“Gaza” di Maria Cristina Adragna

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Le riflessioni sulla caducità della vita appaiono come naturali soliloqui routinari, spesso destati dall’esigenza di pervenire a delle risposte esistenziali che non ci vengono fornite a priori.

Conviviamo con un sentimento di assoluta precarietà che temiamo non più di tanto, poiché sempre ed oltremodo lontana si palesa la nostra percezione del momento in cui avverrà il distacco dalla vita.

Crediamo sovente, erroneamente e con molta presunzione , all’indiscussa onnipotenza della carne e non abbiamo contezza alcuna dell’importanza di rattoppare uno spirito ferito.

L’essere umano, in assenza di patologie precoci e dagli esiti fatali, detiene il sacrosanto diritto di morire da vecchio, assistito con giuste premure e con spirito di abnegazione,”torturato” esclusivamente dalle spasmodiche attenzione di chi sacrifica se stesso in virtù dell’assistenza.

Che il cammino terreno di chicchessia venga brutalmente interrotto dalla smania di prevaricazione o dagli innumerevoli quanto sfaccettati aspetti del conflitto, si configura come un’evidenza che non risponde ai dettami della natura.

L’involuzione della “sostanza umana” affonda le proprie radici nell’assopimento delle coscienze.

La storia non ha insegnato nulla, o meglio, si è rivolta ad un sostanzioso gruppo di discenti negligenti e molto distratti.

Non si può morire di guerra. Non si deve morire di guerra!

GAZA

Eppure voi foste solcate da Dio
terre di sabbia, di polvere e arsura,
dune indomabili in preda al fruscio
di venti in tempesta che abbattono mura.
Eppure i Suoi piedi vi resero sacre,
per più di trent’anni sorrise ad oriente,
di certo avvertiva l’essenza un po’ acre
di lacrime avvinte alla povera gente.
Eppure vi scelse al cospetto del mondo
in mezzo ai deserti dipinse cascate,
se avesse deciso di andare più a fondo
guardando all’eterno vi avrebbe salvate.
C’è ancora uno spicchio di luna tremante
il cielo impassibile mira l’inferno,
a stenti prosegue quel triste viandante
che serba nell’animo un gelido inverno.
Potesse raggiungervi un urlo di pace
sarebbe un accenno di vita che incombe
ma ogni barlume di speme, ahimè, tace,
si ode soltanto il frastuono di bombe…

Maria Cristina Adragna

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Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

2 COMMENTS

  1. TANATOPASSI
    ” fa terribile il morir, non è ver che sia la morte il peggior di tutti i mali “, così l’abate Pietro Metastasio, ” E’ un sollievo de’ mortali che son stanchi di soffrir “;
    ” E tu, cui già dal cominciar degli anni sempre onorata invoco, bella Morte, pietosa, tu sola al mondo dei terreni affanni (…) chiudi alla luce omai questi occhi tristi ” e ” due cose belle ha il mondo: amore e morte (Leopardi) nel mio sangue innocente non ricolmar di lode, non benedir, com’usa per antica viltà l’umana gente “.
    La morte può essere un dono?
    Che valore può avere la morte?
    Questo pessimismo…ci narcotizza!
    Abbiamo smarrito il senso del valor della morte?
    V’è, tuttavia, un nesso intrinseco tra morte e vivere, v’è l’organicità della morte rispetto alla vita.
    ” noi siamo più felici con la morte di quel che saremmo stati senza di essa ” (Sir Thomas Browne, Religio Medici – 1641 -Sellerio, Palermo 1988, p. 70).
    Può sembrare un paradosso, ma è la morte che ci fa dono del passare del tempo.
    Ovviamente, ciò se non si accetta la Luce dall’alto e
    – ahimè – non avremmo nessuna ragione di agire, anzi di vivere!
    Johannes von Saaz (conosciuto anche come Johannes von Tepl), nel suo dramma “Il villano di Brema”, descrive come un attacco all’inevitabilità della morte (Edizioni dell’Ateneo, Roma 1965, pp. 12. 17. 21): ” Voi che ferocemente distruggete tutta l’umanità, che rovinosamente perseguitate tutto il mondo, che orrendamente assassinate ogni persona, voi, o Morte, siate maledetta”.
    Ma Sir Thomas Browne: ” Rifletti, o stupido, esamina le questioni e con il cesello del pensiero scolpiscile nella mente, e allora troverai che se dal tempo dell’uomo formato dall’argilla noi non avessimo impedito la crescita e la moltiplicazione degli uomini sulla terra, degli animali e dei vermi nei deserti e nelle lande selvagge, dei pesci squamosi e viscidi del mare, ora nessuno potrebbe resistere davanti alle zanzare, ora nessuno oserebbe farsi incontro ai lupi.
    (…)
    Tu non hai bevuto alla fonte della saggezza, lo notiamo alle tue parole. L’azione della natura non l’hai veduta, la concatenazione delle situazioni in questo mondo non l’hai guardata, la trasformazione delle cose terrestri non l’hai osservata…”;
    Zbigniew Herbert, nella poesia “Le alienazioni del Cogito”, esterna la sua paura dell’immortalità (come s’è detto, se non si accetta quella Luce dall’Alto):

    fino all’ultimo

    il Signor Cogito vorrebbe cantare
    la bellezza del passare del tempo
    ecco perché non ingoia Geleé Royale
    non beve elisir
    non fa un patto con Mefisto
    con la cura di un buon giardiniere
    coltiva le rughe che ha sul viso
    accetta umilmente il calcio
    che gli si è depositato nelle vene
    è beato dei vuoti di memoria
    perché la memoria lo tormenta
    l’immortalità
    fin da bambino
    lo mette in uno stato
    di paura tremante
    perché si dovrebbero invidiare gli dei?
    – per le correnti celesti
    – per un’amministrazione pasticciata
    – per una cupidigia mai sazia
    – per un tremendo sbadiglio (Z. Herbert, Mr Cogito and Longevity, in Report from the Besiegel City and Other Poems – 1983 – Oxford University Press. Oxford 1987, pp. 24-25).
    ” Il Tempo è la misericordia dell’Eternità, senza l’agilità del Tempo, che è fra tutte le cose la più rapida, tutto sarebbe tormento infinito (W. Blake, Milton, a cura di R. Sanesi, SE,Milano 2000, p. 96).
    ” La morte è, tra le altre cose, la misericordia del tempo ” ( Christopher Ricks, Becketts Dying Words, The Clarendon Lectures 1990. Oxford University Press, Oxford 1995, p. 20 ).
    La rimozione che oggi abbiamo della morte – in contrappasso – ci fa apprezzare la durata della vita piuttosto che elevarne la sua intensità, ma così pregiudichiamo la gioia di vivere (cfr. P. Skrabanek, The Death of Humane Medicine and the Rise of Coercive Healthism, The Social affairs Unit, London 1994).
    Non dimentichiamo che di continuo cadiamo attraverso l’aria e ci avviciniamo sempre più alla morte
    (…)
    La fugacità della vita ci dovrebbe spronare a vivere intensamente (cfr. S. Lindqvist, Sterminate quelle bestie, Tea, Milano 1992, p. 121).
    Primo Levi, in “Se questo è un uomo”, evidenzia un dono della morte: può ridurre le gioie e, però, limita l’infelicità.
    Sarà vero il detto: “Chi è felice è pazzo”?
    Che ci vorrà per trasformare tutte le armi in vomeri?
    Israele e Palestinesi sono destinati a scannarsi di continuo?
    Ancora oggi dobbiamo udire “soltanto il frastuono di bombe…”?
    Michele dr. DI GIUSEPPE

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