Mamma, li turchi

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Dal XIV secolo, il mar Mediterraneo, quindi le coste calabresi, siciliane e campane, erano infestate dai turchi. Si trattava di due tipi di banditi, il pirata e il corsaro, quest’ultimo era una sorta di delinquente legalizzato. Il mare era un luogo di guerra e aspre battaglie per la difesa del territorio.
Arrivavano con le navi, pronti a far razzie, a violentare e a deportare. La costante presenza turca aveva costretto gli indigeni a spostarsi nell’entroterra, abbandonando le coste che tornarono ad essere paludose. Solo i paesi montani si salvarono, per ovvi motivi ma le zone marine e collinari, finivano sistematicamente tra le grinfie di rinnegati, desiderosi di rapina. In alcuni paesi dell’entroterra, ancora oggi, si possono incontrare persone che portano nei tratti somatici del viso, il ricordo della presenza turca in Calabria. La gente, all’arrivo delle navi turche, fuggiva spaventata, cercando riparo ovunque fosse possibile ma non tutti riuscivano a salvarsi. Le porte chiuse a doppia mandata, non erano certo un deterrente, da qui, la famosa frase: “Mamma li turchi!”
Con l’espansione dell’Islam, le coste mediterranee, furono completamente nelle mani di questi malintenzionati. Fu Re Ferrante d’Aragona a far costruire le torri, dove posizionare le sentinelle che avevano il compito di segnalare l’arrivo di navi turche, con segnali di fumo e rintocchi di campane. Ecco perché, con 780 km di coste, la Calabria possiede ben 69 torri delle quali, solo 19 sono conservate in buono stato, in quanto in uso come abitazioni, ricovero di animali o musei. In alcune zone, i turchi vi si stabilirono, portando innovazioni in campo culinario e nell’architettura, lasciandoci una notevole eredità di valore storico inestimabile.

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