La notte che non passa

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In questi mesi di pandemia ci siamo privati di tante cose ma non ci siamo fatti mancare i pestaggi tra giovani rissosi che con la sfrontatezza tipica dell’età si radunano, pur non potendo, e compiono atti violenti a danni di inermi coetanei che spesso vengono feriti, a volte uccisi come è capitato circa un anno fa a Willie Duarte Monteiro.

Pensando a questi episodi mi è tornato in mente un libro letto anni fa, si tratta di Quella notte sono io, romanzo scritto dal giornalista Giovanni Floris.

La storia del libro racconta di cinque ragazzi, due femmine e tre maschi, che durante una gita scolastica, nel loro ultimo anno di scuola, fanno del male ad un compagno di classe che per la sua “diversità” era diventato oggetto di scherno quotidiano.

Una sera, infatti, mentre gli altri ragazzi dormono nell’hotel che li ospitava, Stefano, l’io narrante, e i quattro amici trascinano Mirko, il diverso, su un ponticello, poi, afferratolo dai piedi, lo fanno penzolare a testa in giù nel vuoto con l’intenzione di farlo cadere su un folto albero, invece cade sul selciato e lì viene lasciato privo di sensi mentre gli “amici” tornano nelle loro camere come se nulla fosse stato.

I responsabili del gesto, non incorrono in alcuna punizione perché sarà dichiarato che Mirko, il diverso, si è buttato giù per suicidarsi.

Passano ventisette anni, da quella notte gli amici di un tempo non si sono più frequentati e ognuno ha seguito la propria strada. Si ritrovano dopo tanti anni convocati dalla madre di Mirko che dopo un lungo coma si è ripreso, pur se costretto a vivere su una sedia a rotelle, è diventato un genio dell’informatica e lavora con l’intelligence mondiale, ha una moglie bellissima e un figlio adolescente.

Tutto si svolge in una serata, i cinque amici, provocati dalle parole della madre di Mirko, scoprono la loro miseria umana e la loro falsità.

Germano, il ragazzone forte e stupido che tenne Mirko per i piedi è rimasto uguale, poco cervello e tanti muscoli.

Lucio, leader del gruppo, colto, altero, la mente che concepisce il folle gioco e ostenta sicurezze perché le certezze dell’oggi hanno cancellato dalla sua mente il disastro di ieri.

Silvia, ricca, bellissima, elegante ma fredda, calcolatrice ieri come oggi, anche lei ha messo a tacere la storia e gode della sua vita ostentata e futile.

Margherita, fascino puro per Stefano che l’ha amata da ragazzo, la più ribelle ieri, la più vera oggi. Il suo sorriso triste eppure dolce rivela che lei non ha dimenticato e ne soffre ancora.

Stefano, che narra la storia, ha incubi la notte e soffre di non poterlo dire neppure alla moglie che ama ma che sa, lo lascerebbe se sapesse di quella notte.

Angosciati dal pensiero che Mirko ricordi e si voglia vendicare i cinque si scagliano uno contro l’altro, rivelandosi invidie, gelosie, falsità, odi reciproci e ingiustificati. Lucio, dall’alto del suo ascendente, ha manipolato gli altri, voleva che Mirko morisse, la sua rabbia oggi è nel comprendere che la diversità di Mirko era la sua genialità, un intelligenza superiore che lo faceva eccellere in alcuni campi.

Quella sera ognuno sarà costretto a fare i conti con la propria storia e per molti i conti avranno il sapore amaro del fallimento.

Floris, l’autore, parlando del libro disse che nella storia voleva far emergere non tanto il senso di colpa dei personaggi quanto il senso di responsabilità di ognuno dei protagonisti del racconto.

IL senso di responsabilità è quello che dovrebbe guidare le nostre azioni e farci compiere le scelte migliori ed è proprio il senso della responsabilità personale che manca in soggetti come i protagonisti del libro, e manca pure ai rissosi della realtà.

Ho trovato il libro molto vicino alla realtà e credo molto aderente al vero la descrizione della scena e le parole che l’autore mette in bocca a Lucio dopo che il povero Mirko è precipitato:

<<Quella maledetta notte stava con gli occhi sgranati davanti alla ringhiera del ponticello e respirava forte con il naso. Si inebriava della tragedia, ripeteva: “Lo abbiamo fatto…lo abbiamo fatto!” Pensava di aver vissuto l’attimo del superuomo. In realtà si era appena rovinato la vita>>.

Si era appena rovinato la vita non solo lui ma anche i quattro amici scriteriati che lo avevano seguito. Per tanti anni hanno messo da parte il ricordo di quella notte nascondendolo dietro il paravento di rispettabili esistenze, ma ora sono lì, il tempo inesorabile chiede il suo conto, atterriti capiscono che prima o poi i nodi del proprio vivere vengono a galla.

A vederli così, sconfitti e angosciati suscitano quasi pena, sembra di vederli, adolescenti vivaci con dentro l’anima il fuoco del desiderio e i demoni dell’età, il gusto di sorprendere, il disprezzo della normalità, il rifiuto del diverso, l’illusione di un’eterna giovinezza.

A vederli così, ci si rende conto che ogni adolescente possa essere anche lui vittima, forse i pensieri tremendi affondano in storie di solitudine, con genitori troppo severi o troppo deboli, troppo ricchi o troppo poveri, comunque disattenti ai segnali che i figli nel corso della loro crescita lanciano. Richieste a volte velate, a volte taciute, ma un genitore deve cogliere lo sguardo triste del figlio, il suo latente disagio, il suo non avere orari, la sua ribellione, il suo dolore.

Tutto questo perché il giovane di oggi sarà l’adulto di domani che avrà responsabilità di vario tipo che deriveranno dal suo vivere in società.

Max Weber sosteneva che se si segue un credo religioso, le responsabilità individuali vengono demandate alle regole che la religione impone. Nella vita di giorni in cui si seguono poco i dettami religiosi, le regole, in questo caso la responsabilità, ce la dobbiamo imporre. Se i genitori educano bene i loro figli, trasmetteranno anche questo valore ma in ogni caso un adulto dovrà imporsi di agire responsabilmente.

Anche Platone, che visse molti secoli fa, parla di responsabilità e lo fa in modo lapidario nel mito di Er. Platone credeva nella trasmigrazione delle anime, pensava che dopo la morte del corpo, le anime si incarnassero in altri corpi. Secondo il mito Er, un soldato morto in battaglia, aveva avuto la possibilità di vivere per raccontare ciò che avviene dopo la morte. Le anime sono chiamate a scegliere la loro vita futura, scelgono secondo la sorte l’ordine di scelta ma dopo avere scelto non possono tornare indietro.

La Moira Lachesi che presiede alla scelta, accoglie le anime che entreranno nel mondo con le seguenti parole: <<Anime caduche, eccovi giunte all’inizio di un altro ciclo di vita di genere mortale in quanto si conclude con la morte. Non sarà il demone a scegliere voi, ma voi il demone. […] La virtù non ha padroni; quanto più ciascuno di voi la onora tanto più ne avrà; quanto meno la onora, tanto meno ne avrà. La responsabilità, pertanto, è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa>>. Platone, Repubblica 617, E

La responsabilità è di chi sceglie. Il dio non ne ha colpa.

La responsabilità è sempre dell’uomo ma a giudicare ciò che si vede, molti trascurano questo dovere morale. Da genitori disattenti a insegnanti superficiali, da chi non attua la manutenzione dei ponti a chi governa strutture pubbliche o private, da chi non ha voglia di fare a chi non sa fare è tutto un giustificarsi, un sottrarsi, un non assumere le proprie responsabilità.

Mirko non si vendicò, non li denunciò, i cinque amici di un tempo tornarono alle loro consuete occupazioni ma quella notte di lucida e stupida follia forse tornò ogni notte a turbare sogni… a risvegliare incubi.

  Gabriella Colistra

Clicca sul link qui sotto per leggere il mio articolo precedente:

6 COMMENTS

  1. E…se ci attenessimo al primo argomento svolto da Platone – l’antapodosi – nel Fedone?
    I contrari nascono dai contrari: come la morte è in rapporto alla vita (e questa lo è alla morte), così la malvagità / diversità, lo è per la bontà / normalità.
    Questo principio l’ho colto ( prima di leggerlo in Platone ) dalla bocca di mia Mamma, fin da bambino: “Pilu di lu contrapilu” (in dialetto siculo).
    Sarà, come per gli Stoici la prolessi, un’anticipazione? Ed ecco il complesso delle nozioni comuni (il buon senso), senza le quali non sarebbe possibile alcun rapporto intellettuale tra gli uomini.
    Altrimenti, per restare con Platone, la Reminiscenza, la forma mitico-gnoselogica che ci permette di conoscere la verità / virtù. Psicologicamente la reminiscenza è il vago ritorno in noi di un momento del nostro passato, senza che questo si possa riconoscere in ordine a tempo, spazio ed oggetto. Il ricordo, infatti, è una reminiscenza accompagnata dal riconoscimento pieno dello stato primario, di cui quel dato ricordo è riproduzione.
    Ed ecco Mirko, il diverso, e Germano e Lucio e Silvia e Margherita e Stefano: ” lu pilu e lu contrapilu”!
    Grazie, professoressa Gabriella, ci immerge sempre nel crogiolo dell’oggi e, questo, ci richiama l’amata Filosofia.
    Michele dr. DI GIUSEPPE

  2. Grazie dr. Michele per il ricordo del discorso dei contrari nel Fedone, lì si vuole dimostrare l’immortalità dell’anima che ho ripreso nell’aspetto della reminiscenza parlando di Er, il soldato del mito che troviamo nella Repubblica; Platone parla spesso dell’immortalità dell’anima e della reminiscenza, come saprà.
    Simpatico e gradito il riferimento al detto di sua mamma che ci fa capire quanta dell’antica cultura confluì nei detti popolari che risultano pieni di sapienza antica.
    Nel romanzo Quella notte sono io, Mirko, il diverso, aveva cercato l’amicizia degli altri, sperando di diventare come loro, le cose poi andarono diversamente e forse, nella disgrazia, trovò la via della sua vita e del suo lavoro.
    Grazie ancora,
    Gabriella Colistra

  3. E’, professoressa Gabriella, ovvia nell’antapodosi platonica la distinzione tra animus (quod sentimus) ed anima (qua vivimus)?
    E’, poi, immortale solo l’anima, oppure…con essa anche la reminiscenza (la forma mitico-gnoseologica) avuta – per visione diretta ed immediata delle idee – nell’iperuranio?
    Democrito, Aristotele…(con Lui cade la triplicità delle anime), San Tommaso riprende la tradizione di Aristotele, per i quali l’anima è principio delle funzioni della vita vegetativa e della vita sensitiva e della vita razionale. Le prime due funzioni cessano con la morte, le attività superiori dell’anima durano anche dopo della morte, non essendo legate a organi determinati del corpo (intelletto e ragione).
    Ammesso quanto sopra, l’anima – appurata empiricamente, con elettroencefalogramma piatto, la morte – dopo quanto tempo ancora, filosoficamente parlando, permane con noi (tralasciando ogni asserto dei teologi)?
    Con sensi di sincera stima, La ringrazio ed ossequio, Suo Michele.

  4. Gentile dr. Michele, in Platone e nei filosofi antichi, anche se si usa il termine anima, si parla sempre di animo. Il concetto di anima è tipicamente cristiano. L’immortalità dell’anima, per Platone, è solo dell’anima razionale, quella cioè capace di conoscere le idee, concetti puri. Inoltre, l’ascesa al mondo delle idee avviene solo se l’anima riesce a liberarsi della parte concupiscibile e irascibile. L’ascesa dell’anima, per Platone è puramente intellettuale, non spirituale.
    La reminiscenza non c’è nel mondo delle idee. Platone crede nella trasmigrazione delle anime che si ha finché l’uomo non raggiunge la perfezione, in questi passaggi da una vita all’altra può ricordare qualcosa che lo può aiutare nella scelta della vita futura. Raggiunto il mondo delle idee, l’uomo interrompe per millenni la sua “peregrinatio” sulla terra avendo raggiunto la pienezza dell’essere e il massimo grado di sapienza. Quando, dopo migliaia di anni, ritornerà sulla terra, il ciclo si riprenderà dall’inizio , senza alcun ricordo.
    Per Aristotele, l’anima è mortale perché costituisce con il corpo un’unità inscindibile. San Tommaso piegò l’aristotelismo alle sue esigenze di pensiero, ma Aristotele sosteneva un’idea diversa. La filosofia cristiana ha attinto molto dalla cultura antica, talvolta con esiti diversi, basta pensare a sant’Agostino e san Tommaso.
    I filosofi hanno di fronte al problema della morte atteggiamenti e convinzioni diverse. I filosofi cattolici credono che l’anima si comporti come sostiene la religione. Gli atei e gli agnostici credono che muoia insieme al corpo e qui finisce l’interesse del filosofo.
    Spero di aver risposto in modo esauriente alle sue interessanti domande che meriterebbero altro spazio che non quello di cui possiamo disporre.
    La saluto ricambiando stima sincera, Gabriella Colistra

  5. L’angelo di Colleferro ( ne sono certo, professoressa Gabriella ) riscatterà non solo i suoi coetanei di Capoverde ma anche i nostri: Willie, illumina e riscalda menti e cuori d’ogni età!
    Quella notte (descritta magistralmente da G. Floris) sarà, anzi è, illuminata dal suo contrario: il giorno/la luce in cui tutti ci risveglieremo migliori, assumendoci le nostre responsabilità.
    Mirko, diverso per genialità, “tormenterà” l’animo e l’anima di tutte le accozzaglie “malvagie e scempie” (non semplicemente scriteriate), come i fratelli Bianchi (di nome) e nerissimi nell’anima, che – per primi – sono chiamati a rispondere della loro responsabilità.
    ” Con dentro l’anima il fuoco del desiderio e i demoni dell’età (la sorpresa, l’originalità e – nel contempo – il disprezzo della normalità, l’invidia se in alcuno si percepisce una superiorità, a sé mancante), assolutamente non c’è età che tenga.
    Non c’è (certo!) solo il suggerimento di Max Weber; anche senza alcuna religione “codificata”, l’uomo, appunto, s’è tale, ha una coscienza.
    Splendido il richiamo del Mito di Er platonico (Libro X della Repubblica, 617,E), il figlio di Armenio: Moira Lachesi…/Hellenikon Phronema…
    Coscienza: cum scire, sapere insieme (etimologicamente); accordo, quindi, anche con se stessi con il compiacimento oppure il rimorso, soprattutto intimo (morale), sanzionatorio come riconoscimento della responsabilità. Inesorabile e precisa è la sanzione morale (si pensi alla macchia di sangue di lady Macbeth, che lo Shakespeare indica simbolicamente come rimorso e diventa un’ossessione).
    Grazie, per tutte le precisazioni. Volutamente mi sono attenuto alla razionalità, senza alcun riferimento esplicito alla Rivelazione biblicamente tramandataci od a riflessioni teologiche da qualsivoglia forma di religione codificata.
    Se mi permette, un abbraccio affettuoso (che tanto ci manca in questa pandemia), come ricompensa alla Sua ampia risposta, Michele.

  6. Gentile Michele, sono d’accordo su tutto quello che ha detto. Penso anch’io che chi compie efferati delitti porterà dentro di sé un senso di colpa forse più pesante della pena che subisce, a meno che non abbia perduto ogni traccia della sua umanità, cosa questa che credo difficile.
    Mi piacque molto, quando la sentii per la prima volta, la frase: nessuno tocchi Caino. Come mi conquistò l’accorata domanda di papa Francesco quando disse: Chi sono io per giudicare? domanda certamente non rivolta a sé stesso.
    Ricambio con molto piacere il suo affettuoso abbraccio, di esso abbiamo tanto bisogno in questo momento in cui sembra essersi fermata la vita, non i problemi.
    Con sincera amicizia, Gabriella

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