Intervista allo scrittore Daniele Ossola

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A Arte, libri e quant’altro arricchisca l’anima,

l’ospite di oggi è lo scrittore, Daniele Ossola

Ti sorprenderà sapere che tutto ciò che vedi è stato inventato da persone giocose,

 non dalle persone serie.

 Le persone serie sono troppo orientate verso il passato,

continuano a ripetere il passato, perché sanno che funziona. Non sono mai inventive.”

 Osho

Una verve ironica la sua, che porta sia nei suoi racconti che sul palcoscenico. Ama intrattenere, comunicare, lo troviamo attivo nel campo teatrale come attore, regista e sceneggiatore. Fin da ragazzo è stato affascinato dal mondo dello spettacolo tanto da frequentare il Derby di Milano e poi Zelig. Ciò lo ha portato negli anni ottanta a fondare e dirigere “La Cumpagnia del fil da fer” per la quale ha scritto le sceneggiature e curato la regia.  A oggi coordina laboratori teatrali di dizione e postura, di lettura teatrale e scrittura creativa presso le classi quarte e quinte nelle Scuole Primarie di Angera e Ranco (VA). Inoltre è docente di Scrittura Creativa presso l’UNITRE (Università delle Tre Età) di Sesto Calende (VA).

Ma l’artista di oggi non è solo un attore teatrale di grande spirito è anche un valido scrittore. Ha vissuto per un periodo della sua vita a Liverpool dove ha approfondito la conoscenza della letteratura anglosassone con Shakespeare, Conan Doyle, le sorelle Bronte e Chaucer traendo spunto dalle “Canterbury Tales” per poi iniziare a scrivere racconti.

Le sue opere, a quanto scrive, risentono di una sorta di 3 peccati originali che sono: La Storia, Il metodo, l’ironia e la fantasia. Sono proprio curiosa di sapere in che consistono.

Scopriamolo insieme…

Innanzitutto la ringrazio di essere qui.  La sua passione per la scrittura si affina nel periodo della sua permanenza a Liverpool dove ha potuto conoscere meglio la letteratura anglosassone. Da quale scrittore inglese ha tratto maggiore ispirazione?

Dal 2009, per la durata di tre anni, ho vissuto nel Wirral la penisola di fronte a Liverpool. Avendo fatto teatro, mi sono divertito ad approfondire soprattutto le commedie di Shakespeare (Il Mercante di Venezia, Le allegre comari di Windsor, La bisbetica domata) pervase da una sottile ironia, tipicamente anglosassone, che mi hanno affascinato. Ho anche letto Conan Doyle (Sherlock Holmes con la sua ossessione metodologica tra observation and deduction che ho adottato nella stesura del mio thriller “Grigliata per un cadavere, le sorelle Bronte (Cime tempestose), Jeane Austen (Orgoglio e Pregiudizio) e Chaucer dalle cui “Canterbury Tales” ho tratto spunto per iniziare a scrivere racconti.

Quali differenze sostanziali ha trovato tra letteratura inglese e quella italiana?

Non ho approfondito la letteratura inglese nel suo complesso perché ho studiato gli autori e le autrici che ho citato. Sono rimasto affascinato dalle descrizioni dei paesaggi (lo Yorkshire delle Bronte), dei vari personaggi raccontati nelle Canterbury Tales con il business dei pellegrinaggi e delle reliquie tipico della Chiesa Cattolica nel Medioevo.

Ha un autore italiano preferito?

A parte Dante, Boccaccio e Manzoni, che sono stati fonte di riflessioni per la realizzazione di alcune mie opere, mi piace Stefano Benni per l’assurdità di alcuni suoi libri, Aldo Busi perché ha ambientato i suoi primi libri in luoghi che conosco benissimo, al di là dell’argomento legato all’omosessualità che trent’anni fa non era molto ben accettato, le pièce teatrali di Dario Fo con le commedie di Eduardo de Flippo. Per ultimo, altrettanto importante, c’è Luciano de Crescenzo perché ho condiviso con lui la creatività e la razionalità. A tal proposito vi racconto un aneddoto: Nell’ambito della Divisione Informatica di Olivetti S.p.A., avevo incontrato in un convegno a Roma Luciano De Crescenzo, manager informatico di IBM Italia. Al buffet ebbi l’occasione di scambiare alcune riflessioni sul modo di condurre la vita. Da quel momento mi ha acceso una lampadina e per me è stato un Maestro in grado di farmi coniugare il rigore informatico (in informatica c’è ON-OFF non ci sono i “se” e i “ma”), con la fantasia e la creatività. Far giocare a ping-pong i miei due emisferi cerebrali tra ordine e disordine è diventato per me un fatto naturale.

Negli anni ottanta ha fondato e diretto “La Cumpagnia del fil da fer” per la quale ha scritto le sceneggiature e curato la regia. Un suo ricordo.

Sono cresciuto a base di ironia e di fantasia, che derivavano dalle frequentazioni giovanili del Derby di Milano e poi di Zelig, indirizzate verso la grande passione per il teatro amatoriale. Rubavo le battute, le posture di attori quali Abatantuono, Cochi e Renato, Jannacci, Ale e Franz, Bisio per poi scriverle su vari fogli. È da lì che ho iniziato a scrivere: non racconti bensì sceneggiature teatrali.

Che emozioni prova quando è di fronte ad un pubblico?

Da giovane me la facevo sotto quando mi chiedevano di parlare in pubblico: ero timidamente imbranato. Ma come in tutte le cose della vita, se non ti alleni con determinazione non riesci a raggiungere l’obiettivo prefissato. Non dovevo allenare il corpo, bensì il cervello. Dopo frustrazioni, arrabbiature e “basta, non ce la farò mai!” da anni vivo il rapporto con il pubblico in modo sereno, piacevole tanto che vado a cercare le occasioni per interagire.

Ho avuto modo di ascoltarla nella lettura di un suo racconto “Ravioluscion”, durante la Premiazione del Concorso “Gli Assi della letteratura 2023” (Torino). Come è nata questa sua verve ironica nello scrivere?

Ritorniamo alle frequentazioni di spettacoli cabarettistici che mi portarono, già da studente delle superiori quando organizzavamo lo spettacolo annuale al Teatro dell’Arte a Milano (Parco Sempione), a scrivere sketch comici. Durante il servizio militare, alla scuola ufficiali di Foligno, facevo parte del direttivo del periodico destinato alle reclute usando un linguaggio ironico per stemperare la rottura di scatole della ferma obbligatoria.

Ha pubblicato tantissimi libri di generi diversi dalle commedie alle raccolte di racconti, romanzi storici, Gialli, Thriller. Quale tra questi generi le ha dato più filo da torcere?

Il romanzo thriller perché ciascun filone letterario, l’ho imparato sulla mia pelle, ha le sue regole. Nel filone thriller, i momenti di pausa, dove ti puoi dilungare con descrizioni o riflessioni, sono ridotti all’osso perché l’azione, i flash back, la suspence sono l’asse portante dello scrivere. O uno è abituato o deve studiare. Per me è stata una scommessa e ho dovuto studiare vari filoni. La costanza mi ha premiato perché il romanzo “Grigliata per un cadavere” ha ottenuto il Primio Premio al Concorso Letterario MILANO INTERNATIONAL.

Leggendo i titoli delle sue opere, devo dire che la sua vena ironica spicca anche qui; mi soffermo sul suo romanzo Thriller: “Grigliata per un cadavere” (2017, BookSprint Edizioni). Da dove è nata l’idea?

Dopo aver studiato vari filoni, ho scelto la metodologia adottata da Sherlock Holmes. Avevo già in mente la vicenda nel suo complesso: una grigliata nella villa di gente arricchitasi al limite della legalità, con personaggi che nascondono varie malefatte legate a traffici illeciti che il periodo storico consentiva. Ho dovuto adeguarla a certi schemi e l’ho ambientata in una Milano del dopo guerra ’40-’45 in piena rinascita post-bellica e prima del boom economico degli anni ’60. Ho voluto omaggiare la mia città di adozione descrivendo le varie vicende in quartieri che ben conosco e rapportando il tutto nel periodo storico prima citato.

Di sua ultima pubblicazione: “Identità in conflitto-Africa e dintorni – romanzo storico. Primo Classificato al “Premio Casentino 46° Ediz.” (Place Book Publishing.) Due parole su questa opera?

Qui emerge il contrasto tra sogni e realtà. Il tutto è partito dalla mia voglia di raccontare il fenomeno dell’apartheid in Sud Africa dopo una scioccante esperienza lavorativa a Johannesburg nei primi anni ’70. Mi sono anche avvalso della collaborazione di una coppia di amici che lavorano presso l’ambasciata italiana a Lusaka, in Zambia, e di un’amica che ha vissuto tra Nigeria, Grecia e Italia. Il romanzo inizia con la volontà, da parte di un gruppetto di amici neo laureati inglesi, al termine della Seconda guerra mondiale, di voler esportare la loro cultura in Africa durante il processo di decolonizzazione. Questo romanzo verrà presentato al Festival di Sanremo. Sarò intervistato nella sezione CASA SANREMO WRITERS con il Direttore Artistico che è un certo Amadeus.

Se dovesse per forza rinunciare a una delle sue grandi passioni: Teatro e Scrittura. A quale rinuncerebbe?

“Ogni scarrafone è bello a mamma soja”. È pressoché impossibile rispondere a questa domanda. Il teatro che mi ha consentito di iniziare con la scrittura di sceneggiature che si sono sviluppate in racconti e romanzi. Fanno parte di un unico percorso.

Dirige laboratori teatrali di dizione e postura, di lettura teatrale e scrittura creativa presso la Scuole Primarie di Angera e Ranco. Inoltre è stato docente di Scrittura Creativa presso l’UNITRE (Università delle Tre Età) di Sesto Calende (VA). Tocca due fasce d’età ben distanti tra loro, ma nel contempo cosa le accomuna? Cosa le lasciano, umanamente, i suoi allievi?

Sto continuando il discorso di scrittura creativa con adulti in un altro contesto. Ho sempre davanti a me nonni e nipoti. Con gli alunni mi diverto di più anche perché adeguo la mia personalità di bambinone divertendomi e facendoli divertire, affrontando argomenti storici, cui i bambini sono naturalmente refrattari, in modo ironico. Con gli adulti, altrettante soddisfazioni ma in modo più contenuto. Molti si ritengono “nati imparati” e qualche volta risulta difficile trasmettere certi concetti.

Visto la sua grande esperienza le chiedo un consiglio; per chi come me, si paralizza di fronte ad un pubblico. Piccoli trucchi per evitare di fare scena muta.

Come ho già anticipato: allenare il cervello con alcuni accorgimenti: appoggiare entrambe le braccia impugnando il leggìo o i bordi di un tavolo (dà sicurezza) e se c’è una persona del pubblico che si conosce, far finta di parlare con lei (il resto diventa contorno).

Se dovesse definirsi con una sola parola quale sarebbe e perché?

Eclettico, perché sono in grado di adattarmi a qualsiasi situazione. Così come succede nei miei diversi modi di scrivere anche nel comportamento ho la stessa flessibilità. Non sono l’esperto di… perché una volta esaurito il filone sarei orfano di argomenti e, soprattutto, di me stesso. Sono sempre alla ricerca di novità.

E ora ritorno alla mia curiosità iniziale e le chiedo: le sue opere, a quanto scrive, risentono di una sorta di 3 peccati originali che sono: La Storia, il metodo, l’ironia e la fantasia. Sono proprio curiosa di sapere in che consistono.

Ho vissuto per molti anni a Milano, dove mi sono laureato in Economia e Commercio all’Università Cattolica. I tre “peccati originali” che condizionano il mio modo di scrivere sono:

  • La Storia, perché la facoltà di Economia e Commercio con indirizzo storico-economico ha condizionato l’ambientazione di tutti i miei romanzi, delle sceneggiature teatrali e di molti racconti.
  • Il metodo: nel periodo in cui ero iscritto all’Ordine dei Giornalisti di Milano, sono stato direttore del periodico “Il Gabbiano” e ho fatto delle 5W (Who, Where, What, Why, When) la base metodologica per i miei scritti.
  • L’ironia e la fantasia, che derivano dalle frequentazioni giovanili del Derby di Milano e poi di Zelig, con la fondazione e la direzione de “La Cumpagnia del fil da fer” per la quale ho scritto le sceneggiature e curato la regia. Sono stato attore e regista in altre compagnie teatrali amatoriali con copioni sempre improntati sull’ironia.

 Ringraziando Daniele Ossola per il tempo dedicatomi, ricordo agli amici lettori il link dove troverete tutti i suoi libri.

Intervista a cura di Monica Pasero

 

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