Riceviamo da Agatha Orrico e volentieri pubblichiamo

GENTILE DIRETTORE E GENTILI GIORNALISTI

vi scrivo come giornalista free-lance e portavoce del Collettivo Donne contro le violenze.

A seguito della tragica vicenda dei giorni scorsi, nella quale un uomo ha ucciso i figli togliendosi poi la vita per la più atroce delle vendette nei confronti della ex moglie, molte testate giornalistiche hanno riportato “la separazione come causa del duplice omicidio”.

Sappiamo che una simile narrazione non solo è inesatta ma tradisce malafede, in quanto il movente della vendetta era già chiaro a poche ore dal susseguirsi delle indagini, come pure la premeditazione attraverso i messaggi indirizzati alla ex moglie.

Allargando il campo a fatti di cronaca precedenti notiamo con disappunto che i canali di informazione spesso, nonostante l’evidenza, descrivono una realtà diversa. Stiamo assistendo da troppi anni ad una storpiatura della narrativa, laddove la vittima sia una donna: si è passati dal “gigante buono” a “amore malato” per arrivare a “raptus”e “tempesta emotiva”.

Appare evidente un’intenzione, che ormai ci appare consolidata, nel portare il lettore a credere che si tratti di tragedie inspiegabili, messe in atto da brave persone che sono impazzite all’improvviso, una tendenza nel romanzare, nel cercare motivazioni al di fuori della violenza, quasi come se un omicidio fosse una conseguenza ineluttabile della vita, quando invece non lo è e andrebbe semplicemente descritto per ciò che è: omicidio a sangue freddo, delitto premeditato, situazione di violenza famigliare. E se la vittima è donna si tratta di femminicidio, in quanto il movente sta proprio in quella forma di possesso e misoginia che sono alla base delle strutture patriarcali.

A supporto di questo filone di articoli vengono utilizzate immagini inappropriate che rimarcano una certa retorica: la foto dell’omicida sorridente ed affettuoso (con moglie e/o figli) a rafforzare il ritratto di marito e/o padre modello, in antitesi con quanto accaduto poi nella realtà.

Si passa poi a un’indagine del profilo del carnefice attraverso, perlopiù, alcune frettolose testimonianze del vicinato, quasi a cercare una forma di normalità che rischia di trasformarsi in assoluzione; di contro si indaga morbosamente nella vita privata della vittima alla ricerca di qualunque dettaglio che possa de-responsabilizzare l’omicida o il violento.

Mai mi è successo di leggere un articolo che sviluppi la narrazione attraverso l’indagine intima di una vittima di incidente stradale o di rapina, entrando nelle pieghe della sua vita intima. Tutto questo avviene solo nei casi di femminicidio.

Lo diciamo e denunciamo da anni, eppure titoli, immagini e narrazioni tendenziose ed offensive continuano a venire riproposte a ciclo continuo.

Non è certo compito né responsabilità del giornalismo emettere sentenze che vanno discusse nei tribunali, ma decidere come narrare un fatto di cronaca SI.

Dopo anni di segnalazioni cadute nel vuoto si chiede una netta e decisa presa di coscienza da parte di chi racconta le notizie, perché i canali informativi hanno una grossa responsabilità nell’influenzare pesantemente l’opinione pubblica. Si sta assistendo in questi anni a una preoccupante mancanza di professionalità da parte di giornalisti che appaiono decisamente impreparati (non per età o per inesperienza ma per mancanza di competenza ed empatia attorno al tema della violenza di genere). Non abbiamo più bisogno di un giornalismo superficiale che rischia di andare ad alimentare una forma di sessismo già, purtroppo, ampiamente presente in tutte le società e perpetrato in Italia da autoctoni, italiani e stranieri con le medesime modalità.

Denunciamo questo giornalismo che sembra ormai sempre più autocelebrativo e volto a fabbricare notizie allettanti per il lettore, quando invece dovrebbe nutrirsi solo di verità.

Non si chiede pietismo ma rispetto e dignità per le vittime e i loro famigliari.

La nostra denuncia non intende avviare una campagna di denigrazione verso gli uomini, che sono spesso preziosi alleati, ma desidera invitare ad una riflessione collettiva su alcune dinamiche insite nelle nostre società ancora fortemente sbilanciate sul piano dei diritti.

Cordialmente.

Agatha Orrico

Portavoce Collettivo Donne contro le violenze

Marilina Lucia Castiglioni

Portavoce Associazione Culturale Sharazade

Manrico Maglia

Portavoce Collettivo Uomini PER le Donne

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui