Solo intelligenza artificiale? (2a parte)

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…clicca il link qui sotto per leggere la Prima Parte:

Solo intelligenza artificiale? (1a parte)

… Possiamo certo decidere di consumare meno acqua quando facciamo la doccia, di diventare vegetariani, di usare meno l’automobile, di fare volontariato.

Peccato che mentre digito sulla tastiera sto utilizzando energia elettrica che proviene in parte da fonti fossili estratte con conseguenze disastrose sull’ambiente.

Molte applicazioni cloud sono allocate in data center che consumano una spaventosa quantità di energia. I metalli presenti nelle batterie degli smartphone sono estratti da multinazionali occidentali in Paesi del continente africano, nel totale spregio dei diritti umani basilari.

Molti beni di consumo comuni sono prodotti da persone che lavorano senza tutele, venduti da colossi del commercio mondiale che hanno potere di negoziare alla pari con Stati nazionali.

Ma perché in tanti credono in questa capacità magica del tecno-capitalismo? Semplicemente perché è “vero”, perché la società moderna è sempre più orientata ad una tecnica che funzioni e che questo suo funzionare è per gli uomini una impareggiabile “rassicurazione” per il loro “antropologico” desiderio di risolvere problemi, veri o presunti che siano.

Giunti a questa soglia, la tecnica non ha più bisogno per funzionare degli uomini che diventano essi stessi  funzione di un apparato, di un ingranaggio che serve all’apparato stesso per il suo funzionamento.

L’apparato analizza, valuta, razionalizza, assegna ruoli, premia e penalizza… secondo regole che non richiedono l’essere umano. L’apparato creato dall’uomo non necessita dell’uomo per rimanere in vita e vivere, con tutte le conseguenze socio-antropologiche che ciò comporta: la razionalità digitale nella misura in cui marginalizza l’apprendimento discorsivo, marginalizza l’intelligenza relazionale.

Soluzioni rapide e concretezza: se google maps mi porta a destinazione non mi preoccupo di ciò che perdo in termini di esperienza…e se il mio cellulare “non funziona più”?

Il pericolo reale è che la pretesa della tecnica di escludere a priori tutto ciò che non è funzionale faccia venir meno le “passioni” degli umani per ciò che è giusto e ingiusto, buono o cattivo, bello o brutto…

A differenza delle rivoluzioni scientifiche del passato che hanno prevalentemente riguardato la capacità del genere umano di creare manufatti per meglio controllare un ambiente ostile, l’odierna razionalità tecnoscientifica non si propone semplicemente di dotare gli uomini di macchine che ne agevolano l’esistenza, ma li espropria della capacità di servirsi della macchina per accrescere la loro intelligenza relazionale.  E non soltanto nel senso che Google Dream emula la visione umana, che le IA di terzo livello producono in modo autonomo dipinti e brani musicali, ma altresì nel senso di portare gli uomini ad agire come macchine: “la forza delle connessioni”.

Cosa fare?

Essendo la digitalizzazione rappresentata come il frutto esclusivo di una rivoluzione tecnologica, ne consegue che le più autentiche e vitali innovazioni non possono che essere quelle tecnologiche. E che le altre innovazioni – sociali, culturali, artistiche – che per lungo tempo la tradizione occidentale ha considerato altrettanto essenziali per il progresso e la civilizzazione dell’umanità vanno considerate come secondarie, se non irrilevanti.

È quindi indispensabile bloccare l’idea che gli investimenti nella formazione debbano andare prevalentemente, se non esclusivamente, a favore di attività creative e produttive direttamente ed esplicitamente connesse con lo sviluppo tecnologico.  Che è bene sacrificare abilità e capacità che provengono da altri saperi, che è bene tagliare, in materia di istruzione e formazione, i costi di tutto ciò che non prepara futuri tecnologi e tecnici.

Per contrastare l’egemonia del tecnocapitalismo non basta fare appello ai buoni sentimenti. Dobbiamo fare profondamente i conti con una fenomenologia che viaggia a velocità supersonica nella direzione di quell’Agere sine Intelligere sul quale qui ho ripetutamente richiamato l’attenzione. La verità digitale ha portato allo scoperto elementi della nostra umana esistenza a lungo addomesticati anche nel corso della modernità.

Lo dico a pelle, senza alcuna pretesa.

Lo dico perché vedo in giro poca gente desiderosa di stabilire relazioni e molta gente desiderosa solo di copiare, di delegare in toto funzioni e attività un tempo tipicamente umane (tecniche, cognitive, emotive, esistenziali) al potere di una macchina: «Lavoreremo tutti per una macchina intelligente o sarà quella macchina ad essere usata da persone intelligenti?».

Internet conquista la nostra attenzione per strapazzarla: oggi il 62 percento degli studenti usa i social media durante le ore di lezione.

Che gli studenti universitari passano dalle otto alle dieci ore al giorno sui siti di social media.

Che il tempo trascorso online è inversamente correlato con le prestazioni accademiche.

Che i dati delle ricerche collegano livelli più elevati di uso dei social media con livelli più elevati di distrazione, che a loro volta abbassano i risultati accademici.

Notifiche, messaggi, post, like e altri feedback gratificanti sequestrano l’attenzione degli studenti e creano uno stato costante di iper-vigilanza, interruzione e distrazione che producono livelli significativi di ansia, stress e sintomi da astinenza.

Mentre per avere una mente aperta, bisogna essere disposti a cercare attivamente informazioni che contraddicono i nostri stessi atteggiamenti, bisogna adottare una “vita lenta”.

I posti di lavoro futuri diverranno sempre meno prevedibili e un maggior numero di organizzazioni assumerà le persone sulla base di quello che potrebbero apprendere e creare, non di quello che già sanno.

Chi è più disposto a sviluppare nuove competenze è meno probabile che verrà sostituito dall’automazione.

Viceversa, se ci concentriamo – come fanno oggi la maggior parte delle scuole – sull’ottimizzazione delle cosiddette performance, il nostro lavoro finirà per consistere di azioni ripetitive e standardizzate dettate da una macchina che già le esegue meglio. E questo sta già determinando l’apparizione di una classe dirigente e politica inutile se non dannosa.

La combinazione di biotech e tecnologie digitali potrebbe giungere a un punto in cui sistemi e algoritmi ci capiscono meglio di quanto comprendiamo noi stessi. E nel momento che hai un qualcuno di esterno che ti capisce meglio di quanto tu ti capisca, la stessa democrazia è condannata a diventare simile a un teatrino di marionette.

Nei prossimi decenni potremmo dovere affrontare la discriminazione individuale e potrebbe essere basata su una valutazione di chi sei fatta da IA. Se gli algoritmi impiegati da un’azienda cercano il tuo profilo Facebook o il tuo DNA, potrebbero capire con precisione chi sei.

Ricordo il caso degli sceneggiatori di Hollywood che si sono resi conto che il loro lavoro era in pericolo e così nel maggio 2023 si sono opposti in gran numero, con coraggio e determinazione.

Sarebbe quindi un bene se tutte le professioni messe a rischio dall’IA generativa (giornalisti, grafici, traduttori, avvocati, medici, professori, ecc.) si mobilitassero e dicessero con chiarezza cosa sono pronti ad accettare e cosa rifiutano.

Fare diventare le mobilitazioni collettive il motore di una consapevolezza più vasta è la strada giusta.

In conclusione …

Le tecnologie digitali pervadono un “mondo” che ha già ampiamente interiorizzato la convinzione che “stabilire dei fini autonomi e deliberare coerentemente” è una qualità superflua. Le tecnologie digitali lasciate libere di dispiegarsi incentivano all’ennesima potenza questa convinzione. L’esposizione ripetuta e intensiva alle tecnologie on line sta già cambiando il nostro cervello.

Non esistono risposte individuali per contrastare l’etica dell’essere permanentemente connessi. Bloccare le app o limitare l’accesso a Internet specie ai giovani e in contesti controllati, è un compromesso indispensabile.

L’intelligenza artificiale rende la nostra vita molto comoda. Controlliamo l’app delle previsioni del tempo prima di scegliere che cosa indossare; usiamo Vivino per vedere la valutazione data a un vino dagli utenti, senza dover pensare troppo e al contempo cercando di aumentare la soddisfazione per le nostre scelte.

In questo modo, l’AI allevia la sofferenza mentale causata dall’eccesso di scelte e non è affatto lontano un mondo futuro in cui chiederemo a Google cosa studiare, dove lavorare, chi sposare. Così, riduciamo la nostra vita all’ovvio, al monotono e al ripetitivo.

Bisogna tornare a credere che fare domande, essere disposti ad accettare le opinioni degli altri che colmano la lacuna fra come noi ci vediamo e come ci vedono gli altri, sia più importante che ottenere risposte.

Quando pubblichiamo qualcosa su Facebook, Snapchat, TikTok, Twitter o Instagram, non è difficile ottenere qualche “mi piace”, perché mettere un like richiede relativamente poca energia e ha un costo molto basso anche se il feedback è fasullo.

… nessun Dio ci salverà.

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