Storia di una ladra di libri” (The Book Thief), è un film del 2013 diretto da Davide Feleppa, prodotto dalla 20th Century Fox e dallo Studio Babelsberg. Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Markus Zusak nel 2005, ha riscosso soprattutto all’estero un grande successo, divenendo il libro più letto del 2014.

La storia è ambientata nella Germania nazista e la protagonista è la piccola Liesel (Sophie Nélisse), adottata all’età di nove anni poiché abbandonata dalla madre assieme al fratello, il quale, però, muore durante il viaggio in treno. Lui viene seppellito accanto ai binari e la ragazzina ruba un piccolo libricino, “Il manuale del becchino”. Attraverso i discorsi dell’assistente sociale, si viene a sapere che la madre dei due è una comunista in fuga dalle persecuzioni e che la bambina è analfabeta ma, nonostante ciò, scoprirà l’amore per la lettura.

Liesel vivrà assieme ad Hans (Geoffrey Rush) e Rosa Hubermann (Emily Watson): quest’ultima, seppur abbia un pessimo carattere, possiede un cuore d’oro, e lava il bucato alle famiglie più abbienti; mentre Hans adora suonare la fisarmonica e fa l’imbianchino, in quanto non riesce a trovare lavoro a causa della sua mancata adesione al partito nazista.

Nel 1939, durante la notte dei cristalli, molti negozi ebrei vengono profanati e distrutti ma, uno dei sopravvissuti a quella notte, Max Vandenburg (Ben Schnetzer), riesce a rifugiarsi presso gli Huberman: Hans spiega infatti che lui e il defunto padre del ragazzo erano compagni durante la Prima Guerra Mondiale e che aveva promesso di aiutare la sua famiglia in qualsiasi momento.

Liesel conosce inoltre Rudy Steiner (Nico Liersch), con cui stringerà una forte amicizia, e la moglie del borgomastro, Ilsa Hermann (Barbara Auer), la quale invita la ragazza a recarsi nella sua libreria ogni volta che vorrà.

Liesel è inoltre davvero legata a Max, che cerca di aiutare in qualsiasi momento e con cui condivide i suoi pensieri. Purtroppo, però, a causa della guerra e di vari bombardamenti, nulla sarà più lo stesso, e questo segreto sarà sempre più difficile da custodire.

 “Riuscirai sempre a trovarmi nelle tue parole, è là che vivrò.”

Questo film è senza dubbio uno dei più commoventi e tristi riguardo la tematica dell’olocausto: in questo caso, si può osservare il punto di vista di una ragazzina appartenente alla gioventù hitleriana e che, seppur controvoglia, deve sottostare alle sue tanto odiate leggi naziste.

Il suo rapporto con Max è dolce e amichevole e durerà fino alla fine dei loro giorni, dimostrazione del fatto che l’amicizia va ben oltre i pregiudizi o il razzismo.

Il coraggio dei due è…fatto di parole. Parole che vivono, parole che offrono speranza e che sono tutto per coloro a cui non è rimasto più nulla. Liesel, infatti, “lascia parlare gli occhi”, e descrive a Max le giornate al di fuori della cantina in cui è nascosto attraverso le sensazioni che lei prova. Anche Rudy, però, viene criticato dal padre in quanto stava imitando Jesse Owens, famoso corridore di colore dell’epoca, e gli viene fermamente proibito di comportarsi in quel modo.

Originale l’idea di lasciare che sia la Morte, misteriosamente affascinata dagli esseri umani, ad accompagnare lo spettatore durante la narrazione della storia di Liesel: una Morte che accoglie tutte le anime, buone e non, e che si domanda cosa significhi veramente vivere.

Il finale è davvero drammatico e triste, tragico da far venire le lacrime agli occhi, ma la chiara rappresentazione di una terribile realtà che ha distrutto e lasciato un segno nei cuori degli uomini di tutto il mondo.

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