“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude …”

Nel 1819 Giacomo Leopardi scriveva L’ Infinito, una delle liriche più intense ed evocative della letteratura di tutti i tempi. 

La poesia appartiene alla serie di scritti pubblicati nel 1826 con il titolo di Idilli, di cui ne rappresenta l’espressione più alta.

L’ Idillio, definito dal poeta stesso come un “avventura storica dell’animo”, rompe gli schemi classici di scrittura e di struttura metrica ottocentesca, riflettendo un’alternanza nuova che abolisce il confine tra poesia e filosofia. 

In questo viaggio verso l’infinito, vissuto come un’esperienza estatica, quasi onirica, non c’è solo lirismo e musicalità. Nell’Idillio c’è anche una forte carica emotiva, persino erotica, poiché il desiderio del piacere che il poeta anela di sentire nella sua ricerca dell’infinito e nel suo raggiungimento finale, è un desiderio carnale, tangibile a chi ne è spettatore, attraverso la sola parola.

Costruendo un ponte di parole tra il sentire e il pensare, Leopardi si denuda fronteggiando il limite, il confine, per farne una porta di accesso verso l’infinitudine.

L’opera trova nel suo stesso titolo il tema che verrà sviluppato: la descrizione di uno spazio e di un tempo irreali, ma reali al tempo stesso poiché oggetto della riflessione sensitiva del poeta.  Nel l’ Infinito, Leopardi volge lo sguardo a pochi elementi naturali a lui molto cari, un colle e una siepe, che gli provocano una profonda riflessione sui misteri dell’esistenza perché, interferendo con il suo sguardo, gli permettono però di riflettere su spazio e tempo, su passato e presente, e il loro infinito dilatarsi che lo pone piccolo di fronte alla loro grandezza. Ma questi limiti diventano un’opportunità per andare oltre.

…Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura.

Un colle solitario, una siepe e il vento diventano così gli strumenti di un’esperienza intima di eccezionale portata, che porta il poeta a percepire, attraverso il potere della mente, il concetto dell’infinità del tempo e dello spazio. Il passaggio dagli spazi limitati a quelli indefiniti, e poi da quello dei suoni reali ad altri indeterminati, tra ciò che c’è, in quanto percepito dai sensi, a ciò che non c’è, poiché elaborato dalla mente e immaginato, risulta portatore di un piacere così intenso al punto di sfociare nell’annullamento.

Seduto su quel colle egli quasi si rallegra che la sua vista sia limitata da una siepe e possa completare con l’immaginazione l’orizzonte fisico e temporale da descrivere poi nei suoi versi successivi: l ’uomo pur nella sua finitezza può percepire l’infinito.

Leopardi prende spunto, dunque, da una dimensione reale, per entrare con la mente in una dimensione immaginaria, in una specie di sovrannaturale “realtà differente”: il colle e la siepe rappresentano la dimensione reale della vita, il limite del tempo, oltre il quale, spesso, non si osa o non si può andare, o se ne trasvola la dimensione per compiere quel volo immaginario e momentaneo che allieta, seppur nella mera immaginazione, la vita stessa.

Ma quando e perché nasce l’esigenza dell’infinito? 

In natura non esiste nulla di infinito: i mari approdano, le montagne hanno una cima, la giovinezza va via e la vita stessa finisce. L’uomo si misura, dunque, ogni giorno, col concetto del limite. 

Ma non siamo solo questo. Siamo fatti anche di qualcosa di infinito. 

Quando ciò che amiamo finisce, proviamo dispiacere o dolore; e in questa sofferenza, in questo dolore, si nasconde il nostro desiderio di infinito.

Come afferma Leopardi, quando l’anima trova piacere in una cosa, se questa ti lascia, muore, c’è qualcosa che “urla” dentro di noi contro questa fine. E come si fa, allora, a vivere una vita in cui si “aborre” la fine di ciò che si ama? In cui nulla è per sempre?

Ed è qui che entra in scena l’infinito. O piuttosto l’esigenza dell’infinito. 

La percezione dell’infinito nasce, quindi, dall’avvertimento della realtà, dal nostro rapporto con essa, soprattutto quando si manifesta e ci viene incontro facendoci male. Si presenta quando insorge una mancanza, una sorta di “malinconia”, la sentiamo prorompere come ricerca di ciò che può colmare un vuoto.

Il certo è troppo circoscritto per la sete di grandezza dell’uomo, mentre l’incerto ci lascia desiderare e immaginare. Permette cioè di proiettare l’idea e, dunque, l’immagine di questo piacere, in uno spazio e in una durata non quantificabili.

L’ infinito è allora lo slancio vitale dell’uomo, il tendere verso la felicità. 

L’ infinito, afferma Leopardi, è come una farfalla: godiamo nell’atto stesso di rincorrerla più che nell’afferrarla. Così il paesaggio di Leopardi, non riusciremo mai a dominare completamente, perché ciò è impossibile, a causa della nostra limitatezza. Ciononostante, il limite è una possibilità di cui approfittare per arrivare al piacere e a quella che possiamo definire l’emozione intellettuale. 

…e come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei.

E’ difficile incontrare in tutta la storia della poesia dei versi più belli di questi.

Dopo duecento anni, L’ infinito ancora ti prende con sé e ti parla, ti stupisce, ti mette in discussione. Ti fa capire che nulla si può definire. In un mondo “finito”, oltre la barriera della siepe di Leopardi, esiste un “infinito” nel nostro desiderare, sognare, sperare, credere. 

Davide Rondoni, scrittore, poeta e critico letterario, nonché appassionato studioso di Leopardi, dice “Voglio vivere nel razionalissimo incanto di scoprire che il mondo ha sempre in riservo qualcosa per me”.

Dunque la speranza rompe la finitudine dell’uomo? In essa forse l’eterno e il tempo si uniscono, come nella poesia di Leopardi, nello stormire del vento tra le piante. E’ lì l’infinito, nei segni che la vita ci offre.

E’ necessario, come dice Rondoni, stare attenti ai segni. E allora la domanda che bisogna porsi è: “ C’ è il vento nella mia vita? E, soprattutto, lo ascolto?”

…Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

Maria Orlando

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