Venezia! 1600 anni di storia: la nascita

136177

Celebrare i 1600 anni della nascita di Venezia non è cosa semplice se si mettono a confronto le umili origini dei Venetici che si estendevano da Grado, Aquileia, Delta del Po e Ferrara fino ai definitivi insediamenti in quella che sarebbe poi diventata la “potente e bella Venezia” che la storia ci descrive con dovizia di particolari.

Si tratta di una grande città, con i suoi mercanti, i suoi fasti, il suo splendore nelle arti e nei mestieri, nella cultura, la sua potenza e il suo dominio in tutto l’Adriatico e il Medio Oriente.

Se la paragoniamo a quella attuale, che incanta i turisti che la visitano, provenendo da ogni parte del mondo, sembra ridotta a una cartolina, sgualcita, una città neanche ben conservata (come tante belle città italiane), di quella che è stata per secoli la Regina dell’Adriatico.

Si fatica a immaginarla nell’anno di grazia in cui è stata datata la sua nascita: 421 d.C. …

E ancor più difficile è fantasticare come si è arrivati alla sua formazione, il perché i Venetici, servi devoti dell’Impero Romano, siano stati costretti a rifugiarsi nelle barene, nelle isole protette dai fondali bassi che ostacolavano l’avvicinarsi delle navi predatrici dei barbari tedeschi, ungheresi o greci.

Navi che non avevano intenzioni pacifiche ma corsare e che consideravano il Mediterraneo e l’Adriatico in particolare come preda di guerra.

Prendiamo a riferimento l’anno 302 a.C. quando una piccola ma ben armata flotta di navi a remi avanzava lentamente lungo le coste dell’alto Adriatico: erano navi greche in cerca di facile preda, ovvio, e quando in una delle tante bocche che si aprivano lungo quelle coste piatte apparentemente disabitate, piene di pinete e sottili strisce di terra videro la terraferma in lontananza, si insinuarono lungo canali profondi tra gli stagni, arrivando all’imbocco di un fiume, intorno al quale  si vedevano campi coltivati con cura e capanne abitate.

Le loro navi dovettero fermarsi visto lo scarso fondale.

Recuperate barche più adatte, le caricarono di soldati e solcarono il fiume pronti ad attaccare gli abitanti dei villaggi tutt’intorno.

Questi predoni, abituati a uccidere e saccheggiare senza che nessuno opponesse resistenza, trovarono al contrario una feroce opposizione da parte degli abitanti dei villaggi che reagirono con tale veemenza da costringere gli assalitori a una fuga precipitosa verso le barche, raggiungere le navi e darsi alla fuga, riprendendo velocemente la via del mare aperto.

Questa storia, che assomiglia più a una favola o a un racconto, viene invece minuziosamente descritta da Tito Livio, il grande storico dell’epoca romana di quei tempi, nato a Padova e giustamente fiero delle sue origini e della sua discendenza veneta.

Se poi vogliamo verificare con pignoleria i luoghi in cui si è svolta la battaglia, sicuramente non l’unica, non sono diversi da quelli che fino agli inizi del secolo scorso si potevano osservare nella laguna veneziana prima degli insediamenti industriali e urbani, lagune che si assomigliavano tutte dal Po all’Isonzo.

Anche perché è difficile delimitare i confini tra terra e acqua, tra laguna e mare e che avrebbero dato vita e sviluppo a una civiltà risoluta, dura nella sua voglia feroce di sopravvivenza, unica sotto ogni punto di vista, così come unico era il territorio che aveva scelto per viverci: la civiltà veneziana.

Ecco perché cercare le vere origini dei Venetici prima e Veneti dopo, non è cosa semplice.

Bisognerebbe andare indietro nel tempo, lontano dalle lagune della Venezia marittima che si perfezionò in seguito. Veniamo piuttosto alla dominazione romana e alla conseguente cittadinanza data dopo l’alleanza con Roma e contro Annibale.

Una civiltà sostanzialmente rurale, che diede vita a città come Verona, Vicenza, Treviso, Padova, Belluno, Udine e via dicendo.

Fu uno scorrere del tempo tutto sommato tranquillo quello che si susseguì per molti anni e che venne sconvolto dagli avvenimenti turbolenti che si susseguirono negli ultimi secoli di vita dell’impero romano e nei primi anni del Medio Evo. Questo, semplificando, il quadro piuttosto vasto e ampio di quei secoli che portarono alla creazione e alla nascita vera e propria del nucleo storico di Venezia.

In quei tempi l’Italia fisica era attraversata da barbari, svevi, alani, vandali, e visigoti, capitanati da vari condottieri, uno per tutti Alarico che nel 410 d.C. conquista e saccheggia Roma.

Fu proprio in quei frangenti che gli abitanti delle città più vicine alla laguna decisero di rifugiarsi nelle isole già occupate da nuclei familiari di salinai, pescatori, ortolani, contribuendo ad aumentare il numero degli abitanti ed ottenendo in cambio riparo, rifugio e sicurezza dalle incursioni barbare.

Ecco quindi che si arriva alla data storica del 25 marzo del 421 d.C. nella quale in alcune isolette lungo il corso di un canale, ”Rivus Altus – Rialto”, la tradizione storica ha recepito l’occupazione da parte dei profughi, è proprio il caso di chiamarli così, di un’area abbandonata senza vincoli di proprietà.

Trent’anni dopo, con la ricomparsa di Attila, le migrazioni dalla terraferma alla Venezia marittima aumentarono dando l’avvio a quella che diventerà la “polis veneziana“.

Se fino a quel momento le isole della laguna si erano riempite di gente che scappava da guerre e violenze, arrangiandosi alla meno peggio, bisogna aspettare i primi anni del ‘500 per avere testimonianze certe dell’esistenza di attività di navigazioni e traffico commerciale nei canali interni lagunari con l’utilizzo di tutte quelle tipiche imbarcazioni, barconi, topi, trabaccoli, ancora in uso fino alla metà del ‘900.

Da allora è documentata l’attività dei pescatori, delle saline il cui sale era usato come merce di scambio per acquistare grano e altre cose utili alla vita quotidiana, che si svolgeva nelle capanne sospese nell’acqua, dove gente povera viveva fianco a fianco a gente facoltosa quasi sempre proveniente dall’entroterra.

Tutto questo viene certificato da Cassiodoro che esalta la meravigliosa diversità di quei popoli, nella sua difesa dalle maree, nel suo vivere quotidiano dove l’acqua diventa strumento di difesa, di mobilità propria e nel trasporto di mercanzie varie.

Una peculiarità rimasta tale nei secoli dove i cambiamenti erano sempre volti a migliorare e abbellire lo stile di vita di questa città unica al mondo.

Tutto questo fino al secolo scorso, quando modernità, ricerca di praticità nei lavori e nelle comodità sempre più seducenti, hanno indotto i veneziani a un ritorno nella terraferma da dove i lontani predecessori erano partiti secoli fa.

Tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600 c’è una guerra decennale che oppone i Longobardi ai Bizantini; i primi conquistano vaste parti del territorio romano nella terraferma e le sottomettono al Re longobardo: gruppi sempre più numerosi di persone, formati non più da povera gente, ma da famiglie abbienti, composte da autorità civili, religiose e altro occupano le isole, bonificano paludi, creano nuovi insediamenti stabili che diventeranno il nocciolo storico della futura Venezia.

Il regno longobardo ormai in estinzione viene sostituito dai Franchi inviati dal Papa, che otterrà di esercitare una sovranità religiosa sul territorio lagunare mal digerita dai veneziani, diffidenti nei confronti della politica temporale della chiesa e forti sostenitori fino alla sua fine della laicità della repubblica.

Quanto scritto non è altro che la descrizione di un territorio sicuramente abitato ma frammentato che spaziava da Grado a Ravenna, dilaniato da guerre che ne avevano stravolto la fisionomia dove i primi insediamenti, fatti da poveri pescatori, salinai, agricoltori, si ingrandirono con gente che cercava rifugio dalle continue guerre e alle rese dei conti tra chiesa, potentati e altro ancora.

Era una Venezia estesa, priva di organizzazione anche se cercava di darsi faticosamente una sua unità, ben lontana dalla Venezia futura.

La vera Venezia nasce nell’estate dell’anno 811, quando Agnello Particiaco (Angelo Partecipazio) fu eletto primo Doge della Serenissima Repubblica stabilendo come sede di governo la sua abitazione, probabilmente dove adesso c’è il Palazzo Ducale.

Da quell’anno in poi Venezia cresce in potenza e ricchezza, moltiplicando i suoi traffici in ogni specie di mercanzia con l’Oriente, affrontando sanguinose guerre con altre repubbliche marinare per riuscire ad ottenere il monopolio di ogni genere di prodotti che barattava con il sale di cui aveva ormai l’esclusiva assieme allo zucchero.

Seguirono secoli di splendore e di lotte fratricide tra nobili e ricchi, per ottenere il potere e il governo della città, seguite da pestilenze terribili che la misero in ginocchio.

Ma si rialzò sempre.

Quando i commerci che l’avevano resa celebre cominciarono a ridursi fino a scomparire, iniziò anche il suo lento e inesorabile declino.

Subì l’umiliazione e l’occupazione di governi stranieri, fino a quel 17 ottobre 1797 in cui Napoleone con il trattato di Campoformido vendette la Serenissima Repubblica all’impero Austro-Ungarico decretandone un’ingloriosa fine.

Ma questo è un altro discorso e bisognerebbe aprire un altro capitolo…

                                                       Francesco Danieletto

Clicca il link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

Previous article“Di paci e di suli” di Maria Cristina Adragna
Next articleLe “cose belle”
Sono Francesco Danieletto e sono nato a Dolo, terraferma veneziana, a metà strada tra Padova e Venezia. Sono e ormai sarò sempre uno spirito ribelle, autonomo in tutto anche adesso che la malattia mi ha costretto a una parziale invalidità. Malattia che però ha avuto, come succede spesso in tutte le cose, un lato positivo perché ha risvegliato quel lato poetico, letterario che era sopito da molto tempo e che non avevo più preso in considerazione nella gioventù. Non sono uno scrittore che si siede a tavolino anzi sono l’esatto contrario. Sono convinto che affrontare la realtà in tutte le sue sfumature vuol dire accettare che la vita non è un tappeto di fiori dove poter camminare a piedi scalzi. Ho al mio attivo alcune pubblicazioni, divise tra racconti e poesie. Ho fondato e presiedo l’associazione culturale: “La Pentola dei nodi” a Dolo, dove vivo.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here