Oggi sono particolarmente emozionata perché accanto a me c’è Alessandro Pingitore, cardiologo e figlio del mio medico di famiglia, una persona a me particolarmente cara, alla quale ho dedicato una delle pagine più belle del mio libro “La ragazza dalla pelle di seta“.

Alessandro ha ereditato molto dal suo papà perché vive la sua professione con passione.

Un punto chiave del suo percorso clinico e, oramai anche scientifico, è che le conoscenze, appunto, scientifiche e il rapporto umano abbiano entrambi importanza per la cura della malattia da una parte e della persona dall’altra.

Alessandro è nato nel 1966 a Nicastro.

Laureatosi in medicina nel 1991 a Pisa, ha fatto il dottorato di ricerca in fisiopatologia cardiovascolare a Milano.

È specializzato in cardiologia a Chieti.

È ricercatore dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR a Pisa.

Ha sempre fatto ricerca clinica su pazienti come attività professionale perché fino al 2011 nel suo istituto si faceva sia attività clinica che ricerca in ambito cardiologico.

Dal 2011 in poi si è dedicato prevalentemente alla ricerca.

In Usa era visiting professor al New York Institute of tecnology.

L’allontanamento dai pazienti e, quindi, dall’attività clinica lo ha portato a riflettere sul fatto che la professione del medico è la più bella del mondo. Ma è anche la più difficile dal momento che bisogna curare la malattia, l’oggettività della patologia ed anche la persona e, quindi la soggettività di un individuo.

“La professione medica ha qualcosa di artistico. Da una parte esiste la dimensione tecnica scientifica da cui non si può prescindere, bel definita nelle sue regole fisiologiche e fisiopatologiche che caratterizzano il comportamento umano in condizioni normali e patologiche. Ma dall’altra parte esiste una dimensione poco definita che cambia da soggetto a soggetto, che è l’essere umano, nella sua complessità. È questa la dimensione che rende il medico un po’ artista in quanto deve sviluppare la sua creatività per dare un senso umanistico alla sua professione”.

Alessandro, cosa ti ha spinto a prestare il tuo aiuto in questa gravissima emergenza sanitaria nazionale?

“Appena sono venuto a conoscenza del bando della Protezione Civile che ricercava medici in aiuto alle aree piú colpite dal Covid 19, ho deciso di aderire alla chiamata. È stato il senso del dovere a spingermi a partire”.

Alessandro, cos’è la Stanza N° 20?

La Stanza N°20 si trova nell’Ospedale di Verduno in Piemonte.
Nel reparto ho conosciuto un giovane medico amante della montagna che un giorno mi invitó ad andare nella stanza numero 20 perchè da una finestra si poteva ammirare un panorama mozzafiato, il Monviso.
L”ultimo giorno di permanenza in ospedale decisi di andare nella famosa stanza numero 20. Ricordo che bussai: <<Salve, è permesso? Posso entrare>>? Il paziente mi accolse, rispose al mio saluto. Ed io gli dissi:<<Sono venuto per vedere il panorama>>. Il paziente, quasi allibito rispose: <<Prego, si accomodi, vada, vada. Comunque, dovrebbe venire la sera per vedere le luci del paese.>> Io replicai: << Mi accontento del giorno per ammirare la grandezza del Monviso>>.
La stanza numero 20 è una metafora. Ci si puó immergere a contemplare la bellezza della natura anche in un luogo quale può essere un ospedale dove si sta a contatto con la sofferenza, la morte.
È una bellezza che ti fa cogliere il senso della vita, che ha quasi un effetto terapeutico. Il paziente lotta con tutte le sue forze perchè c’è la bellezza del mondo che lo attende.

Stanza N° 20

Dove sono? Non lo so. E’ l’ennesimo letto su cui sono sdraiato da chissà quanti giorni.
Da chissà quanti giorni sono in balia degli altri. Gli altri mi spostano, gli altri mi fanno respirare, gli altri mi puliscono, gli altri mettono le mani sul mio corpo. Ovunque!!!
Gli altri, no!!!! Non ce l’ho con gli altri, ma capitemi!!! Non sono più padrone di un angolo del mio corpo e della mia mente.
Dove sono è la domanda più innocua. Chi sono, quella che mi inorridisce.
Avrò la barba, come sono i capelli, che sguardo ho, cosa dicono gli occhi. Quelli non ti abbandonano mai. Sono sempre fedeli.
Sono arrivato ieri sera, sul tardi. Sentivo voci bisbigliare. Questo paziente è stato … Non ho capito o, forse, ho preferito non ascoltare. Avevo paura di sapere la verità. In quel momento ho immaginato di nascondermi sotto una coltre spessa di coperte impermeabili alle parole. Per favore, non voglio sapere niente. Lasciatemi stare. Non so come mi chiamo, non so dove sono, non so quanti anni ho.
Non voglio pensare.
Non voglio pensare cosa è rimasto di me. Della mia vita. Chi sono le persone sopravvissute e come sono. Non voglio pensare a casa mia. Quegli ultimi giorni che ho passato a casa. Febbre, tosse, brividi scuotenti, soffocavo. Cercavo aiuto, cercavo conforto, ma dovevo stare isolato… nell’attesa di un aiuto. Mia moglie era terrorizzata, i miei figli si nascondevano. Non capivano perché dovessi stare isolato, ma avevano paura del mio sguardo terrorizzato, allucinato.
Il senso di impotenza pervadeva ogni mio pensiero.
Ho paura di tornare a casa. Ho paura perché vivrei di nuovo quei momenti.
Tosse, febbre brividi, senso di soffocamento.
Tosse, febbre, brividi scuotenti, senso di soffocamento.
Una mano sul collo che ti stringe, ti stringe all’inverosimile e tu sei impotente. Vuoi morire!!!
Non voglio tornare a casa perché non so chi trovo e non so come li troverò.
Hanno perso il sorriso?
Gli occhi? Lo sguardo?
Gli occhi non ti abbandonano mai. Sono sempre fedeli.
Gli sguardi sono infiniti e silenziose parole che gettano dai nostri occhi.
Gli occhi non dimenticano mai.
Come farei a sopportare lo sguardo dei miei figli.
Il pensiero mi fa morire!!!
……………………………………..
Sono in questa stanza. Bella luce. Tante finestre, piccole, ma tante.
Non ho visto cosa c’è fuori. Devo provare ad alzarmi. Chiederò ai medici, dopo il turno.
Ecco, stanno arrivando, li sento, sono nella stanza prima della mia.
Hanno tute, maschere, guanti, visiera, soprascarpe, cappuccio, nastri e nastrini per tapparsi, per proteggersi.
Sono irriconoscibili.
Questo travestimento li deforma. Sono tutti uguali, uomini e donne. A vedersi sono disumani. Ma sono belli lo stesso. In questi giorni, ne ho visto, o meglio intravisto tanti. Volevo toccarli, volevo dargli la mano, volevo abbracciarli. Qualcuno mi dava un pizzicotto sulla mano o sul braccio.
Un piccolo grande grosso gesto di umanità!!!
Eccoli. Quello, deve essere il capo!!!
Sì, è il capo. Decide la terapia, mi fa LE SOLITE DOMANDE. Non vorrei rispondere.
Il capo esce dalla stanza, lo chiamano al telefono.
Si avvicina un altro medico.
Gli occhi, l’unica cosa di umano che c’è in quell’essere che si è avvicinato.
Non c’è visiera che tenga, che contenga. Gli occhi, lo sguardo non si nascondono mai. Non mentono mai. Quelli sono occhi bellissimi!!! Mi dicono:<< Ragazzo!!! LOTTA. La vita non è finita. Guarda fuori dalle finestre, qui ce ne sono tante, piccole, ma tante. Non potevano fare muri come finestre?
Non ti arrendere.
Mi dice, lui mi dice:<< Signore, come sta>>? Non rispondo.
Sono preso dai suoi occhi che mi dicono, in un attimo, infinite parole.
Sono emozionato!!!
No!!!!! Non ci credo! E’ la prima volta dopo tanto!!! Sento di nuovo brividi, ma sono di piacere. Sono brividi di emozioni. Mi viene da piangere, vorrei gridare, come un bimbo appena nato. Un grido di vita!!!
Stringo, di nascosto, sotto le coperte, la mano. La stringo talmente tanto che mi faccio male. Sento dolore, ma piacevole.
Mi sento rosso in viso,
Il sangue che circola veloce nelle arterie. E’ impazzito!!!
Il cuore pulsa come non mai. Incontenibile!!!
Il giovane medico avverte questa mia tensione. Quasi si preoccupa, ma i miei occhi gli sorridono e lui sorride con me.
Mi dice che è laureato da poco. Ha poca esperienza e si scusa, quasi, perché partecipa alla mia emozione!
Si china verso di me e mi dice: << Quando riesce ad alzarsi, vada all’angolo della stanza. Si affacci e vedrà una meraviglia della natura>>. Lo dice di nascosto, quasi con vergogna. Quasi come fosse un segreto. Oppure, gli sembra poco professionale perché non è una medicina o un prelievo di sangue.
E’ bello nella sua ingenuità!
Dopo avermi visitato e deciso la terapia e detto qualcosa, che io non ascolto, escono dalla stanza. Lui, il giovane medico, uscendo per ultimo, mi indica l’angolo della stanza.
Mi nascondo sotto le coperte, ho ancora paura. Cosa mi ha indicato quel medico?
Vinco la paura, mi alzo timoroso e barcollante e, con molta fatica, mi avvicino all’angolo della stanza.
Il MONVISO, nella sua bellezza maestosa!!!
La bellezza!!!

Mi viene in mente Dostoevskij, “il mondo sarà salvato dalla bellezza”!!!

Io sarò salvato dalla bellezza. La bellezza di un ciao, di un sorriso appena accennato , del sorriso di una donna che non ti abbandona per tutta la vita, del sorriso contagioso dei miei figli, del sorriso dietro la maschera di una giovane dottoressa che non vidi, ma che adesso immagino fosse di una dolcezza senza fine, di un abbraccio tanto forte che non ti fa respirare, di una parola detta a caso, di un incontro inaspettato, di patate fritte e birra e vino ed un buon rhum bevuto con gli amici, di una canzone che ti fa rabbrividire, di una notte di amore senza pause, di un affettuoso e meritato “ma vai a quel paese”, di un rimprovero, del perdersi senza tempo nel tuo mondo, della bellezza infinita del mare………………………
Mi siedo spossato. Chiudo gli occhi e abbasso la testa. Non sento più il peso del mio corpo.
Il mio respiro si fa profondo e leggero e la mia paura esula lentamente dal mio corpo.
Grazie, Bellezza!!!

Dopo questa straordinaria testimonianza, non serve aggiungere altro. Non mi resta che ringraziare Alessandro e la sua ricca umanità, per avermi reso partecipe di questa sua toccante esperienza. Ho letto e riletto tante volte il brano “Stanza N° 20” e la commozione mi attraversava il cuore. Sono certa che lo rileggerò ancora perchè mi ha regalato un momento di vera bellezza.

Piera Messinese

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