Mustang – Le cinque sorelle

250621

Inizio col dire che non sono un’esperta di cinema, ma mi appassiono davanti a film che hanno qualcosa da dire, da insegnare, anche se non credo riuscirei a passare intere giornate a guardare dei film.

Fino ad ora i libri erano uno dei miei passatempi preferiti, ma se mi capita di trovare i film giusti, i film diventano per la mia mente, come dei libri con la differenza delle immagini.

E ieri ho visto un film dal titolo Mustang.

Mustang che vuol dire “non domato”.

Una parola questa che evoca lo spirito dei cavalli, impetuosi e selvaggi.

Le cinque protagoniste del film, girato dalla regista turca Denize Gamze Ergüven, sono indomite, selvagge.

È la prima opera della giovane regista turca Deniz Gamze Erguven, e il film per me, è paragonabile a “Il Giardino delle Vergini Suicide” il primo film di Sofia Coppola.

Il film non mi ha lasciato indifferente, perché racconta, tramite le storie delle cinque sorelle, tutte le contraddizioni, le fragilità, le debolezze della Turchia, nonostante sia un Paese crocevia di razze e culture, è ancora incapace di guardare al futuro, unendo perché no, modernità e tradizioni.

Sono eroine che sfidano la mentalità arcaica, antica, di un paese che è fermo in un tempo passato, arcaico e anacronistico.

Film ambientato in un piccolo villaggio a 600 chilometri a Nord di Istanbul, le cinque ragazze al termine dell’anno scolastico, si preparano ad accogliere l’arrivo dell’estate.

Il sole e il Mar Nero, sono un invito a tuffarsi e tutti i ragazzi si tuffano in acqua, sia i maschi che le femmine.

È un gioco innocente ma da quelle parti, diventa scandalo per chi vi assiste.

Le cinque ragazze sono rimaste orfane dieci anni prima, e sono cresciute insieme alla nonna e ad un severo zio. Le ragazze vivono con spensieratezza la loro età, con innocenza e sono prive di malizia.

Ma nel villaggio la loro leggerezza, tipica dell’adolescenza, è considerata indecente, tanto da dover, da quel momento, vivere una prigionia domestica.

La ragazza più piccola Lela è la più ribelle, la prima a manifestare un rifiuto a questa punizione.

Vengono sequestrati alle ragazze il telefono, il computer e anche il trucco, per poi arrivare al cambio degli abiti, tristi e informi, la cui unica funzione è quella di coprire il loro corpo senza lasciarne vedere le forme.

E arriva il momento anche per me, di indossare i vestiti senza forma color merda” dice Lela.

Vengono represse in tutto, anche con gli abiti, in cui la famiglia e il villaggio intero, vedono realizzata l’immagine della virtù, il simbolo di una donna che sarà degna di un marito al quale spetterà “il diritto” di una donna muta da focolare.

Le cinque sorelle passano il giorno fantasticando su tutto, ma la loro ribellione cresce con l’aumentare delle barriere della casa, infatti più forti si fanno le proteste più alte diventano le recinzioni.

È Lale a raccontare, la più piccola, la ribelle.

Tramite le vicende delle sorelle maggiori, lei conosce la sorte che le spetterà in quanto femmina, un matrimonio combinato, la verifica della verginità e sottomissione.

E proverà ad escogitare progetti di salvezza, insieme all’ultima sorella rimasta a casa, ma già prossima alle nozze, Nur.

Riusciranno a scappare il giorno delle nozze di Nur, che rifiuta lo sposo destinato a lei.

Raggiungono Istanbul e una loro amica che insegna lettere.

È un bellissimo film, toccante e delicato che fa riflettere su come siano state noi donne a nascere da questa parte del globo terrestre.

Un film che le ragazze dovrebbero vedere, per apprezzare la libertà in cui possono vivere a qualunque età, a cominciare dal modo di vestirsi. Film così dovrebbero essere programmati a scuola, film con tematiche così importanti.

Quando io frequentavo le superiori, mille anni fa, più volte al mese gli insegnanti ci facevano vedere dei film, un cineforum settimanale, e poi al termine avvenivano belle discussioni sul significato del film.

E immancabilmente c’era un compito sulla tematica da svolgere.

La regista racconta, con sensibilità una storia di grande realismo il cui dramma aumenta come un’onda che travolge le scelte di ogni personaggio.

Angela Amendola

Clicca per leggere il mio articolo precedente:

Filippo d’Edimburgo

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