Per non dimenticare…

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In questa giornata si ricorda la Shoah, lo sterminio degli ebrei, condotto con scientifico rigore e teutonica precisione per un’assurda e inspiegabile forma di odio antisemita, e non solo.

Avendone parlato già su queste pagine e per un’intera vita scolastica ai miei alunni, oggi non voglio parlarne ancora ma solo leggere e rileggere un terribile racconto che fa Elie Weisel, quindi, poi, pensare.

Elie Weisel (1928 – 1916), ebreo rumeno, prigioniero ad Auschwitz e Buchenwald, emigrato poi in America dove ha fatto il giornalista e lo scrittore; nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Nel 1958, aveva scritto un libro dal titolo La notte in cui racconta l’esperienza di deportato ad Auschwitz insieme alla sua famiglia.

Da questo libro traggo poche righe in cui si racconta di come, nei campi di concentramento, i prigionieri venissero costretti ad assistere alla morte di altri ebrei. In questo caso, la morte lenta e atroce di un bambino pone alla coscienza di ognuno di noi dolorosi interrogativi.

<< I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole.

I tre loro colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.

Viva la libertà! – gridarono i due adulti.

Il piccolo, lui, taceva.

– Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.

A un cenno del capo le tre seggiole vennero tolte.

Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.

– Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo. – Scopritevi!

Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. La lingua pendula, ingrossata, bluastra. Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora… Più di una mezz’ora restò così, a lottare tra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti.

Dietro di me udii il solito domandare: – Dov’è dunque Dio?

E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:

Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…>>

Dovremmo riflettere tanto. In questi giorni, una vergognosa scritta compare sulla porta di una casa per indicare che lì abita un ebreo, ho la sensazione che un patto di civiltà si stia lacerando mentre ascolto i balbettii imbarazzati di chi, secondo me, dovrebbe levare la sua voce forte, decisa e condannare senza esitazione ciò che la coscienza di tanti, dei più voglio credere, non vuole si ripeta.

Per questo è giusto che anche a distanza di tanti anni si mantenga vivo il ricordo di quegli orrendi crimini che uomini commisero contro altri uomini, solo così sarà possibile contrastare ogni tentativo revisionistico.

In questo caso la storia non è stata scritta dai vincitori ma da un’umanità sconfitta che ha inciso nelle coscienze di molti parole e immagini di un dolore senza fine.

Gabriella Colistra

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