Tra storia e leggenda…”I falchetti del Castello di Maida”

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La storia racconta che nel Castello di Maida visse Federico Ruggero di Hohenstaufen, soprannominato “Stupor Mundi” per via della sua grandissima curiosità intellettuale, che lo portò allo studio della filosofia, dell’astrologia, della matematica, della medicina e delle scienze naturali.

Fu proclamato Imperatore del Sacro Romano Impero nel 1211e l’anno successivo, nel 1212, divenne Re dei Romani.

Federico II di Svevia soggiornò nel Castello di Maida nel 1223,ed apportò numerose modifiche e ampliamenti al sontuoso Maniero, nonché volle istituire una grande riserva di caccia.

Del resto, i possedimenti feudali del Comune di Maidese, erano considerevolmente vasti e ricchi di selvaggina di penna e di pelo d’ogni genere e specie.

Un giorno, un uomo portò in dono all’ Imperatore due falchetti che erano figli della stessa madre.

Il Re, che aveva molto gradito il regalo dell’ uomo, essendo nota tra il popolo maidese la sua passione per la caccia col falco, li consegnò subito al proprio falconiere di fiducia Dalmazio perché li addestrasse.

Il falconiere, che era un esperto nel suo mestiere di addestratore, li nutrì entrambi prendendosene cura ogni giorno e dedicando a ciascuno di loro le stesse premurose attenzioni.

Erano fratelli – i falchetti – ma appena iniziarono a crescere, si cominciò a vedere la differenza. Uno dei due lodolai era più timido e assai più gracile rispetto all’ altro.

Allora Dalmazio decise di cambiare atteggiamento.

E per far si che il più minuto “recuperasse”, gli dava da mangiare di più, temendo che non sarebbe riuscito a sopravvivere con grande dispiacere del Re, dimenticando talvolta di nutrire l’altro che appariva più sano e più forte. Il falchetto trascurato, perciò, dovette per forza imparare a cavarsela da solo.

Dalmazio lasciava la sua gabbia aperta, per cui lui usciva e andava a becchettare in giro di qua e di là. Dava la caccia a piccoli vermi scavando nell’ erba, e si nutriva delle briciole rimaste sui tavoli dei banchetti che venivano organizzati spesso al Castello. In tal modo, riusciva a sopravvivere anche se non veniva nutrito abbastanza.

Col passare del tempo, i falchetti diventarono due magnifici falchi adulti. Ma anche da grandi,  conservarono le proprie differenze.

Infatti, il più gracile dei due, che nel frattempo era divenuto sano e forte, se ne stava tutto il tempo nella gabbia e non sapeva volare; l’ altro, invece, il trascurato, era completamente autonomo. Quando il falconiere si rese conto che uno dei due falchi non riusciva a spiccare il volo, costernato informò sua Maestà.

Questi emanò un bando rivolto a tutti i maidesi e alla gente delle contrade limitrofe, promettendo una lauta ricompensa a chi sarebbe riuscito a far volare il falco. In molti, attratti dal denaro andarono al Castello cimentandosi in svariati modi, qualcuno persino adottando pratiche magiche.

Ma ogni prova risultò vana. Un bel giorno, si presentò a Corte un contadino maidese, detto ” Cicciu u menzalora”, che volle anch’egli fare la prova.

L’ Imperatore, ormai stanco e deluso dagli innumerevoli tentativi falliti di volta in volta, lo lasciò solo, di fronte all’ albero sul cui ramo stava appollaiato il falco da giorni.

Poco dopo però, il contadino mandò a chiamare sua Maestà .Quando il Re lo vide, si rese conto che il falco stava volando. <<Come hai fatto?>> -chiese al contadino – <<Semplice Sire: ho tagliato il ramo>>.

A volte le difficoltà, i rischi, gli incidenti della vita,  sono ciò che ci impedisce di volare.

“Solo chi sogna impara a volare” recita un famoso proverbio.

Forse tutti noi saremmo in grado di volare, se fossimo assolutamente certi delle nostre capacità di farlo, come fece quel giorno, il coraggioso falco, ma solo se saremo pronti al rischio, potremo scoprire cosa siamo in grado di raggiungere…

Anna Maria Notaris

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"Donna non si nasce, si diventa" è opera di una scrittrice, Simone de Beauvoir, alla quale mi ispiro. Sono nata a Lamezia Terme, in Calabria, dove vivo e risiedo. Ho conseguito gli studi magistrali in un collegio ad indirizzo pedagogico-religioso a Soverato prima, a Catanzaro poi. A vent'anni, durante il mio primo viaggio negli Stati Uniti, nel New Jersey, ho avuto modo di osservare luci ed ombre dell'emancipazione femminile più avanzata di quel tempo. Ho lavorato come insegnante di scuola dell'infanzia a Milano e in Calabria, successivamente a Padova come ufficiale di riscossione. Il mio motto è: “amo così tanto la vita, da amarne anche le sofferenze”. Se dovessi descrivermi usando un aggettivo, direi che sono "poliedrica" per la volontà con cui riesco ad adattarmi alle circostanze della vita ed alle sue vicissitudini. Ho iniziato a scrivere dieci anni fa su "Studio Cataldi" di Roma, un giornale giuridico, ed ora scrivo su ScrepMagazine, la rivista dell'Associazione Culturale "Accademia Edizioni ed Eventi" di cui sono Socia. E scrittori si nasce, non si diventa. Una volta presa in mano la penna, tutto viene da sé…peraltro “Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperta” (Italo Calvino).

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