Mamma Carmela e le altre

190650

Le Mamme eroine

C’è una notizia che mi ha commosso la scorsa settimana ed è quella della donna morta dal freddo in Afghanistan.
Ha camminato a piedi scalzi perché i suoi figli potessero usare le sue calze come guanti. Era una famiglia in fuga dall’Afghanistan. I suoi figli sono stati soccorsi, ma la mamma è morta.
C’è solo una foto per ricostruire la storia, ma la foto è chiara vediamo una donna a terra su un cumulo di neve e completamente congelata, morta.
Si trova al confine tra Iran e Turchia, è l’epilogo tragico del viaggio di una madre per lasciare un filo di speranza ai suoi figli.
Ma la donna non ha nome, ai nostri occhi è solo una madre afghana. Si è concluso per lei il viaggio di fuga dall’Afghanistan, ma non per i suoi due figli di circa 7 anni. I tre sono stati colti di sorpresa da una tempesta di neve mentre si spostavano a piedi ed erano arrivati al confine tra Iran e Turchia.
Per salvare i figli la donna ha dato loro le proprie calze per proteggere le mani dei piccoli che erano senza guanti. Si è messa ai piedi due sacchetti di plastica e di fatto ha proseguito il cammino a piedi scalzi.
Non è sopravvissuta, i figli invece hanno proseguito il cammino e sono stati soccorsi presso il villaggio turco di Özalp, nella provincia orientale di Van. Di lei ci resta l’istantanea che sta facendo il giro del mondo.
In questa storia tremenda più del gelo, troviamo una politica disumana. Il cadavere della donna è rimasto in territorio iraniano, i bambini sono arrivati in un paese turco. Ma invece di fare a gara per soccorrerli, Iran e Turchia hanno usato il confine territoriale per lavarsi come Pilato le mani. Come se aiutare i due bambini possa cambiare gli equilibri internazionali. Ma la mamma dei bambini è morta perché noi abbiamo chiuso le frontiere. E nessuno ha offerto un pasto caldo e un letto a quella signora e a quei due bambini con le mani nelle calze materne. Perché non capiamo che noi stiamo affrontando una grande prova e cioè accogliere i migranti, salvare i profughi, senza ripetere ogni volta, prima noil gli italiani, o i francesi o gli svizzeri o gli americani. Di una civiltà occidentale decaduta nei valori e nei sentimenti non sappiamo che farcene.

Ma l’amore di una mamma non ha colore di pelle, e non ha nessuna titubanza, è pronta a donare la vita per i propri figli, ad immolarsi in atti eroici. Da noi, in Calabria, un gesto simile fu compiuto nel 1929 dalla contadina di Sersale, Carmela Borelli, che sorpresa da una tormenta di neve in un bosco vicino al suo paese, sacrificò la sua vita per salvare i suoi due figli.
La storia calabrese, ci racconta di una madre eroica, del sacrificio di una mamma che sembra una di quelle favole di bambini.
Una favola che ha un volto e nome e cognome.
Si chiama Carmela Borelli.
E ancora oggi è impossibile dimenticare la sua leggenda, la sua cronaca, il racconto di quello che ha fatto e di quello che non ha potuto fare.
È il 21 Febbraio 1929. Carmela è una mamma come tante, figlia, anzi madre, del suo tempo: una donna intransigente e moderna che si spacca la schiena, letteralmente e non metaforicamente, tra mille sacrifici e altrettante rinunce per dare da mangiare ai propri figli. Ma tutto ciò in realtà non le importa. L’amore per i suoi figli è troppo grande perché abbia a preoccuparsi di questioni marginali come i sacrifici e le rinunce.
Carmela ha appena deciso di tornare a casa, in tarda mattinata, insieme ai suoi figli e a due asini carichi di grano. Il cielo è limpido, forse sereno, nessuna nube all’orizzonte sembra voler rivelare la tragedia che si compirà da lì a qualche ora. Nessuna nuvola profetica sembra voler presagire la furiosa tempesta di ghiaccio e freddo che si abbatterà sul percorso obbligato che una madre è chiamata a compiere per poter tornare a casa. I primi fiocchi di neve cominciano a cadere ma Carmela è troppo distante per tornare indietro. È troppo lontana, va avanti sperando che scompaia la minaccia, rappresentato dal sollevarsi di uno spietato gelido vento di tramontana che, stavolta, un qualcosa di oscuro sembra presagirlo davvero. Carmela si trova in mezzo a qualche fiocco di neve.
Con gli occhi spalancati a fissare il cielo e le minacciose nubi che si profilano all’orizzonte.
Carmela e i suoi figli, ora sono sotto un vento glaciale che lentamente prende forza, si ingigantisce e travolge tutto.
Con un sorriso di rassicurazione rivolto ai propri figli, mentre canta loro una ninna nanna incomprensibile, in un dialetto così antico da essere incomprensibile.
Con un sorriso di rassicurazione rivolto ai propri figli, mentre canta loro una ninna nanna incomprensibile, in un dialetto così antico da essere dimenticato.
Carmela tenta disperatamente di porgere il suo sguardo oltre quella cortina di bianco insormontabile che si manifesta imponente dinnanzi a lei. I suoi occhi provano a farsi largo tra lo spazio innevato, per misurare una visione, quantomeno da lontano, dei primi centri abitati di Sersale all’inizio del paese.
Ma troppo lunga e troppo gelata è la strada per la via di casa. Lungo il cammino si spezza il cammino. Mamma Carmela ha però la forza dell’amore dalla sua parte. Un amore che non conosce esitazioni e che dura un attimo. Quell’attimo esatto in cui un sentimento materno è capace di trasformarsi in smisurato coraggio e Mamma Carmela si toglie i vestiti di dosso e copre i suoi figli, cercando di abbracciarli con il proprio corpo seminudo, di trattenerli e di trattenere almeno per loro un ultimo respiro di vita, l’unico soffio caldo in mezzo al freddo. Quell’abbraccio è per lei fatale, ai piedi del Monte Crozze ma le consente di salvare i piccoli Francesco e Costanza.Lei si inginocchia e prega la Madonna anche lei mamma per prendere la sua vita ma salvare i suoi figli.
Un soffio di vita che, ai nostri giorni, è possibile scorgere tra le strade di Sersale, magari attraverso una colonna marmorea spezzata, che ricorda un cuore di madre spezzato dal gelo ma unito dal cuore di due piccoli bambini salvati dalla bufera. O forse un ultimo bacio, un ultimo abbraccio materno frantumato da un destino perverso.
A lei il poeta di Conflenti, Vittorio Butera ha dedicato una meravigliosa poesia in vernacolo.

Mamma Carmela, ccu ‘nna figlia ‘mbrazza
E ccu ‘nnu figliulìellu ppe’ ra manu,
A ru paise sue, de ‘nu luntanu
Vuoscu de pini, si nne torna. Jazza.
Porta ‘n capu ‘na sàrcina de ligna
Ed a scurare, a ppuocu a ppuocu, ‘ncigna.
Jazza. Cchiù sta, cchiù jjazza. Duce duce
Cade ppannizzijannu ‘a nive ‘ntuornu;
D’anima viva nu’ sse sente bbuce;
Perde ru vùoscu sempre cchiù ccuntuornu
E, mmu a ra casa ‘n sarvamientu arriva,
Auza dde cchiù ru pede ‘a cumitiva.
Ma, ad ura chi t‘adduni, ‘na timpesta
De nive ‘mpalluttata se scatina.
Visca ru vientu e ttantu forte mina
Chi pàrica se ‘mpesa ra furesta.
Sàgliedi a ppassi de giganti ‘a neglia
Ed ogne ccosa crùovica’ e ccummeglia.
‘U màsculu de friddu e dde pagura
Trema mmienzu a ‘ssa sorta de nivèra.
Ciance cchill’àutra povera criatura
E ra mamma s’affrigge e sse dispera.
Posa ‘nnu pede: a mmenza gamma affunna.
Àuza cchill’àutru: ‘u posa e ttorn‘e ‘mpunna.
Povara mamma! Cchiù ca po’ a r’allutta
Fa ccu ru vientu, chi l’affrigge e appretta;
Chi moni avanti e mmoni arrieti ‘a mmutta,
Chi moni a ddestra e mmoni a mmanca ‘a jetta.
‘U ‘nne po’ cchiù. Spune re ligna e ‘mbrazza
Se piglia ll’autru figliu e sse l’abbrazza.
Fìgliuma – dice – figliulella mia,
Ancòre cci nne vo’ ppemmu arrivamu.
Ancòre è longa, è ttantu longa ‘a via;
Ma nun ciancimu e nnu’ nne scumpidamu.
‘A Madonna nne vide e ‘u’ nn’abbannuna:
E’ ppuru mamma ed animu nne duna.-.
Intra ‘stu mentre, de luntanu, sona
R‘avemmaria. L‘affritta se strascina
Fin‘a ru muricìellu de ‘na cona
Chi se trova ppe’ ccasu llà bbicina.
‘Na lampa ad ùogliu; arrìeti na ‘mmitriata
Alluce ‘nna Madonna ‘Ndulurata.
Cumporma arriva, i figliulielielli spune.
Se caccia ru vancale e ra fadiglia.
‘U masculu cce mmùolica e ra figlia.
Resta ccu ra cammisa e ru jippune,.
Trema. Vatte re ganghe ad una ad una;
Ma chira mamma ‘u’ ssi nne mancu adduna.
E ccade ‘n terra gninucchjuni. ‘A cruce
Se fà ddicìennu: – ‘Ndulurata bbella,
‘Stu figliuliellu miu e ‘sta figIiuIelIa
Sàrvali tu, ppe’ ‘ss’uogliu chi t’alluce.
A mmie, Madonna mia, ricogliemìnne:
Ssa nive mu me crùovica chi scinne.
Ad illi, no! su’ dde ‘stu sangu ‘u jure,
Su’ ccarne de ‘sta carne chi se gnela.
Madonna mia, ricòglite a Ccarmela;
Ma sàrva ‘sse due pòvare creature.
Curaggiu, bbielli mie! Cchiù nnun cianciti:
Due mamme chi v’assistenu tiniti! –
E ssupra chir’affritti accuoppulata
Se conza, ppe’ ri mmiegliu cautilare.
Putìa, ma nu’ sse voze mmuoticare
De dduve amure ‘a trattinìa ‘nchiuvata,
‘A nive cummigliàu cchiru pagliaru,
Ma chiri quatrarielli se sarvaru!
‘A mamma, no! L‘ajjàru ssenza jatu,
Ccu ru mussu appuzzatu a ru fullune.
‘Ntramente dava a cchiru sangu amatu
l‘urtimu abbrazzu e ll’urtimu vasune,
De chiantu le niscìu ‘nnu schicciulune
E a ra prunella le ristàu ‘nchiatratu.

Vittorio Butera

Angela Amendola

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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