La storia di “Corso”, il cane dei briganti

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“Il giorno 9 dicembre 1810 si scoprì il ricovero dello scellerato Parafante situato nel centro del bosco del Cariglione in un luogo distante 18 in 20 miglia da qualunque abitato (…) uno dei briganti morì ed i cani restarono estinti”

Il cane Corso ha origini antichissime, tanto che fu impiegato in battaglia dai legionari romani. Tipico cane molosso, discende dal “canis pugnax”, è identificato come Dogo di Puglia.

Il suo nome può portare a confusione, portando a pensare che si tratti di un cane che ha origini in Corsica, in realtà, il suo nome proviene dal latino “cohers” che significa protettore. Ancora oggi, in alcuni dialetti del sud, definire Corso qualcuno, significa dargli del tosto, virile, autorevole. Lo troviamo anche nei “Malavoglia”, dove Giovanni Verga scrive: “Morde peggio di un cane Corso!”

Con l’abbandono delle campagne, questo bellissimo molossoide, ha rischiato l’estinzione ma negli anni ’70, una profonda opera di recupero, ha gettato le basi che lo hanno portato fino a noi. Grazie ad impegno e costanza, nel novembre 1987, l’ENCI (Ente Nazionale Cinofila Italiana), approva lo standard, con riferimento ad un soggetto particolarmente tipico: Basir!

L’attuale cane Corso, è di indole docile e ama il contatto col padrone. È fedele, equilibrato resistente a qualsiasi temperatura grazie al folto sottopelo, rendendolo un ottimo cane da guardia. Non è molto amichevole con gli estranei e, se non adeguatamente socializzato, può rivelarsi un terribile nemico. Sta attaccato al padrone come un francobollo e l’abbaio, non fa parte del suo repertorio quindi, se siete dei malintenzionati, alla larga dai luoghi dove vive questo bellissimo patatone.

Come detto all’inizio, il Corso è stato un vero combattente. In uso all’esercito borbonico, fu presto abbandonato perché, aggredita la presa, non la lasciava e non rispondeva ai comandi. Anche i briganti del meridione, si avvalsero di cani Corsi oltre che di Mastini napoletani. Erano perfetti per fare la guardia e percepivano a distanza, l’avvicinarsi di intrusi malintenzionati.

Il sanguinario “Bizzarro”, al secolo Francesco Mozzato, aveva numerosi cani, abituati anche a cibarsi di carne umana. Quando il Bizzarro uccise a sangue freddo il figlio neonato, avuto dalla sua compagna, lei decise di vendicarsi. Chiese ed ottenne che i fedeli amici del brigante, fossero legati a catena, proprio per impedire loro di proteggere il padrone dalla furia di una madre a cui era stato ucciso il figlioletto.

Nello stesso periodo (siamo agli inizi del !800) Giuseppe Rotella, detto “il Boia”, si divertiva ad aizzare i suoi cani contro chiunque, soldati nemici o semplici viandanti. Paolo Mancuso, detto “Parafante”, dopo aver sterminato un intero reparto di soldati, fece mettere il corpo del Tenente Filangeri di Garafa, nel pentolone usato per la preparazione del formaggio, facendolo bollire. Ciò che ne venne fuori, fu dato in pasto ai cani.

Purtroppo, la triste fama rese i cani attivamente ricercati dai soldati. L’utilizzo del cane Corso da parte dei briganti, continuò anche contro l’esercito sabaudo prima e italiano dopo, periodo che va dal 1860 al 1870, circa. Pertanto le autorità emanarono il seguente ordine:

Dalle ore24 italiane tutti i cani dentro l’abitato, che in campagna dovranno essere rinchiusi, quelli che si troveranno fuori saranno immediatamente uccisi”

È importante dire che gli avvenimenti del passato, non rispecchiano affatto il temperamento dei cani Corsi, che pur essendo eccezionali guardiani, sono una razza equilibrata, come già spiegato, ed affidabile per il padrone e la sua famiglia.

“L’11 settembre 1810 (…) vi era il Boia ed i suoi compagni occupati a giuocare a denari. La Guardia Civica fece una scarica di fucilate su di loro. Luigi… da Cerrisi. Giuseppe Lamanna da Tiriolo, e i due cani Leonessa e Malcuore vi morirono”

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