“Pietre d’inciampo” di Francesca Rita Bartoletta

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Nome, cognome data di nascita, data dell’arresto, data di morte, nome del campo di concentramento.

Questo è il riassunto breve, di una vita spezzata,  che appare inciso sulla superficie di un piccolo blocco di pietra ricoperta di  ottone, dalla  grandezza di un san pietrino, incastonata fra le altre pietre anonime di porfido, con  le quali sono lastricate le strade delle nostre città.

Questi monumenti alla memoria vengono chiamati “Pietre d’inciampo” e sono dedicate alle vittime della deportazione per mano dei nazisti.

Di solito vengono poste davanti alle abitazioni delle vittime, per ricordare che non erano fantasmi invisibili, ma persone con le loro case, dove vivevano sereni con la loro famiglia e i loro affetti più cari.

I nazisti preferivano le ore notturne, o le prime luci dellalba per irrompere nelle abitazioni degli ebrei, che il regime nazifascista aveva deciso di sterminare perché ritenuti nemici pericolosi, una razza impura da cancellare dalla faccia della terra, ed impedire quindi, che la razza ariana, la prescelta, si lasciasse contaminare dalla loro impurità.

Assurdo!

Un lungo elenco di nomi scritti su un lugubre foglio battuto a macchina, chissà da chi, e chissà con quale stato d’animo ha compilato quel foglio, mentre digitava il destino amaro di persone che non avrebbe mai conosciuto.

Nel cuore della notte e nel suo silenzio, il rumore sinistro di stivaloni pesanti irrompeva nelle vie, latrati di cani inferociti tenuti al guinzaglio erano il presagio che qualcosa di terribile stava per accadere, urla disumane, calci di fucili picchiati con violenza alle porte di persone, ignari del destino che li attendeva.

Intanto la furia irrazionale era piombata con violenza nelle loro vite, accolta dal terrore e dallo smarrimento.

Ancora caldi del tepore del letto, il risveglio della forza bruta senza pietà fece raggelare loro il sangue nelle vene, quel freddo non li lasciò più. il tempo di raccattare quattro cose, sotto lo sguardo dei loro aguzzini, e quando la porta di casa si chiuse dietro le loro spalle, con amarezza dissero addio a tutto quello che fino a quel momento erano stati, ”Uomini”.

Quello che accadde dopo, quando salirono sul vagone della morte, ha dimostrato la potenza che possiede il pensiero dell’uomo, quando cade in preda alla follia, tanto da lasciare esterrefatto il demonio stesso.

In quegli anni il cielo e la terra, il sole, il volto della natura furono deturpati della loro bellezza, sei milioni di persone avevano smesso di contemplare la magnificenza di Dio e del suo creato, tutto era contro di loro, e tutto rappresentava una minaccia, per la loro vita.

Nessuno guadava più il cielo, abbruttito del colore della morte di corpi che bruciavano lenti. Nessuno di loro si commuoveva mentre i fiocchi di neve scendevano piano, (quel sentimento apparteneva ad una vita passata, meglio non ricordare, chi voleva sopravvivere non doveva lasciarsi prendere dalla malinconia era pericoloso, toglieva le forze), ogni folata di vento gelido mieteva morte tra i corpi deboli e stremati, e quando sopraggiungeva l’estate, il calore favoriva il pullulare di epidemie a causa dei corpi accatastati uno sull’altro lasciati a marcire sotto il sole.

Se non è l’inferno questo! Quando lessi il libro di Primo levi, “Se questo è un uomo”, mi rimase in mente, una sua riflessione, nata per l’esigenza di trovare una motivazione plausibile, se mai ci fosse stata, per giustificare tanta efferatezza e dare una connotazione umana a quell’orrore.

Di quale colpa si era macchiato da essere considerato come il peggiore dei criminali, cosa aveva commesso di tanto terribile per essere punito con altrettanta crudeltà, così come tutti gli altri castigati alla stessa maniera. Quale torto stavano scontando verso l’umanità, tanto da ridurli asserviti, senza capelli, senza onore e senza nome, ogni giorno percossi, ogni giorno più abietti e nei loro occhi dallo sguardo ormai spento si leggeva solo rassegnazione, caduti nella convinzione di meritarsi qualsiasi cosa. Questo è un tormento che ancora oggi, ogni uomo degno della sua coscienza, porta dentro di se come un macigno e con terrore è alla ricerca di quella verità che potrebbe essere devastante una volta rivelata.

Portare avanti la memoria per ristabilire quel contatto umano interrotto dall’olocausto, tra le vittime e il resto della società e riscattare la storia dalla menzogna che ha tradito l’immaginazione stessa superando ogni confine e limite.

“Dimenticanza è sciagura, mentre memoria è riscatto”.

Anneliese Knoop-Graf

“Una persona viene dimenticata solo quando se ne dimentica il nome”.

Questa frase è riportata nel Talmud testo considerato fondamentale della religione ebraica, scritta secoli fa e  riportata drammaticamente in una lettera scritta da un giovane ebreo David Berger alla fidanzata, prima di essere ucciso dai nazisti:

”Se dovesse accadere qualcosa, vorrei che li ci fosse una persona che ricordasse che una volta è vissuto qualcuno chiamato David Berger”.

L’ultimo desiderio di David Berger, era stato quello di essere ricordato, con il suo nome, come essere umano, frase che nel tempo divenne una sorta di testamento doveroso e morale, raccolto come impegno da Yad Vashem, che ne ha dato origine al più grande memoriale in ricordo delle vittime della Shoah, che risiede a Gerusalemme.

Alla luce di queste legittime volontà, apprese dall’ artista tedesco Gunter Demning, ne fa tesoro  e nel 1992 a Colonia in Germania, posa la prima pietra. Quella sarebbe stata la prima di una lunga serie, di seguito furono poste oltre 75mila nei paesi europei, e più di mille in Italia, sparse nelle varie città.

Pietre dorate incastonate tra le tante, piccoli monumenti giacciono davanti ai portoni di casa, dove uomini, donne, bambini e anziani, vivevano in piena armonia. Piccole pietre che brillano sotto la luce del sole e di notte luccicano come le stelle, per catturare la coscienza degli uomini che inciampa per caso nel loro ricordo.

Francesca Rita Bartoletta

 

 

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