U dutturi c’è e ci sarà

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C’era una volta… un medico condotto con il viso onesto, scrigno di valori fondamentali ed essenziali per l’etica e il sano vivere civile, portatore di una profonda coscienza affettiva, in ambulatorio fino a tarda sera o in giro da una parte all’altra della “condotta” con in mano la borsa di pelle colma di strumenti utili alle prime cure del corpo, se non dell’animo.

Un’istituzione!
Pietra miliare di riferimento della comunità, figura romantica, amata e temuta, dignitosa e rispettata.

Internista, dentista, ostetrico, assistente psicologico, dispensatore di speranza e di consigli, di dignità, d’amore, simbolo di bonomia, serenità, affabilità e tensione umana, parte attiva del processo di formazione della società nel “prendersi cura” in modo globale del paziente.
Sempre una parola di giustizia e di bene per tutti senza alcuna soluzione di continuità e con autentici principi di solidarietà per aiutare i malati e i bisognosi, frutto di una intensa vocazione umanologica.
La sua era sì una professione ma soprattutto passione e missione ad alto valore sociale.

La porta sempre aperta perché, anche di notte, bisognava dare la propria assoluta disponibilità, tant’è che nella sua famiglia “non si ricordava una domenica o una festa trascorsa in casa senza che qualcuno andasse a bussare per una visita urgente o anche solo per chiedere un consiglio”.
I suoi occhi non accettavano distrazioni ed avevano sempre sotto attenzione il corpo e l’animo del paziente in un rapporto di reciproca e massima fiducia, di forte umanità, senza alcuna barriera con l’ammalato.
La medicina per lui era l’arte della cura… e l’arte della cura non accettava svaghi.
I suoi occhi, il suo sguardo accettavano due uniche e sole distrazioni, l’amore per la famiglia e la cura per il suo terreno…
Già… il terreno, la terra, quella terra che l’accolse, quando un colpo di lupara lo abbatté e quelle braccia della famiglia, del figlio in questo caso, che, visto il mancato rientro a casa del padre e preoccupato, era andato a cercarlo in contrada Vallefondo presso il podere di sua proprietà.

Una morte orribile di un uomo buono e tanto stimato che, per omissioni, ritardi e incertezze investigative, stava per finire nel calderone dei casi irrisolti e impuniti con le indagini che sbattono contro un nulla di fatto e il proscioglimento a carico di ignoti con nell’aria ancora l’eco della voce degli strilloni:
Assassinato un medico. Si è rifiutato di curare un boss?”.

Quell’uomo buono giaceva in una pozza di sangue nei pressi della sua casa rurale di Camporeale e su quel terreno oggetto di tante sue cure.

U dutturi non c’era più!
Era il 18 novembre del 1988. Un venerdì!

Era nato a Contessa Entellina l’8 gennaio 1925. Un giovedì!


Parlo di Giuseppe Montalbano, felicemente sposato con Angela Saitta e padre di Luigi, Paolo e Valerio, ma barbaramente ucciso da mano mafiosa, come si apprese dai processi a Giovanni Brusca, “u verru”, a seguito del suo arresto avvenuto il 20 maggio del 1996, per fare capire che a Camporeale comandava il clan dei corleonesi, capeggiato da Salvatore Riina e Bernardo Brusca, padre di Giovanni, e non il medico che più volte aveva denunciato il geometra dell’ufficio tecnico del comune, referente di Giovanni Brusca, nei suoi tentativi di fare “imbrogli”.

E, per questo, doveva essere eliminato.

Doveva essere ucciso uno “spione”, un uomo che non era un giunco e riaffermare l’egemonia assoluta dei corleonesi su Camporeale.

Ma, come Giacomo Matteotti insegna con la sua frase, “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”, Giuseppe Montalbano non è mai morto…

Egli vive con le sue idee, il suo animo e la sua storia umana e sociale nel meraviglioso romanzo storico, “U Dutturi”, scritto a quattro mani da Mimmo Di Carlo e Valerio Montalbano, suo figlio, nelle varie presentazioni del libro, nella Croce di Luce, eretta nel luogo dell’omicidio e testimone della volontà di riscatto di un territorio, nell’istituzione della Borsa di Studio voluta dai familiari per continuare a testimoniare la vita di un marito, di un padre, di un medico, di un agricoltore, di un allevatore, dell’uomo rimasto “fedele, fino al tramonto, alla promessa che gli sorrise sul far dell’alba”, in tutte quelle nuove generazioni e istituzioni scolastiche che amano i percorsi della legalità e dell’antimafia, in quella passeggiata “Accura unni metti i peri”, nell’ intitolazione della sala lettura dell’istituto comprensivo “Leonardo Sciascia” e della Biblioteca Comunale di Camporeale, nel presidio di Imperia dell’associazione antimafia Libera di don Luigi Ciotti, nella mostra fotografica presentata a Palermo presso Villa Magnisi, sede dell’Ordine dei Medici, Chirurghi e Odontoiatri e oggi, grazie alla mia amica professoressa Silvia Butera dell’I.I.S.S. “F. D’Aguirre – D. Alighieri” di Salemi, sulle colonne del blog ScrepMagazine.

U dutturi c’è e ci sarà… la mafia “aveva fatto male i conti perché l’esempio che i paesani seguirono non fu quello che pretendeva Brusca ma quello che si ispirava alla vita del dottore Montalbano”, una vita esemplare, nobile e di sani principi al contrario dei mandanti ed esecutori del delitto che giacciono, ove non morti, in una prigione per scontare una sentenza di ergastolo.

U dutturi c’è e ci sarà… per quelle parole, per quei dialoghi del romanzo di Mimmo Di Carlo e Valerio Montalbano che hanno saputo cogliere, osservare e fermare sulla carta quei valori, quelle emozioni, quelle speranze di un vissuto alla luce dell’onestà e della correttezza per tramandarli e portarli di porta in porta, di paese in paese.


U dutturi c’è e ci sarà… perché il seme di un animo delicato in sintonia con la natura e la sua luce non costituisce mai il passato, ma è il presente in continua elaborazione per un futuro migliore, è l’alba di un giorno migliore.

Il cellulare squilla… quasi non mi va di rispondere per non interrompere questo mio scrivere!

Uno sguardo e mi appare un nome: Valerio Montalbano…

Aspettavo la sua telefonata per completare questo pezzo con una intervista e saperne di più anche perché Valerio, sin da quando gli chiesi che avrei voluto dedicare uno spazio di SCREPMagazine al suo libro “U Dutturi”, mi accolse con una empatia che ai giorni d’oggi non è facile trovare.
Ed eccomi in diretta telefonica…

Fiore – Ciao, Valerio, parlami di Mimmo Di Carlo, coautore di “U Dutturi”

Montalbano – Domenico Renato Di Carlo, per amici e familiari Mimmo, è un sessantottenne, dal 2013 pensionato, palermitano d’adozione, sposato con Ina da quarantacinque anni, padre di quattro figli e nonno di quattro nipoti, diplomato al liceo classico e laureato in Scienze Politiche.
Nella vita, oltre al lavoro da bancario, si è sempre occupato di “politica” nel senso alto del termine.
Proprio la Politica gli ha insegnato, forse meglio dire obbligato, a leggere quanti più testi possibile e gli ha anche dato occasione di scrivere per altri, inizialmente scalette per i comizi in paese, poi recensioni su proposte di delibera, poi ancora su disegni di legge ed infine discorsi per le assisi di partito.
La sua attività l’ha portato a conoscere tantissimi luoghi, tantissime persone ma soprattutto tantissime storie, alcune simpatiche, altre tristi, tutte comunque molto strane.
Da ognuna ha ricavato un messaggio, una riflessione, una indicazione sulla strada da seguire.
Quaranta e passa anni di stare in mezzo alla gente, capire i loro bisogni, condividere le loro ansie ed i loro progetti è stata una esperienza entusiasmante per la sua vita.
Il tempo libero lo dedica alla lettura di romanzi gialli o di racconti di storia provando anche a cimentarsi nella scrittura di brevi favole per i nipoti.
Dal 2014 al 2017 ha vissuto a Malta dove ha avuto modo provare sulla sua pelle la condizione di straniero, del diverso e di toccare con mano la diffidenza che la maggioranza degli indigeni gli riservava. Qualcosa di traumatizzante!
Rientra a Palermo su “ordine” dei nipoti, riprendendo a frequentare la parrocchia del quartiere con la voglia di essere utile a chi ne ha bisogno.
Ed è in parrocchia che incontra un giovane ingegnere…

Fiore – Valerio Montalbano…

Montalbano – Esatto! Entriamo subito in sintonia ed insieme decidiamo di avventurarci nell’impresa di rievocare le emozioni ed i sentimenti di una famiglia, la mia, travolta dal dolore ma non dalla rabbia.

Fiore – E ora parlami di te…

Montalbano – Nasco a Palermo nel 1965, terzo di tre fratelli figli di Giuseppe Montalbano, medico di famiglia ed ufficiale sanitario di Camporeale (PA), e di Angela Saitta, professoressa di ruolo presso la scuola media.
Dopo gli studi scientifici mi iscrivo nel 1984 alla facoltà di ingegneria di Palermo e mi laureo in ingegneria gestionale nel luglio del 1989.
Dal 1992 felicemente sposato con Giusi, medico di famiglia, dal 1997 papà di Giuseppe, oggi ingegnere chimico con laurea conseguita al Politecnico di Torino.

Fiore – La tua carriera professionale?

Montalbano – … si snoda tra i vari settori dell’Information Technology ricoprendo vari ruoli: da quello tecnico sistemistico fino al commerciale per diverse aziende del settore bancario, dei servizi alle imprese e della consulenza aziendale.
Oggi sono funzionario direttivo presso la Regione Sicilia e mi occupo della programmazione della spese dei fondi comunitari.
La morte di mio padre per mano omicida nel 1988 segna indubbiamente la mia vita tracciando un percorso di consapevolezza che la violenza subita non può essere l’orizzonte della mia esistenza; nel tempo insieme a mio fratello maggiore Luigi e a mia madre organizziamo vari eventi di carattere artistico-culturale con il coinvolgimento della scuola media di Camporeale per continuare l’opera educativa che mio padre da medico svolgeva nel paese e che di fatto è stata la causa del suo omicidio.

Fiore – E Mimmo?

Montalbano – Come ti dicevo prima ci incrociamo nel 2018 in parrocchia e insieme avviamo una attività di volontariato presso l’Associazione “Portofranco” per il sostegno allo studio dei ragazzi degli istituti superiori e dalla condivisione delle nostre storie partoriamo l’idea di scrivere a quattro mani “U Dutturi”.

Fiore – E ora, caro Valerio, cerchiamo di andare più in profondità!
Cosa ti ha spinto a scrivere “U Dutturi” e quindi a far conoscere l’assassinio per mano mafiosa di Giuseppe Montalbano a un pubblico più vasto, com’era giusto che fosse?

Montalbano – Ti rispondo con le parole di Mimmo quando lo chiamai per concordare come si sarebbe svolta la prima presentazione del libro e la successiva premiazione della borsa di studio intitolata a mio padre e gli chiesi di raccontare come è nato il romanzo: “Quando mi hai chiesto di scrivere un romanzo per raccontare la storia di tuo padre, onestamente, avrei dovuto dirti che l’argomento non mi interessava. Però, ricordandomi che Peppino (un nostro amico comune) mi aveva detto che tu eri figlio di un carabiniere ucciso dalla mafia, la curiosità mi ha fregato. Non perché fosse importante il ruolo nella vita sociale del defunto ma perché mi intrigava capire il motivo per cui fosse stato ucciso. Così ti ho chiesto di incontrarci a casa mia perché tu potessi raccontarmi la storia. Me lo ricordo come se fosse poco fa, giovedì ore 18,00, sei entrato nel mio studio, hai chiesto da dove prendere l’energia per il tuo computer e dopo pochi minuti ti sei seduto sulla mia sedia, hai acceso il tuo pc ed hai cominciato a raccontarmi la storia della tua famiglia facendomi vedere le immagini e sentire i commenti fuori campo. Siamo stati a commentare il tuo video per circa dieci minuti poi hai chiuso il computer e bocca e mi hai salutato così:
“Allora pensi di potercela fare?”
“Non lo so”, ti ho risposto.
Ci siamo rivisti il venerdì seguente, alla fine delle tue due ore di lezione di matematica presso la Onlus Portofranco in cui tu fai il docente volontario ed io l’addetto volontario alla segreteria.
Ero seduto dietro il computer a prenotare le lezioni della settimana successiva e ti vedo arrivare a passo spedito verso me con la faccia di chi è soddisfatto del suo lavoro.
“Ciao Valerio, il ragazzo migliora?”
La tua risposta è stata quella che non mi aspettavo: “Il ragazzo sì, ma l’altro ragazzo, quello con i capelli bianchi, quello che doveva scrivere ha già cominciato?”
Nella mia mente quella domanda è stata una bomba atomica perché avevo già deciso di declinare l’invito ma l’espressione del tuo viso mi ha catapultato nel dubbio: È giusto deludere chi crede in te?
Quale diritto ho di impedire che la storia di un eroe silenzioso possa diventare patrimonio e memoria di tanti?
“Sì, Valerio ho iniziato a leggere nei tuoi occhi e copiare su carta quello che andavo vedendo.”

Fiore – Tuo padre ha mai immaginato che avrebbe lasciato un così buon esempio e tanto coraggio a reagire contro la mafia?

Montalbano – Mio padre non ha mai pensato di essere un paladino antimafia nell’accezione così come oggi la intendiamo. Lui viveva la sua vita nel rispetto del prossimo e senza voltarsi dall’altra parte quando vedeva qualcosa di sbagliato.
Era coerente con i suoi valori che considerava non negoziabili, semplicemente perché era giusto così.
Basta questo per essere un buon esempio?
Ma è quello che dobbiamo vivere tutti nel nostro quotidiano!

Fiore – Se a “u dutturi” un uccellino avesse detto che sarebbe stato ucciso, si sarebbe comportato in maniera diversa?

Montalbano – Mio padre sapeva di essere una “presenza scomoda” come ha scritto lui stesso nella sua agenda nei primi anni ’70.
Sapeva perfettamente chi erano i “vicini di casa” e con chi aveva a che fare in comune.
Credo che avesse messo in conto di poter essere bersaglio della mafia, ma la necessità di essere in pace con la sua coscienza, in sintonia con le sue idee ed i suoi valori gli ha dato la forza di controllare la sua paura.
Forse il suo più grande errore è stato quello di ritenere la maggior parte di questi personaggi più stupidi che malvagi.

Fiore – Cosa pensa mamma Angela dei giovani del nuovo millennio quando li vede partecipare alle varie manifestazioni a ricordo del marito Giuseppe?

Montalbano – In famiglia nostra madre è chiamata Nonna Angela per rispetto del colore dei suoi capelli e per il suo continuo raccontare ai nipoti degli episodi della sua vita.
Nonna Angela è sempre molto commossa alla partecipazione agli eventi che organizziamo e ogni volta tornando a casa ci ripete sempre a noi figli di continuare così perché questi giovani devono sapere chi è il dottore Montalbano per dare loro dei criteri sani con cui affrontare la vita.
Ogni tanto la vedo con il libro in mano, quasi accarezzandolo, ed il suo commento è sempre lo stesso: ci vuole tanto coraggio a raccontare questa storia!


Fiore – Giovanni Falcone ha scritto: “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Sei d’accordo?

Montalbano – Come penso avrai notato nel piè di pagina delle mie email è presente la frase: “Prima di cercare la risposta esatta, devi fare la domanda giusta”.
Questa mi sembra proprio la domanda sbagliata!
Il punto non è se essere d’accordo o meno di fronte ad una tale affermazione, ma chiedersi piuttosto “chi sono le forze migliori delle istituzioni?”
E il rischio ancora più grave è di rispondere con un elenco di enti preposti alla pubblica sicurezza e tutela del diritto che finisce poi in un “loro devono fare …”
Ed io?
La forza migliore, che questa nostra società può e deve impegnare in questa battaglia, sono IO in simbiosi con me stesso e con gli altri per lavorare insieme alla costruzione del senso di comunità inteso come appartenenza e condivisione.

Fiore – Il filo della separazione tra attività legali e illegali sembra essere invisibile tanto che spesso il fenomeno criminale viene considerato parte integrante del sistema economico e finanziario. Sarà mai possibile estirpare questo cancro?

Montalbano – Questo dovrebbe essere un obiettivo irrinunciabile di uno Stato veramente democratico tuttavia la misura più semplice ed infinitamente più efficace ancora non riesce ad entrare nel dibattito politico.
Mi riferisco alla circolazione del denaro contante, elemento su cui si fonda tutta la strategia delle organizzazioni criminali.
Per fare un esempio, se tutti i pagamenti fossero fatti con strumenti tracciabili come si potrebbe vendere la droga senza essere scoperti?
Questo esempio può calzare su tutte le sfaccettature dell’attività criminale, dal pizzo alla prostituzione, al riciclaggio, al traffico illegale di rifiuti tossici e chi più ne più ne metta.
Se pensi che il giro d’affari complessivo delle mafie è stimato dall’Eurispes in circa 220 miliardi di euro l’anno (l’11% del Pil), allora ti rendi conto di quanto male la mafia sta facendo alle future generazioni.
Togli dalla circolazione il denaro contante e togli l’acqua allo squalo!

Fiore – Dalla lettura del vostro libro ho avuto la conferma che la mafia non ha una ideologia, ma una spiccata e scaltra cultura del potere. Mi sbaglio?

Montalbano – Assolutamente. Tuttavia non bisogna sottovalutare la ritualità degli atteggiamenti dei mafiosi, il linguaggio criptico e l’esibizionismo della fede che sono tutti messaggi rassicuranti per gli adepti.
È una cultura perversa che pone al centro il Potere inteso quale dominio sulla volontà di inermi cittadini messi di fronte al dilemma se subire o morire e quale mezzo per accumulare denaro e ricchezza materiale anche se difficilmente potranno goderseli.
Non si diventa mafiosi se non si è talmente crudeli da essere capaci di ammazzare senza rimorsi.

Fiore – Nella relazione della Commissione Antimafia del 1993 è scritto che “la mafia ha una propria strategia politica di occupazione e governo del territorio in concorrenza con le autorità legittime, è in possesso di ingenti risorse finanziarie e della disponibilità di un esercito clandestino e ben armato, caratteristiche che ne fanno un’organizzazione che si muove secondo logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della propria tutela e del proprio sviluppo e che la sua strategia politica non è mutuata da altri ma imposta agli altri con la corruzione e la violenza.”

Montalbano – Quella relazione è facilmente sovrapponibile al nostro tempo.
La pandemia è diventata alleata delle organizzazioni criminali perché il tessuto economico, fortemente debilitato dalla crisi, è facile preda di insospettabili personaggi in possesso di enormi quantità di denaro di provenienza sconosciuta.
È di pochi mesi fa la notizia che nei quartieri popolari di Napoli la camorra distribuiva alimenti e denaro a chi ne facesse richiesta.
Così hanno preso possesso del territorio. Per l’assenza dello Stato.


Fiore – Ho la sensazione che il pallone “mafia”, anche per responsabilità degli attuali mezzi di comunicazione, rimbalza addosso alle nuove generazioni e torna di nuovo in campo senza passare attraverso la fase della elaborazione critica e men che meno dell’interpretazione storico – sociale.
In altri termini credo che si faccia molto poco per trattenere la palla e giocarla dal basso per dare vita a un continuo percorso educativo che tenga lontana la retorica e avvii una reale partecipazione attiva che, contestualizzando gli eventi mafiosi, crei una coscienza di base che faccia sentire l’educazione antimafia maggioranza e non minoranza.
E qui sta il vostro merito: aver impedito al pallone di rimbalzare!
Infatti l’avete trattenuto scrivendo “U Dutturi” e realizzando progetti come la Borsa di Studio “Dott. Giuseppe Montalbano”, giunta ormai alla tredicesima edizione.

Montalbano – Hai detto bene Vincenzo!
Quello che manca alle nuove generazioni è “la fase della elaborazione critica e… dell’interpretazione storico-sociale” perché solo conoscendo il mio passato posso capire il presente.
Il fenomeno mafioso non è un problema genetico del mezzogiorno d’Italia e neanche un virus che si diffonde nell’aria o nell’acqua. È una evoluzione storica di scelte ed azioni che sono passate sopra la nostra testa sotto la bandiera prima di una unità nazionale (mai chiesta) e dopo di una liberazione da un regime (questo sicuramente chiesto), ma pagata a carissimo prezzo con uno Stato centrale che ha abdicato il controllo del territorio a pochi referenti locali che si sono sostituiti nella funzione di organizzazione della vita sociale trasformando la “res pubblica” a “res nostrum”.
La Borsa di Studio intitolata alla vita del dottore Giuseppe Montalbano ha la pretesa di essere una occasione per studenti, docenti e genitori di riflettere sui valori che rendono la vita degna di significato e piena di gusto.

Fiore – Cosa pensate del lavoro che state svolgendo per promuovere l’esempio e il ricordo di “u dutturi”?

Montalbano – È come un’onda in piena.
Ogni piccolo evento che facciamo ne genera altri come per contagio.
Del resto anche questa intervista nasce per un contatto indiretto a partire da un evento presso una scuola in provincia di Trapani e adesso ci ritroviamo in un blog che “vive nel Paese Italia”.
La nostra preoccupazione è quella di raccontare una vita che si svolge tra filari di vigne, punti di sutura e mucche da mungere e dire a tutti quanti che “SI PUÒ VIVERE COSÌ” abbracciando la realtà.

Fiore – Si può fare meglio?

Montalbano – Stiamo già facendo del nostro meglio; per i miracoli ci stiamo attrezzando…

Fiore – Insisto… la vostra squadra, il vostro insieme ha vinto e alla grande: avete messo al centro della vostra strategia di gioco l’educazione e l’istruzione, la comunicazione e l’antimafia sociale, perni essenziali di un modello di società fondato sui principi di eguaglianza e giustizia sociale, l’unico in grado di sconfiggere definitivamente il fenomeno mafioso.

Montalbano – Vorrei aggiungere anche la bellezza nella strategia di gioco che è un collante immediato, semplice, efficace: accende gli animi e stimola l’intelligenza.

Fiore – La vostra strategia di gioco fa sì che non vada persa una parte essenziale della memoria storica del nostro paese, la cui conoscenza è fondamentale per alimentare la cittadinanza attiva presente e futura anche perché si assiste sempre più di frequente ad atteggiamenti di indifferenza e di anoressia conoscitiva per i casi di corruzione e di mafia…

Montalbano – Riprendo quanto già detto. È l’affermarsi della consapevolezza della “res pubblica” che deve essere il centro del percorso educativo e formativo, non solo a livello scolastico ma anche e forse soprattutto negli ambienti di lavoro e di aggregazione sociale.

Fiore – Alla luce dell’esperienza fattavi nel portare il libro “U Dutturi” tra gli studenti, come gli stessi si confrontano con il tema della mafia? E come sul complicato compito spettante alla realtà scolastica di educare alla legalità?

Montalbano – Il primo quesito è figlio del secondo.
Mi spiego meglio.
La scuola è la palestra in cui si allena la classe dirigente di domani, ma se gli allenatori sono sottopagati, sottoutilizzati e privi di strumento al passo con i tempi allora il futuro sarà pieno di delusioni.
Da quando, anni novanta, la politica ha deciso di “risparmiare” sulla scuola pubblica lo scenario che si presenta è esattamente quello che ho descritto.
Si acuisce il divario tra ricchi, che possono permettersi le scuole private, e non-ricchi che non possono “allenarsi” adeguatamente, rendendo, di fatto, inaccessibile a quest’ultimi salire i gradini della scala sociale.
Questa è la ragione per cui la cultura mafiosa attecchisce specialmente nei quartieri degradati delle grandi città e nelle piccole comunità dell’entroterra.
Solo la dedizione del corpo docente pone rimedio a tale pericolo, soprattutto oggi che le notizie circolano molto velocemente, educando i ragazzi a ragionare con senso critico.
Fortunatamente i ragazzi rispondono agli stimoli.

Fiore – “Accura unni metti i peri”. Cioè?

Montalbano – “Attento a dove metti i piedi” (traduzione letterale) è una passeggiata che si svolge nel mese di maggio all’interno degli eventi previsti nella borsa di studio. La partenza è dal piazzale della scuola media di Camporeale fino alla Croce di Luce in contrada Macellaroto, dove mio padre è vissuto, attraverso sentieri, trazzere e filari di vigneti per riassaporare il gusto della bellezza di questa terra. Una passeggiata immersi nella bellezza della nostra terra. Niente altro di più!

Fiore – Altri progetti per il futuro?

Montalbano – Ai posteri l’ardua sentenza…

Il Sindaco di Contessa Entellina, Leonardo Spera, aggiunge:

Ho conosciuto la storia di Giuseppe Montalbano per caso da Giusy Cannizzaro, psicologa, amica e compagna di impegno politico che già da anni seguiva le iniziative che la famiglia Montalbano era solita svolgere a Camporeale in ricordo di “u dutturi”.
Ma mai avrei pensato che Giuseppe Montalbano, vittima di mafia, fosse un mio concittadino.
Infatti, in occasione della mia partecipazione, su invito della Cannizzaro, alla passeggiata in suo ricordo, intitolata “Accura unni metti i peri”, scoprii che Contessa Entellina aveva dato i natali a Giuseppe Montalbano.
Da subito pensai che sarebbe stato molto giusto portare alla ribalta una storia di mafia che Contessa conosceva poco e ricordare il sacrificio di un uomo buono, di un professionista che aveva pagato con la vita la sua onestà.
Non c’era altro da fare che issare la bandiera della memoria dedicandogli qualche iniziativa.
Ecco quindi nascere l’Osservatorio Permanente della Legalità dedicato al mio concittadino “u dutturi”. caduto sotto i colpi della lupara mafiosa.
Fu una giornata fantastica con il racconto toccante di Valerio Montalbano e i volti emozionati dei contessioti“.

L’Osservatorio Montalbano ogni anno, nel ricordo del caduto sotto i colpi della lupara mafiosa, assegna una borsa di studio ai giovani studenti meritevoli.
La memoria è storia ma anche futuro.
Ed è per questo che legalità e cultura devono camminare di pari passo per far lievitare sempre più nella nostra società, a partire dai giovani, il senso dell’etica, dell’onestà e dell’integrità morale.

Fiore – Sindaco, la sua Amministrazione pensa di dedicare una via, una piazza o altra location a Giuseppe Montalbano?

Il Sindaco – Assolutamente sì.
Il ricordo di chi si è battuto per una terra più giusta, onesta, meritocratica va custodito e tramandato.
Falcone, Borsellino, Impastato, Livatino, Montalbano devono avere, per quel senso dell’etica di cui le parlavo prima, a perenne memoria una targa su una strada, una piazza o altro…
E questo sarà attuato in occasione del rifacimento della toponomastica di Contessa Entellina…”

Fiore – Grazie Sindaco, noi di ScrepMagazine per l’occasione ci saremo!

Vincenzo Fiore

Un grazie sincero a Valerio Montalbano per le foto concesse.

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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Sono Vincenzo Fiore, nato a Mariotto, borgo in provincia di Bari, il 10 dicembre 1948. Vivo tra Roma, dove risiedo, e Mariotto. Sposato con un figlio. Ho conseguito la maturità classica presso il liceo classico di Molfetta, mi sono laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Bari con una tesi sullo scrittore peruviano, Carlos Castaneda. Dal 1982 sono iscritto all’Ordine dei Giornalisti, elenco Pubblicisti. Amo la Politica che mi ha visto fortemente e attivamente impegnato anche con incarichi nazionali, amo organizzare eventi, presentazioni di libri, estemporanee di pittura. Mi appassiona l’agricoltura e il mondo contadino. Amo stare tra la gente e con la gente, mi piace interpretare la realtà nelle sue profondità più nascoste. Amo definirmi uno degli ultimi romantici, che guarda “oltre” per cercare l’infinito e ricamare la speranza sulla tela del vivere, in quell’intreccio di passioni, profumi, gioie, dolori e ricordi che formano il tempo della vita. Nel novembre 2017 ho dato alle stampe la mia prima raccolta di pensieri, “inchiostro d’anima”; ho scritto alcune prefazioni e note critiche per libri di poesie. Sono socio di Accademia e scrivo per SCREPMagazine.

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