Novecento e violenza

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Il secolo scorso fu definito dallo storico Eric Hobsbawm il secolo breve, definizione che ha dato il titolo ad un’opera in cui sostiene che il Novecento sia caratterizzato dal tempo che va dallo scoppio della Prima Guerra mondiale (1914) al crollo dell’Unione sovietica (1991). Questo perché ritiene che lo scoppio della Prima Guerra mondiale abbia segnato l’inizio di una nuova epoca avente caratteri propri e finalmente diversi da quello che definisce secolo lungo, cioè l’Ottocento.

Il ‘900 è stato un secolo caratterizzato anche da una notevole violenza per cui altri storici lo hanno definito il secolo barbaro, il secolo delle tenebre. Il ‘900 è stato violento perché il numero delle vittime lo dimostra ma sono anche state tante le forme di violenza: dalla violenza dei combattimenti in guerra alla violenza usata nello scontro politico, dalla violenza per affermare il proprio potere alla violenza di massa dei massacri e dei genocidi.

E’ difficile accettare tutto ciò se pensiamo che nel passato tanti intellettuali avevano sostenuto l’uguaglianza e la libertà, avevano discusso dei diritti umani fondamentali che l’Europa sembrava pronta a riconoscere grazie anche a un lungo periodo senza guerre nella seconda metà dell’800.

Poi, è come se la situazione precipitasse e si giungesse a quella che verrà ricordata come la << grande guerra>>, è la prima guerra mondiale così chiamata perché non si era mai visto, fino ad allora, un conflitto dalle dimensioni così ampie. Nel corso della prima guerra mondiale, teatro di molte violenze, si colloca anche il primo genocidio del Novecento, il genocidio degli armeni.

Il termine genocidio fu coniato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin (1900 -1959) unendo le parole gènos (razza) e caedere (uccidere) Con questo termine si indica la distruzione mirata di un gruppo umano da parte della autorità che detiene il potere. Così vengono, quindi, definite le deportazioni e le eliminazioni di armeni, compiute da parte dell’impero Ottomano tra il 1915 e il 1916.

L’impero Ottomano o turco si era formato nel medioevo ed aveva raggiunto la sua massima espansione tra il XVI e il XVII secolo comprendendo una parte dell’Europa sud-orientale, dell’Asia occidentale e dell’Africa settentrionale. Alla fine dell’800 si trova, però, immerso in una profonda crisi politica. Nella prima guerra mondiale si schierò con l’impero tedesco e l’impero asburgico, fu sconfitto e il territorio ridimensionato diventò uno stato: la Repubblica turca.

Gli armeni vivevano in Anatolia dal VII secolo a. C. ed erano un popolo privo di sovranità politica ma legato dalla lingua, dalla religione e dalla storia. Dopo aver subito molte dominazioni, nel secolo XIV fu incorporato nell’Impero turco nel quale degli armeni si integrarono bene pur mantenendo una forte identità linguistica e religiosa. Le cose cambiarono nell’Ottocento quando la coscienza nazionale armena crebbe e chiese l’autonomia, nello stesso tempo la Russia iniziò ad avere mire sul territorio turco.

Nel corso dell’800, una parte del territorio armeno fu ceduto dai turchi, sconfitti in guerra, alla Russia che puntava al territorio armeno per aprirsi un passaggio verso il Mediterraneo. Gli armeni rimasti sotto l’impero turco erano di religione cristiana e avanzarono richieste di maggiore libertà e il riconoscimento di alcuni diritti come il diritto di voto. La risposta a queste richieste furono massacri dal 1894 al 1896, furono i cosiddetti “massacri hamidiani”, dal nome del sultano Abdul Hamid che ordinò di devastare le coltivazioni e di terrorizzare la popolazione perché abbandonasse le terre e le case che abitavano. Gli armeni reagirono difendendosi con azioni di guerriglia ma alla fine prevalsero i turchi che decisero di interrompere le ostilità ma di mantenere una politica ferma e dura nei confronti della minoranza armena.

Alla fine dell’800, i beni degli armeni erano stati ormai confiscati, il governo turco aveva trovato negli armeni il nemico che ogni governo in difficoltà cerca. Si diffuse infatti l’idea che la borghesia armena <<succhiasse il sangue>> ai contadini turchi, senza pensare che l’ottanta per cento degli armeni erano contadini, le motivazioni che allontanavano sempre più i turchi dagli armeni erano la differenza religiosa e il sentimento patriottico che si diffondeva sempre più tra gli armeni.

Allo scoppio della guerra (1914), molti armeni si rifiutarono di combattere al fianco dei Turchi, ricominciò a diffondersi l’idea che fossero favorevoli ai russi che combattono contro i turchi ed un episodio sembrò rafforzare questa tesi: l’insurrezione di Van. Van era una città abitata in gran parte da armeni, nel novembre del 1914 ci fu un atto di resistenza dei cittadini nei confronti dei Turchi che cercavano nella città disertori, sabotatori delle linee telefoniche, gruppi di cittadini armati. Ci furono aspri scontri che durano più giorni e che si conclusero con la sconfitta dei Turchi.

Questa, forse, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Il 24 aprile 1915, data che oggi ricorda il genocidio degli armeni, furono arrestati i primi 2345 armeni, erano i leader della comunità, gli intellettuali, i giornalisti, gli studenti, e quel giorno ebbe inizio una tragedia che nessuno seppe o volle fermare. Nei mesi successivi, la macchina dello sterminio funzionò a pieno ritmo, ci furono rastrellamenti, arresti e deportazioni in disumani campi di concentramento che gli arrestati avrebbero dovuto raggiungere dopo settimane di cammino a piedi.

Durante la marcia violenze di ogni tipo si abbatterono su uomini, donne e bambini. Mentre la lunga colonna procede, gente che odia gli armeni spara contro di loro, qualcuno muore colpito, altri muoiono di fame e di stenti e tutto ciò va bene ai turchi: meno ne arrivano a destinazione, meglio è. Un testimone ha raccontato che migliaia di bambini furono portati sulle rive dell’Eufrate, bande curde o circasse prendevano i bambini dai piedi e ne sbattevano la testa contro la roccia, poi agonizzanti li gettavano nel fiume.

Orrore senza fine, pulizia etnica, genocidio, parole che non vorremmo mai sentire e ancor di più colpisce sapere che i tedeschi collaborarono per la buona riuscita delle fasi della deportazione, cosa questa che mette i brividi a chi sa che nell’altra guerra, la seconda guerra mondiale, furono loro a compiere uno sterminio di proporzioni molto più grandi.

Gli armeni sopravvissuti, e che si sono battuti per diffondere la notizia di questa tragedia, dicono che sono morte 1500000 persone, gli storici turchi dicono furono 300 mila e che la deportazione fu fatta per motivi bellici. È il solito balletto dei numeri e si comprende dai numeri che i turchi non vogliono riconoscere le loro responsabilità ed infatti fanno di tutto per tacere su questo genocidio.

Purtroppo, oltre questo, altri terribili atti di distruzione di interi popoli sono stati tentati nel secolo scorso, in varie parti del mondo. Nonostante l’ONU nel 1948 abbia approvato una Convenzione sulla prevenzione e la repressione del genocidio entrata in vigore nel 1951, si sono avuti genocidi in tempi più recenti come quello dei Khmer Rossi in Cambogia negli anni ‘70 o come il genocidio ruandese nel 1994.

Sarebbe importante che gli uomini considerassero inaccettabile anche solo l’idea che qualcun altro possa decidere della nostra vita, del nostro stare qui o lì. L’idea di genocidio e pulizia etnica non dovrebbero essere metodo per risolvere le questioni tra i popoli; sarebbe auspicabile che ogni uomo fosse disposto a riconoscere la dignità personale dell’altro.

Il Novecento, quindi, secolo di grandi progressi e di sviluppo tecnico e scientifico ha conosciuto anche l’orrore della guerra, delle dittature, dei genocidi in una forma mai così duramente provata.

Concludo con i versi di una poetessa ucraina, Anna Achmatova (1889 – 1966), in cui leggo tutto il dolore della storia:

In che cosa questo secolo è peggiore? Forse

perché nell’ebrietà di tristezza e d’angoscia

ha toccato la piaga più nera

senza poterla sanare?

In Occidente il sole terrestre risplende ancora

e i tetti delle città ai suoi raggi sfavillano.

Mentre qui, bianca, segna già le case di croci,

e chiama i corvi e questi accorrono.

                                         Anna Achmatova, da Piantaggine,1919

Gabriella Colistra

 

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