme istituzionali il Pd non sappia e non voglia uscire dallo steccato di una ortodossia segnata, mentre d’altro canto spinge sulla dinamica dei diritti individuali sganciati dalla dimensione dei doveri collettivi dentro una deriva individualistica che davvero sorprende…Il tutto invece  dovrebbe fondarsi sull’etica della solidarietà e della comunità.

Fiore – Da quanto mi dice intuisco che lei crede fermamente  “in un nuovo progetto riformista alternativo alla destra e distinto da questo Pd”. Mi sbaglio?

Borghi – Si è aperto uno spazio tra una destra nazionalista, che punta apertamente a conquistare un elettorato moderato senza avere le basi politiche imperniata com’è sul corporativismo e illiberalità, ed una sinistra identitaria che ha tolto dal suo lessico familiare le piccole e medie imprese, il ceto medio, i corpi intermedi che non siano la Cgil.

Esiste una domanda nella società, perché molti non si vogliono sentire rappresentati da un duopolio Meloni-Schlein, e quindi questa domanda va elaborata nella politica.

Fiore – Le sue tante interviste dopo l’elezione di Schlein su temi essenziali come la sicurezza, la difesa, la presenza dei cattolici nel Pd e la necessità di una sintesi tra le varie culture e storie hanno ricevuto qualche risposta? E se sì, quale?

Borghi – No, nessuna risposta. La linea del Nazareno è “tutto va bene, madama la Marchesa!”

Fiore – Se ho ben interpretato il pensiero della Schlein siamo all’opposto di quanto sosteneva Aldo Moro che parlava di diritti sposati con i doveri. Quindi mi sembra di trovarci di fronte a una proposta politica che è animata da una forte spinta a parlare di diritti sganciati dai doveri, dimenticando al riguardo la sintesi del  sistema in cui viviamo, quello occidentale, che è l’unico che mette insieme democrazia, politica sociale e diritti.

Borghi – Guardi, il tema è molto profondo. Ho sentito dire da qualche superficiale che parlare di “doveri”, come ho fatto, significa essere di destra. Inviterei chi parla per schemi così a rileggersi le pagine di Aldo Moro alla Costituente. Se non esistesse il dovere alla solidarietà, non avremmo la progressività fiscale per sostenere le fasce più deboli della popolazione, altro che destra.

L’indebolimento dei riferimenti etici ed antropologici, a fronte dell’evaporazione dell’ideologia, rischia di trasformare la politica in una rincorsa spasmodica del potere. Le parole di Aldo Moro (“Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”) non appartengono al passato, ma ci parlano di oggi.

Non serve evocarlo nel Pantheon, se poi lo si smentisce nella pratica. È proprio dall’equilibrio tra diritti e doveri che nascono i diritti  sociali e quelli civili, e si alimenta la democrazia.

Fiore – Caro senatore, la sua uscita dal Pd è anche la risposta ai silenzi della Schlein su energia e tecnologia, sulla necessità di mettere insieme produttività e giustizia sociale e sull’essersi schierata a favore dell’utero in affitto?

Borghi – In politica i silenzi contano, a volte molto più delle parole. Sul triangolo fondamentale dei prossimi anni (energia-moneta-tecnologia, dove rientrano anche le spese militari) inutile girarci attorno: siamo nella stagione delle autocrazie che sfidano la democrazie. Non ci possono essere ambiguità di sorta, né evocazione di modelli cinesi. Se si legge la risoluzione sull’invio alle armi in Ucraina votata dal Pd dopo l’elezione di Elly Schlein, si troveranno una sfilza di rimandi e di non detti per non voler affrontare di petto la questione essenziale: l’aiuto militare a Kiev.

Preoccupa il silenzio di fronte alle incredibili affermazioni di Conte contro la NATO e gli Stati Uniti, anzi lo si continua a rincorrere in una dinamica da sindrome di Stoccolma. Ci si volta da un’altra parte se l’altra parte dello schieramento progressista (Verdi/Sinistra Italiana) votano contro in Parlamento su questi temi, riscoprendo insieme ai 5 stelle la datata politica degli “Yankee go home”. Come se fosse stato Biden, e non Putin, ad aver ordinato di invadere l’Ucraina.  Questi silenzi parlano, e per me sono eloquenti. Sull’utero in affitto, invece, la segretaria ha parlato. E ha superato il confine, almeno per me.

Fiore – La sua scelta di uscire dal Pd è stata una scelta individuale o fatta dopo aver parlato con altri che potrebbero seguirla a breve?

Borghi – Come ho già detto, non organizzo scissioni né faccio proselitismo… ma neppure mi volto altrove o sto accantucciato in attesa che passi la piena. Anche perché l’avvento di una sinistra fondata sull’individualismo e sul massimalismo non la si cura con la dinamica dei chierici silenti. Piuttosto, questa deriva si impedisce con l’azione e l’impegno politico. Il disagio si avverte, non solo a livello di quadri dirigenti, ma soprattutto a livello di elettori e di militanti.

Ed è in atto, a seguito della mutazione genetica del Pd, una sostituzione della base finalizzata a colmare il gap che si è registrato al congresso tra gli iscritti a scapito di Elly Schlein.

I fatti si incaricheranno di dimostrare che dentro questa torsione, gli spazi per chi si sente riformista, per chi ha avuto una formazione nel cattolicesimo democratico come nell’ambientalismo non radicale o nella liberaldemocrazia si sono esauriti. Ma non si sono esaurite le ragioni ideali e politiche di queste culture.

Fiore – Ritiene che nel Paese ci sia un elettorato moderato che ha bisogno di una casa per non andare a finire tra le grinfie di Giorgia Meloni?

Borghi – Ritengo che queste culture che ho appena evocato esistano, non siano ascrivibili alla semplice etichetta del moderatismo, e rappresentino non solo un pezzo significativo della Storia, ma anche una prospettiva per il futuro.

Prendiamo un tema decisivo come quello europeo.

La destra europea di Meloni ci vuole portare a un’idea ottocentesca di Europa delle Nazioni, con uno spazio comune per il solo mercato. La sinistra radicale punta ad un’Europa dove il tema dei diritti individuali sia il  principale “core-business” comunitario, unito ad un approccio quasi apocalittico alla transizione energetica poco attento al fatto che l’Italia è la seconda manifattura d’Europa.

L’evoluzione di una prospettiva europeista reale, in grado di assegnare all’Unione Europea quel rango essenziale per non essere fagocitati dal braccio di ferro globale tra USA e Cina, può essere affidata solo alle tradizioni culturali del Partito Democratico Europeo e di Renew Europe… che in tutti gli altri paesi europei esistono politicamente, e che debbono esercitarsi anche in Italia.

Fiore – Il Pd chiede a gran voce le sue dimissioni dal Copasir, il comitato parlamentare per la sicurezza in cui siede da tre mandati. Che mi dice al riguardo?

Borghi – Su questo ho già avuto modo di esprimermi, rispetterò rigorosamente ciò che prevede la legge.

Fiore – Ultima domanda… quando lei parla di una cancel culture americana a cosa si riferisce?

Borghi – Esiste una corrente di pensiero, che arriva dagli Stati Uniti d’America, che pone al centro del dibattito pubblico i temi delle ingiustizie sociali, delle discriminazioni, dei cambiamenti climatici vissuti dentro una dinamica di esasperazione concettuale, dei diritti delle minoranze in genere.

La vittoria di Elly Schlein è stata la prima affermazione politica in Italia di questa cultura.

Quando l’ho riconosciuto, avevo suggerito che si operasse dentro una sintesi tra questa cultura e quelle che avevano dato vita al Pd. Ho constatato che è prevalsa invece una dinamica sostitutiva, ereditaria ed escludente (basti guardare in proposito alla composizione della segreteria) anziché una spinta integrativa e di sintesi reciproca.

Come tutte le culture, se stanno sul piano del dialogo e della spinta riformatrice, possono essere un arricchimento. Se invece imboccano una deriva dogmatica e settaria, provocano reazioni. La “cancel culture” è un prodotto di questa deriva, è cioè l’idea che si debbano riscrivere lessico, interpretazioni e simboli in omaggio al cosiddetto “politicamente corretto”. Fino ad arrivare però ad esasperazioni e esagerazioni.

Nei campus universitari americani sono stati allontanati professori accusati -spesso pretestuosamente o ingiustamente- di aver usato parole offensive. Si chiedono licenziamenti di personaggi pubblici per dichiarazioni ritenute controverse. Si scatenano campagne sui social contro chi abbia detto cose che vengono considerate disdicevoli verso talune sensibilità.

Il rischio che il pensiero progressista scivoli lungo questa deriva esiste. Così come quello della reazione conservatrice, che a quel punto mobiliterebbe il proprio elettorato con un richiamo ai valori tradizionali e classici: spaccando in questo modo la società, e isolando il progressismo riformista.

Lo stesso Barack Obama ha criticato alcuni aspetti dell’atteggiamento di “chi si sente sempre politicamente woke” e ha “questa idea di purezza, che non si debba mai scendere a compromessi”. È una sfida culturale importante, che dimostra anche qui l’esigenza di una strada alternativa tra la dimensione identitaria e massimalista e quella conservatrice e reazionaria.

Una strada riformista, insomma!

Fiore – Grazie per il tempo dedicatomi anche da parte del direttore di ScrepMagazine, ing. Giuseppe De Nicola…

Borghi – Grazie a lei e al suo direttore per avermi data questa opportunità… 

     Vincenzo Fiore

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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