Valdi Spagnulo, poeta dello spazio

200704

Buongiorno, cari amici.

Oggi sono in compagnia dell’amico pittore e scultore, Valdi Spagnulo, conosciuto su facebook tanti anni fa e il cui estro creativo non poteva passare inosservato dinnanzi ai miei occhi.

La mia passione per l’arte moderna e contemporanea mi accompagna sin dai tempi del liceo.

Valdi è docente di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze e docente di Tecniche e Tecnologie delle Arti Visive presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano.

La sua storia artistica, che vanta una carriera lunga oltre quarant’anni, lo ha visto protagonista in qualità di pittore e scultore nell’ambito delle Arti Visive, sia in ambito nazionale che internazionale.

Io l’ho sempre definito il poeta dello spazio, perché le sue opere mi portano a proiettare lo sguardo oltre l’orizzonte.

È uno spazio che si lascia catturare nell’istante, ma che, sfidando il tempo, trova il modo di dialogare con la realtà circostante.

È spazio senza confini…

Allora, Valdi, benvenuto sul mio blog e grazie per avermi concesso questa chiacchierata. La prima domanda è quasi scontata.

– Quali sono stati i tuoi primi passi nel mondo della scultura?

– A proposito dei miei primi passi nel mondo della scultura c’è da dire che in realtà io nasco come pittore, in quanto figlio di pittore. Ho visto sempre mio padre lavorare con quel medium espressivo e, quindi, sono stato attratto dalla pittura. Il grande vantaggio è stato che il medium espressivo della pittura non era solo di tipo tradizionale, non solo la pittura ad olio, ad acquarello, la pittura su tela o su carta, ma una pittura di sperimentazione fatta dai collage, dall’utilizzo del fuoco. Questo non da parte mia, ma da parte di papà per cui sono sempre stato attratto dalla materia. Questa attrazione per la materia mi ha portato a un ulteriore lavoro dalla superficie del quadro a una dimensione più spaziale, più di rilievo, di sovrapposizione di trasparenze di aggetti di materiali. Quindi, aver conosciuto nel mondo della storia dell’arte le opere di Burri, di Lucio Fontana, ad esempio, mi hanno attratto molto sin da ragazzino con una strana pervasione tattile, non solo con l’occhio, ma anche con le mani, con l’epidermide di quella che era la materia. È questo aggetto dalla superficie del dipinto mi ha portato poi man mano nel tempo ad utilizzare la superficie come uno schermo dal quale lasciar fuoriuscire delle forme e passare all’esperienza di quella che più concettualmente si intende come scultura. Ma anche qui non nel senso tradizionale della terza dimensione di un volume plasmato con l’argilla o col marmo o con il legno, ad esempio, ma partendo sempre dalla superficie del riquadro a parete. E qui, sono stati sicuramente interessanti gli approcci con altri artisti, molto famosi, che a livello sia nazionale che internazionale mi hanno aperto al mondo di una scultura non molto volumetrica ma molto leggera, molto sinuosa. Un nome su tutti è Fausto Melotti che mi ha affascinato con queste sue reti trasparenti, con questi fili di piombo, di rame appena saldati, quasi una scultura che sembra fragile. E, quindi, qui è stato un altro fascino. Poi, devo dire, che il mio passaggio dalla pittura alla scultura è stato aiutato da alcuni critici che hanno saputo guardare il mio lavoro in alcune mostre che ho fatto nella galleria Spazio Temporaneo di Patrizia Serra che mi seguiva a suo tempo. Si sono avvicinati critici come Luciano Caramel, Enrico Crispolti, Gillo Dorfles che sono stati soprattutto i primi tre grandi lettori del mio lavoro. Essi hanno detto che io da lì a poco sarei passato dalla parete a terra, oppure utilizzando entrambi le superfici la parete e la pavimentazione per creare quello che normalmente viene concepito come terza dimensione della scultura. Ecco questo è stato il mio passaggio dalla pittura alla scultura. Naturalmente, ribadisco non una pittura di tipo tradizionale e neanche una scultura di tipo tradizionale. Per me i due confini non esistono, anzi esiste un’interazione tra le due discipline che poi può essere anche mediata con altri medium più contemporanei come con la fotografia, con l’animazione. Insomma, io sono abbastanza aperto ad un’interazione delle forme espressive.

– Quali sono le fasi che accompagnano la realizzazione di una scultura?

– Non esiste una vera e propria progettualità. A differenza degli scultori tradizionali o del medium che principalmente gli scultori utilizzano, che è quello del disegno, del progetto di una scultura, sia per la interpretazione libera di un soggetto, quanto su una commissione per una scultura di piazza ad esempio per un concorso pubblico, il mio lavoro è più un work in progress. Con ciò non è che io non abbia bene in testa cosa voglia fare, non è che io non disegni le sculture. Il discorso sta però nella realizzazione dell’opera. Io non amo progettare in toto l’opera e poi farne una riproduzione. Così come non amo fare un disegno e poi affidare a un officina la realizzazione di una scultura. Cosa che ci può stare nel modus operandi di uno scultore. Ci sono stati tantissimi scultori anche nel passato, per esempio, Canova che realizzava le argille delle sue opere e poi per un distaccamento culturale della cultura neoclassica, per non interagire con l’aspetto romantico dell’elaborazione, dava ai maestri scalpellini, la realizzazione delle sue opere. Ci sono stati scultori anche contemporanei che realizzavano disegni e progetti o le cosiddette maquette, piccoli bozzetti di scultura per poi farne grandi opere magniloquenti. Questo non è il mio procedimento. Il mio procedimento è un work in progress, nel senso che io non demando mai il lavoro ad altri. Diciamo che seguo direttamente con gli artigiani che poi sono quelli che mi hanno insegnato a lavorare le materie che io adopero. Il tipo di sculture che io faccio non utilizza i materiali più consoni alla tradizione della scultura come può essere il marmo, la pietra, il legno, l’argilla, la terracotta. Anche se molte cose in questi materiali mi affascinano e non è detto che nel prossimo futuro non faranno parte di un integrazione con i materiali che normalmente utilizzo di più che sono il ferro, l’acciaio, il plexiglass. Materiali che nascono dalle industrie o che arrivano dalla terra, come il ferro che non è un materiale freddo. Ecco il termine work in progress fa parte della mia scultura che si costruisce man mano che io la definisco e la inserisco nello spazio. Questo, ad esempio, caratterizza le sue torsioni, i suoi andamenti, caratterizza la sua precarietà nell’aspetto per cui sembra che le sculture abbiamo difficoltà nello stare in piedi.

– Quali sono le tecniche che adoperi?

– I materiali principali che fanno parte della mia scultura sono l’acciaio, il ferro o i materiali ferrosi lavorati con una seghettatura, una brunitura a fuoco, oppure con la lavorazione con lama flessibile per tutta una serie di disegni, di tratti che io faccio. Il materiale più trasparente o che crea la luminosità, la rifrazione, la leggerezza è il plexiglass. Sbarre di plexiglass, recuperi di elementi di plexiglass delle macchine da stampa, quindi una memoria di qualcosa che esiste già. Questo è un altro aspetto del mio lavoro. A volte i materiali che utilizzo sono materiali di recupero, materiali di scarto che in realtà hanno già avuto una loro vita e alla quale cerco di dare una nuova possibilità. L’altra cosa importante è che i materiali nel tempo subiscono una loro mutazione, un loro invecchiamento, possiamo dire una nuova vita. Perché l’invecchiamento è una situazione di vita. Per esempio, il plexiglass nel tempo ingiallisce, crea delle crepe. Così come la nostra pelle, il nostro corpo si modificano nel tempo. Ecco, anche in questo il termine work in progress ha il suo valore.

– Cosa significa l’arte per te?

– Il termine artista, secondo il mio modesto punto di vista, ha subito un abuso di utilizzo, a volte un improprio utilizzo. Tutti si sentono artisti nelle varie forme espressive. Io non mi sento un artista. Sono un operatore di Arti Visive. Utilizzo dei medium che fanno parte del mondo delle Arti Visive. Non sono io a dovermi definire un artista e non sono io a dover definire il mio prodotto un oggetto di arte. Quando creo delle cose, degli oggetti, cerco di comunicare attraverso essi. Ma non devo avere la pretesa che il mio sia un oggetto di arte. Il tempo stabilirà se l’oggetto che ho creato sarà un oggetto di arte, se io ho realizzato qualcosa che ha dato il contributo al mondo dell’arte. Se accadesse ciò, significherebbe che il mio oggetto e la mia forma espressiva hanno cambiato alcuni linguaggi del mondo dell’arte o si sono inseriti in alcuni linguaggi contemporanei che nel tempo verranno riconosciuti da altri individui di altre epoche.

– Quali sono i riferimenti artistici e culturali che ti hanno maggiormente influenzato nel tempo?

– Ho amato e amo tutte le forme d’arte, non solo quelle delle Arti Visive e della pittura, della scultura, della fotografia, ma il cinema, la letteratura, la poesia, tutto ciò che ha potuto avere sviluppo dal momento in cui si diventa coscienti del fatto che qualcuno prima di te ha aperto dei mondi. Fra questi ci sono dei mondi che preferisco. Mi piacciono molto le avanguardie artistiche del Novecento, il Futurismo, il Dadaismo, il Surrealismo, Astrattismo. Sicuramente fra le Arti Visive preferisco maggiormente i linguaggi non figurativi che hanno superato la mera rappresentazione. Però, se mi trovo di fronte a un quadro di Francis Bacon, che è un artista figurativo, non so se è solo figurativo. Bacon è un introspettivo perché ha portato tutta la sua disperazione nella pittura attraverso un medium tradizionale, che è la pittura su tela, pittura su carta, la pittura su superficie. Però l’ha fatto in modo innovativo, nuovo. Se guardo Van Gogh, ha portato l’espressione all’infinito. Però posso guardare anche degli artisti iperrealisti o cosiddetti tali. Hopper è un artista che mi piace molto. Sto parlando di un linguaggio espressivo che non fa parte di un mio diretto bagaglio culturale. È logico che, se dovessi scegliere fra uno di questi artisti, non li sceglierei. Sulle pareti della mia abitazione vorrei un quadro di Rothko perché con la sua vibrazione cromatica, socchiudo gli occhi e vedo non un paesaggio, non una natura morta, ma vedo il mondo della luce e del colore quindi aspetti che mi attraggono, che mi portano in mondi che vanno oltre il mio sguardo. Così come i buchi di Lucio Fontana. Io, inizialmente, ho amato maggiormente Alberto Burri per le materie, per i sacchi, per lacerazioni col fuoco sulle plastiche, per le saldature dei ferri, per i cretti come il cretto di Gibellina. Successivamente ho riscoperto Lucio Fontana perché ho capito che aveva dato quel quid in più che mi ha aperto la testa su determinate altre concezioni dello spazio. Non ciò che vedo, non più la prima, la seconda dimensione della pittura, neanche la terza della scultura, bensì la quarta, lo spazio che sta oltre ciò che guardo. Un altro riferimento sul quale muovo le mie tracce nel mondo dell’arte è la contemporaneità, capire anche tutti quelli che stanno lavorando insieme con la mia generazione, con la generazione più giovane della mia, fino agli studenti che ho nelle accademie dove insegno. Questi rappresentano un altro punto di osservazione perché con il loro nuovo linguaggio io posso insegnare loro delle cose, ma loro possono insegnare a me tante altre cose. Il mondo dell’arte è un work in progress, è una vita che continua, segue la vita dell’individuo. Tu affondi delle radici, ma ne stabilisci delle altre che sono la linfa per poter creare nuovi elementi e nuove prospettive.

–  Cos’è per te l’ispirazione?

– L’ispirazione può essere dettata da momenti di felicità, da momenti di sconforto, da ciò che incontri in una giornata, da una macchia che vedi su una pavimentazione in marmo, da un cartello stradale divelto. L’ispirazione è una cosa complessa. Qual è lo spiraglio che viene lasciato aperto affinché ciò che si incontra possa stimolare il nostro ambito creativo?
La casualità, spesso demonizzata, fa parte del mondo che ispira ed apre a tanti ambiti che possono essere immediatamente utilizzati o stipati in un cassetto della memoria da tirar fuori al momento opportuno.

– Qual è il tuo rapporto con i colori?

– Il mio rapporto con il colore affonda le radici un po’ nell’esperienza che sin da piccolo ho vissuto grazie a mio padre Osvaldo. Lui era molto particolare perché ogni cosa che realizzava era cromatica anche quando lavorava col bianco e col nero, col fuoco sulla carta. Lui mi ha insegnato realmente che cos’era il colore, la forza del colore. I suoi quadri sono un’esplosione di colore per me. A poco a poco il mio colore si è traslato sulle materie. Ad esempio c’è stato un periodo in cui facevo quadri con i neri più neri possibili, non il nero del tubetto, ma i neri creati con la pittura, con le sabbia, col catrame, oppure le lamine di rame scaldate col fuoco che diventano quasi blu con le sfumature. Il mio rapporto col colore è un rapporto poetico. Mi piacciono tutti i pittori che lavorano col colore in modo poetico. Mi piace la scuola Veneta, per esempio, dove c’è questo rapporto col colore tonale, dove il colore non è piatto, ma è un colore con le gradazioni e sfumature, appunto, le tonalità. Il colore mi affascina molto, ma stranamente mi affascina più per ciò che riguarda gli altri artisti che non me stesso. Ultimamente, nelle mie sculture sto usando molto il plexiglass colorato che prendo già a livello industriale, mentre prima lo prendevo sporco delle macchine da stampa e, magari, lo dipingevo un po’ io. Il plexiglass industriale viene colorato di vari colori e a volte anche fluorescenti e su questo creo all’interno delle strutture d’acciaio segni che hanno un po’ l’effetto dello specchio d’acqua. Per cui quella rifrazione che prende la luce e modifica la forma, mi affascina perché diventa sia colore, sia luce. Il colore, fondamentalmente, sta fra il buio e la luce, il bianco e il nero e può avere simbologie estremamente opposte a seconda delle varie parti del mondo, delle diverse geografie. Ecco, il colore è una geografia dell’anima.

– Hai memoria di qualche episodio significativo durante il tuo percorso di formazione?

– Ce ne sono non pochi, però se devo realmente sintetizzare, dal punto di vista produttivo sono stati molto d’aiuto nella mia forma mentis i rapporti con gli artigiani, coloro che mi hanno insegnato a fare delle cose, pur avendo fatto io degli studi artistici, liceo artistico, una laurea in architettura. Sono stati i fabbri ad insegnarmi a saldare, quella manovalanza, quelle che vengono definite Arti Minori. Una definizione che non concepisco affatto. Sono proprio questi artigiani che ti insegnano determinati utilizzi della materia, dall’aspetto tecnico all’aspetto più creativo. Pensiamo alla ceramica con la quale mi voglio confrontare. La ceramica viene sempre definita una delle Arti Minori, ma in realtà molti grandi artisti si sono confrontati con la ceramica e l’hanno portata  nella loro opera. Un notissimo scultore dell’arte contemporanea Leoncillo ha fatto con la ceramica delle cose favolose. Così come Lucio Fontana, Alberto Burri. Ecco, le Arti Minori sono state gli episodi più importanti della mia vita, tutti quegli elementi che ti danno la misura di qual è la tua possibilità. Io conobbi un vecchio fabbro in provincia di Milano che mi insegnò a saldare. Il figlio, era convinto che la mia saldatura non tenesse, allora il padre gli spiegava che quella saldatura apparteneva ad un’opera d’arte. Suo figlio era della mia generazione, mentre il padre aveva già 85 anni e aveva la mente aperta. Ecco, questo è uno degli episodi che mi viene subito alla mente. Un altro episodio che ricordo è il rapporto con alcuni galleristi illuminati. Per esempio, una delle donne che ha seguito maggiormente il mio lavoro, è Patrizia Serra, toscana che aveva a Milano una galleria, Spazio Temporaneo, nella quale io mi sono un po’ formato. Il sabato pomeriggio mi ritrovavo con lei a discutere del lavoro. Mi è rimasta impressa una sua frase che mi disse quando vide i miei quadri degli anni 80:<< In ognuno di questi quadri ce ne sono altri cinque>>. Ecco, mi ha insegnato a guardare il lavoro con un occhio particolare che ne cogliesse i miglioramenti, che prendesse coscienza di uno stato di fossilizzazione o di input di innovazione. È stato un incontro illuminante poiché aveva ragione.

– L’arte può essere considerata necessariamente dialogo, cioè un’opera d’arte deve essere comprensibile a tutti i costi?

– La risposta è no perché, se chi realizza una qualsivoglia forma espressiva, si pone principalmente l’obiettivo che il lavoro debba essere subito capito, sta partendo secondo me col piede sbagliato. Bisogna creare qualcosa per comunicare un messaggio a qualcuno. La comunicazione può avvenire attraverso differenti piani e differenti linguaggi. Sicuramente si possono usare una serie di elementi che agevolano la decodificazione del messaggio da parte del destinatario. I destinatari possono avere diversa forma mentis culturale, provenienza etnica, livello di attenzione, quindi sono fattori che possono inficiare o rendere più complessa la decodificazione della lettura di un prodotto artistico. Quando si crea un oggetto, non si deve presupporre che questo sia facilmente comprensibile. Se si guarda un’opera del 300, una Madonna col bambino che facilmente può essere decodificabile, in realtà non lo è. Perché, se si analizzano diversi artisti che in quella epoca hanno dipinto una Madonna con bambino, ciascuno di essi ha inserito degli elementi differenti, un’impronta digitale. Nella codificazione di una immagine ci sono dei parametri diretti, ma anche indiretti. Ciò che conta in un oggetto di arte è l’aspetto poetico, la provocazione, riuscire a creare il disorientamento, fare in modo di stimolare la mente. Non meno irrilevante è l’aspetto ludico personale nel momento della realizzazione dell’oggetto d’arte. Quando lo si riesce a comunicare con più persone vuol dire che, molto probabilmente, quell’oggetto ha dei punti di contatto con altri uomini.

– Quali sono i tuoi progetti futuri?

– La pandemia ha bloccato una serie di progetti e ne ha ritardati altri. Alcune mostre che ho svolto in questo periodo erano già state progettate per il passato e hanno subito dei rallentamenti. Ma, forse, è stato meglio così perché a volte il lavoro deve sedimentare. Nei progetti futuri, sicuramente, mi piacerebbe creare una mostra retrospettiva del mio lavoro per creare il punto della situazione sia con me stesso, sia con chi ha creduto nella mia arte. Realizzare un catalogo sembra una cosa semplice, ma non lo è affatto perché necessità di fondi, di reperibilità delle opere che non è sempre così facile. Sarebbe bello poter creare un archivio del mio lavoro perché è necessario in quanto siamo tutte anime sfuggenti. Scrivere un libro su tutte quelle che sono state le mie conoscenze nel mondo dell’arte necessità della giusta ispirazione, e non vorrei realizzare un documentario di quelli che sono stati i miei compagni di viaggio.
Ma prioritario è nel mio futuro riuscire a vivere un po’ con meno frenesia dal punto di vista del lavoro, come docente, e del lavoro artistico. Mi piacerebbe nei prossimi decenni lavorare in modo più disincantato con meno pressioni. È giunto il momento che sia il lavoro a parlare per me. Vorrei vivere questo rapporto col mondo della realizzazione delle opere così come quando due esseri umani fanno l’amore. Nel momento in cui si crea qualcosa, bisogna non perdere mai di vista l’aspetto ludico di innamoramento con il proprio lavoro.

Valdi, questa intervista non poteva avere un epilogo migliore.

La creatività dà il meglio di sé quando la passione, l’estro e la fantasia si trovano alleate perché legate in un unico abbraccio. Questa è poesia.

Grazie mille, Valdi.

Piera Messinese

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Sono nata il 13 Novembre del 1966 a Lamezia Terme, in Calabria, ove risiedo. Sono sposata ed ho una figlia. Se dovessi scegliere un attributo che possa caratterizzarmi, questo sarebbe “eclettica”. Sono “governata da uno spirito fortemente versatile” che mi dà energia, per cui mi sento letteralmente assetata di nuovi stimoli. Sono innamorata della scrittura da sempre e la mia formazione classica ha contribuito a mantenere vivo in me tale sentimento. Grazie alla passione per i classici latini e greci in primis ed in seguito agli studi universitari in Medicina e Chirurgia, ho potuto rendere creativa la mia elasticità mentale. Ma “illo tempore fu il Sommo” a rubarmi il cuore e così “Galeotta fu la Divina". Amo, quindi, leggere e scrivere e ritengo che ciò sia fondamentale per la crescita di ogni individuo. Flaubert diceva: _”Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi o, come fanno gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.”… Sono Socia Fondatrice di “Accademia Edizioni ed Eventi”, Associazione culturale con sede a Roma che si occupa di cultura e di promuovere il talento. Scrivo su SCREPmagazine, rivista dell'Associazione, su cui curo varie rubriche.

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