“Passione semplice”

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Quando ero bambina, lusso significava per me pellicce, abiti lunghi, e ville sulla riva del mare. Più tardi, ho creduto che fosse condurre una vita da intellettuali. Mi sembra ora che sia anche poter vivere una passione per un uomo o per una donna”.
 “Passione semplice”  (Annie Ernaux)

(Ph: Giuliano Sabato – In foto: Silvia Serio)

Questa è la storia di una passione, la passione di una donna per un uomo.

E’ la storia di un tempo fatto di attese e nel quale  si alternano  presenze ed assenze.

La voce narrante non spiega i motivi del suo coinvolgimento.

Espone solo la sua esperienza, senza giudizi.

La donna in questione è rimasta in attesa  di un uomo per un paio d’anni, esattamente dal giorno in cui lo incontrò per la prima volta.

E’ rimasta in attesa di una sua chiamata, un incontro.

Lo ha aspettato dovunque: al supermercato, con gli amici, in metro…

Ogni sua  azione era avvolta dal pensiero di lui. Aveva perso interesse per tutto tranne che per lui e  per tutto ciò che ruotasse attorno alla figura di quell’uomo  misterioso.

Aveva persino iniziato a leggere gli oroscopi, a regalare denaro alle persone sedute in strada come  voto, sperando che entro sera lui la chiamasse.

Anche le contrarietà della vita non la infastidivano più, “Provavo nei confronti della gente un misto di compassione, di dolore e di fraternità”.

L’uomo proveniva dall’Est Europa e si era trasferito a Parigi per motivi di lavoro, ma presto sarebbe  rientrato nel suo paese d’origine.

Non parlava bene il francese, il che, a volte  suscitava  nella donna una sensazione di superficialità nei discorsi che condividevano.

“Avevo il privilegio di vivere dall’inizio, costantemente, in tutta coscienza, ciò che si finisce sempre per scoprire con stupore e smarrimento: l’uomo che amiamo è uno straniero”.

Lo “straniero” era  sposato, particolare  alquanto ininfluente per lei.

Ciò che contava, invece, erano i gesti e le parole di quando stavano insieme, i loro corpi che si cercavano in un tempo limitato.

Era il desiderio di lui che si riaffacciava ogni volta che si salutavano per rivedersi chissà quando.

Le uniche attività che la rendevano felice e riempivano quei vuoti tra un incontro e l’altro, erano caratterizzate dall’acquisto di abiti, orecchini, calze.

Desiderava presentarsi ad ogni incontro diversa.

Come se,  in quel modo,  esorcizzasse la paura di perderlo.

Perché la sensazione di non vederlo più, iniziava ad insinuarsi nei ricordi e nell’attesa.

“Tutto era carenza senza fine, salvo il momento in cui eravamo insieme a fare l’amore. E ancora, avevo l’ossessione del momento successivo, quando sarebbe ripartito. Vivevo il piacere come un futuro dolore”.

Il desiderio di rompere la relazione cresceva. E aumentava con il trascorrere del tempo.

Ma l’alternativa sarebbe stata non avere più nulla da attendere.

Un dolore troppo grande da sopportare.

Nonostante ciò  la donna continuò a vivere utilizzando ogni risorsa a sua disposizione. Faceva sport, frequentava gli amici.

Una volta riuscì anche a prenotare un breve viaggio a Firenze.

Ad un certo punto lo straniero lasciò Parigi come previsto, senza una telefonata.

Ciò che visse nelle settimane successive  fu una sofferenza  profonda, alternata a momenti di fugace miglioramento. Lentamente, nelle notti insonni, la donna iniziava ad intravedere spazi di libertà di un passato che aveva preceduto la sua ossessione.

Ricordò con precisione il suo soggiorno veneziano,  poco prima d’incontrarlo, cercava in quei ricordi piccoli dettagli di un  passato aperto alla felicità.

Si, continuava a vivere…

Con il trascorrere del tempo  si rese conto che il pensiero di lui si affievoliva, non era più continuo.

Con sorpresa la donna riconobbe che ricominciava a dare significato a ciò che era al di fuori di quella che era stata la passione per l’uomo.

“Grazie a lui mi sono avvicinata al limite che mi separa dall’altro, al punto da immaginare talora di superarlo. Ho misurato il tempo in modo diverso, con tutto il mio corpo. Ho scoperto di cosa si può essere capaci, cioè di tutto. Desideri sublimi o mortali, assenza di dignità, credenze e comportamenti che trovavo insensati negli altri, finché io stessa non ho fatto a essi ricorso. A sua insaputa, egli mi ha unito ancor di più al mondo”.

Dopo alcuni mesi, una sera, il telefono squillò: era lo straniero. La donna lo vide quella sera stessa. E mai più. Ciò che le rimase di quel ritorno fu la sensazione di non averlo vissuto.

“Quell’uomo non lo rivedrò più. Pure, è quel ritorno, irreale, quasi inesistente, che dà alla mia passione tutto il suo senso: il quale consiste nel non averne alcuno, nell’essere stata per due anni la realtà più violenta che esista, e la meno spiegabile”.

La protagonista vive questa passione ed è ben consapevole che non è amore.

E’ un sentimento che la porta a vivere situazioni che non avrebbe mai pensato di vivere, una follia, ma non è disperata e fragile. E’  invece consapevole che è tutto così illogico, ma l’assenza dell’attesa sarebbe ancora più destabilizzante per lei.

Racconta che l’unica cosa che fa è attenderlo. E  quando l’incontro si realizza, dopo i primi giorni di stordimento per il tempo limitato trascorso insieme, ricomincia l’attesa di un successivo incontro, se ci sarà.

Ma non può fare a meno di farlo. Non perché è innamorata, oppure ha avuto un’infanzia travagliata.

Perché è passione…Semplicemente passione.

Può accadere a chiunque di vivere una passione.  E spesso accade, così, semplicemente. 

La passione ci coglie spesso impreparati,  sfugge ad ogni ricerca di significato, perché non si spiega, si vive e basta. 

È un sentimento che si alimenta, muta d’intensità, cresce e si esaurisce. Ma cresce fino a quando? E in quale direzione?

La passione non ha tempo e direzioni. 

Può durare giorni, mesi o anni.  E non ha direzioni in quanto può essere rivolta ad una persona, ad un interesse, ad un bisogno momentaneo. Soprattutto la passione nasconde mentre si vive quei significati che l’hanno preceduta.

Significati che ad un certo punto la protagonista sente la necessità di recuperare.

Ha bisogno di riconnettersi con un passato, in cui è stata felice, ma anche triste.

Esperienze che ha vissuto e condiviso con altri significativi, anche con i suoi studenti che considerava  “figli”.

Un passato aperto all’esperienza ed al proprio mondo, che l’ha preceduta e le farà seguito. Un passato momentaneamente interrotto dall’esperienza della passione e dalla ricerca di senso.

Appunto, passione semplicemente…

Dr.ssa Paola Uriati

(clicca sul mio nome per visitare il mio sito)

Clicca il link qui sotto se vuoi leggere il mio articolo precedente:

“A chi dirò la mia tristezza?”

 

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Ho conseguito nel 1994 il diploma di Laurea di dottore in Psicologia indirizzo Clinico e di Comunità, presso l’Università la Sapienza di Roma. Sono iscritta dal 1997 all’Albo degli Psicologi della Regione Lazio. Dal ’94 al ’99 ho svolto il Corso quadriennale di specializzazione in Psicoterapia Cognitivo post-razionalista, presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva di Roma. Lavoro come psicologa psicoterapeuta a Roma e mi occupo principalmente di disturbi dell’umore, disagi adolescenziali, disturbi di personalità, problematiche relazionali e sessuali. Ho partecipato a Convegni in qualità di relatore ed ho realizzato pubblicazioni fra cui “ Approccio evidence-based alla valutazione del trattamento comunitario terapeutico-riabilitative del Lazio”. Da febbraio 2020 seguo un progetto editoriale, uno spazio in cui condivido argomenti che hanno, come obiettivo principale, il benessere della persona. Sono appassionata di fotografia. Mi piace catturare le immagini, piccoli frammenti della nostra identità, che si svela nell'incontro con l'altro e con il mondo.

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