Lenti, ragni e l’infinito

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Da quando, a diciotto anni, decisi di iscrivermi alla facoltà universitaria di Filosofia, questa signora del pensiero, amica del sapere non mi ha mai abbandonato.

Anche se molti anni sono passati e ora non lo faccio più per professione, per mio profondo piacere rimango legata ai classici di filosofia, mio pane quotidiano e trascorro ore tra Platone e Aristotele, empiristi e razionalisti, romantici e positivisti e li amo tutti anche quelli di cui non condivido il pensiero perché ogni filosofo è una sfida per la mente, è un ostacolo da vincere e superare.

Questo vagare, però, mi porta alla fine spesso là dove trovo il filosofo <<dalla pelle olivastra con un che di spagnolo sul viso >> come disse Leibniz quando lo incontrò, mi soffermo sul filosofo vissuto nell’epoca d’oro dell’Olanda che nello splendore del tempo fu perseguitato e maledetto: Baruch Spinoza (1632 – 1677).

L’opera, pubblicata postuma, è Ethica, more geometrico demonstrata, scrigno di pensieri sulla umana natura e sulla sua condizione dove si trovano risposte chiare e logicamente coerenti, ma piene di umanità e di raffinata conoscenza di ciò che è umano, fragilmente umano.

<< Dopo che l’esperienza mi ha insegnato che tutto quello che accade frequentemente nella vita quotidiana è vano e futile; vedendo che tutte le cose che temevo o dalle quali temevo qualcosa non avevano in sé niente di bene o di male se non in quanto l’animo ne era mosso, alla fine ho deciso di cercare se esista qualcosa che sia il vero bene >>.

Spinoza scrive questo a ventidue anni. Era nato in Olanda da una famiglia portoghese di religione ebraica, dalla sua comunità fu espulso e scomunicato con orribili parole, accusato di << abominevoli eresie >> e << atti mostruosi >> probabilmente per in suo pensiero eterodosso in materia teologica.

Egli infatti era sostenitore del panteismo, dell’idea, cioè, che Dio non crei il mondo come materia separata e distinta da sé, pensiero (Dio) ed estensione (mondo) costituiscono un’unica sostanza. Sia l’ebraismo che il cristianesimo ritengono che Dio e il mondo siano separati, la posizione di Spinoza è quindi incompatibile con queste.

Era il 1656, da allora il filosofo si trovò senza lavoro né punti di riferimento; per vivere iniziò a fare il molatore di lenti, si dice anche che passasse molto tempo osservando i ragni.

Da quel momento la sua vita, di cui peraltro non si conosce molto, diventò difficile. In una Amsterdam << magazzino universale delle merci >>, Spinoza non visse il benessere che la sua famiglia aveva cercato arrivando in Olanda, il paese della proclamata tolleranza religiosa.

Vita difficile, solitaria ma feconda di idee, Spinoza scrive, e scrive capolavori: l’Etica, il Trattato politico ed altri che furono pubblicati dopo la morte e messi al bando in molti paesi europei. Questi testi, però, sono giunti fino a noi e costituiscono un patrimonio insostituibile.

In questi giorni sto rileggendo la IV e la V parte dell’Etica. La IV parte parla della schiavitù umana, quella schiavitù provocata non da catene materiali ma dalla nostra incapacità di reprimere la falsità e le passioni che governano la nostra vita, la vanagloria e la cupidigia.

<<Chiamo schiavitù l’impotenza dell’uomo a moderare e a reprimere gli affetti; giacché l’uomo sottoposto agli affetti non è padrone di sé, ma in balia della fortuna; al cui potere è così soggetto che spesso è costretto a fare il peggio, benché veda il meglio >>.

La V parte parla invece della via per giungere alla Libertà, via percorsa dalla ragione che deve essere usata per diventare sapienti; in questa parte dimostrerà anche quanto il sapiente superi in potenza l’ignorante.

Attraverso assiomi, proposizioni, scolii, corollari, postulati, il filosofo ci conduce nei meandri della vita, ne rivela le miserie trattandole come se fossero oggetto della geometria, mai aggressivo, ma comprensivo nei confronti dell’uomo condizionato dalla propria natura.

Questi infatti è portato a vedere perfezione nelle cose che fa e tende ad apprezzare ciò che fanno le persone a lui vicine. Vede, invece, difetto e imperfezione nelle cose altrui.

L’incapacità di giudicare bene è prodotto dai limiti dell’uomo che possono essere superati attraverso il buon uso della ragione che, sola, può dare la libertà. L’uomo fa fatica a liberarsi dei suoi difetti attraverso la ragione, ma poiché la volontà è facoltà dell’uomo, questi se “vorrà” potrà iniziare il suo cammino verso la libertà.

Essere liberi significa comprendere come va il mondo, significa fare scelte giuste in relazione alle conoscenze acquisite, il percorso sarà graduale e secondo il filosofo si concluderà nel momento in cui comprenderemo e faremo nostra l’idea spinoziana di Dio, cioè il panteismo che ci porta a vedere la realtà come un tutto in cui spirito e materia sono insieme in un infinito ed eterno stato di beatitudine di cui fa parte anche ogni singolo uomo.

Allora la differenza tra un ignorante ed un sapiente consisterà in ciò: << L’ignorante, oltre ad essere sballottato qua e là in molti modi dalle cause esterne, e senza conquistare mai una vera soddisfazione dell’animo, vive inconsapevole di sé, di Dio e delle cose, e appena cessa di patire, cessa pure di essere.

Il sapiente, invece, in quanto è considerato come tale, difficilmente è turbato nel suo animo, ma, essendo consapevole di sé e di Dio e delle cose per una certa interna necessità, non cessa mai di essere, ma possiede sempre la vera soddisfazione dell’animo.>>

Non sono molti i sapienti, la via dall’ignoranza alla sapienza costa fatica e non tutti sono disposti ad impegnarsi. Il filosofo lo sa e conclude l’Etica considerando che: << Tutte le cose sublimi sono tanto difficili quanto rare >>.

Il detto era usato anche dai greci infatti lo troviamo sia in Platone (Repubblica, 435 c) che in Aristotele (Etica nicomachea II, 9,1109) e può essere ritenuto valido anche oggi.

La filosofia di Spinoza può portare in un meraviglioso e luminoso infinito o far sprofondare in una voragine buia ma sarà sempre una lettura interessante nella quale rimanere impigliati in una rete come quella dei ragni che osservava, cercando di capire che cosa non si sa.

Chino sulle lenti, intento ad osservare i ragni, solo e solitario poiché la condanna comminata prevedeva che il filosofo si dovesse tenere ad almeno due metri di distanza da ogni altro essere umano, riuscì a rompere ogni limite e concepire un infinito tutto in cui c’è tutto ciò che esiste e ci offre una serenità e un rigore logico straordinario perché è una mente libera che non conosce ostacoli e arriva dove vuole.

Tutto questo senza clamori, molte volte Spinoza si dice e lo dice anche a noi:

<< Vivi caute >>.

   Gabriella Colistra

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

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