Proust e il tempo perduto

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Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente reali, senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta delle cose, sia liberata…

( Dalla parte di Swann”). M. Proust.

Tempo interiore, tempo esteriore…

Qual è il tempo “perduto” alla cui ricerca si dedica Proust nella sua famosa “Recherche” ?

E’ un tempo ormai sicuramente trascorso, quindi legato al ricordo di un lontano passato  e custodito nei meandri della memoria, ma è anche un tempo che si proietta in avanti , verso un futuro imprecisato.

Dalla lettura della Récherche du temps perdu di Marcel Proust, dalla narrazione delle vicende del protagonista, appare immediatamente evidente come Proust mettesse al centro dell’opera non tanto le vicende in quanto tali, ma soprattutto in funzione dell’ “Io” , del ricordare, del valore della “memoria”, della “coscienza” , naturalmente del Tempo, quale padrone assoluto del valore degli eventi.

A guardare visivamente il volume della Récherche viene un po’ timore e smarrimento : la quantità di parole scritte è notevole e incute anche un certo riserbo : riuscirò a proseguire?

In effetti è un testo complesso che solo alla fine d’altra parte convoglia il vero senso del racconto e, il più delle volte, si rinuncia a metà strada nel terminarne la lettura. Molto ricca di dettagli descrittivi, di personaggi, di eventi; permane in molti lettori un atteggiamento di “attesa” di ciò che accadrà.

La  forza evocativa della scrittura di Proust è però tale dopo un po’ da allontanare la resistenza, portandoci ad immedesimarci completamente in ciò che ci viene raccontato,  con una capacità descrittiva così potente ed evocativa da mostrarci il mondo con gli occhi innocenti e ”sensoriali” di un bambino curioso.

Le parole di Proust producono potentemente delle immagini chiare, e, la lettura, diventa allora un sublime piacere in cui affondare occhi e mente.

Si entra in un mondo magico, fatto di sensazioni, ricordi che generano altri ricordi, in cui il Narratore,  col suo “Io”,  lascia libero ogni suo pensiero.

Raccontando la sua infanzia a Combray, l’autore presenta questo “Io” centrale che narra di memorie volontarie e di ricordi improvvisi e non programmati con una sorprendente fluidità di parole e immagini che “visivamente” dipinge cosa sia in effetti “un ricordo”;  la famosa sequenza della “madeline”, del biscotto inzuppato nel Té, che lascia riaffiorare con impeto la “sensazione” di tornare a Combray, è talmente potente  da raffigurare come in un film le emozioni provate nel ricordo involontario.

E allora tutto ci diventa chiaro e comprendiamo anche noi cosa significhi letteralmente “avvolgersi in un mare di ricordi”, tuffarsi nell’odore di casa della nonna e ritrovarsi bambini, annusare un vecchio libro e ritornare di colpo tra i banchi di scuola, ascoltare per caso un motivetto alla tv e riscoprirsi dodicenne.

Proust aveva fatto questo. Ci aveva fatto riflettere su ciò che già sapevamo ma senza accorgercene:

la potenza della memoria involontaria , l’io, le cose, i pensieri, gli anni, il tempo: tutto è collegato attraverso immagini oniriche che ci fanno comprendere  come siamo fatti di memoria, di inconscio e conscio, di consapevolezza e imprevisto.

L’olfatto e il gusto,( definiti dagli scienziati di oggi come i sensi più “sentimentali”)   svolgono in questo per Proust un ruolo fondamentale, perché in grado di percepire sensazioni altrimenti non condivisibili, perché collegati al centro della memoria cerebrale, perché capaci di evocare vecchi ricordi per poi plasmarli nel presente ma mantenendone intatta l’originaria sensazione.

E averlo saputo evocare con tale maestria attraverso le parole fa della sua Récherche un opera davvero unica.

Sandra Orlando

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