Ho sempre sostenuto che l’eccellenza non scaturisse da percezioni individuali e che non fosse assimilabile alle espressioni di alto gradimento.

L’eccellenza, infatti, non risponde lontanamente ai canoni di una soggettività sommaria, ancorata ad un parere fragile che deriva dal sentire personale.

Per carità, tutte le fonti che danno vita ad un’emozione detengono la grande capacità di generare idoli e questo legittima a pieno titolo la consistenza del riscontro ottenuto da un artista.

Tuttavia ho la vaga sensazione che la società attuale sia caratterizzata dalla tensione verso facili entusiasmi.

Tutto è degno di indistinta considerazione, tutto può essere valutato alla stregua di tanto altro, tutto viene distrattamente gettato all’interno di un mastodontico e profondissimo calderone, preposto ad un irrilevante accoglimento di massa che non opera alcun distinguo.

Perdonate la crudezza, ma il rispetto nei confronti di qualsiasi forma d’arte (caratterizzata, talvolta, da sfumature alquanto discutibili) non implica affatto la coesistenza dell’accettazione passiva di tutto quello che ci viene propinato.

E il concetto di eccellenza, senza dubbi di sorta, deve necessariamente rispondere ai dettami di un’oggettivita’ che non lasci spazio alcuno ad interpretazioni ininfluenti  ed effimere.

Era il 1999, nevicava.

In Sicilia nevica tutte le volte che alle saline si produce lo zucchero ( starò senz’altro esagerando, ma non così tanto).

La mia città faceva bella mostra dei suoi tetti visibilmente  infreddoliti ed interamente imbiancati.

Quel giorno non riuscii a mettere il naso fuori di casa, colpa dell’eccessiva ondata di freddo.

Così decisi di rovistare all’interno di una gran quantità di cassetti, alla ricerca del niente.

O magari ero solo intenta a sperimentare delle bizzarre strategie che mi dessero conforto e che fossero nelle condizioni di dissipare gran parte di quell’apatia che mi investiva impietosamente.

Avvertivo l’esigenza di ascoltare delle buona musica, alleata fedelissima ed imprescindibile nei momenti di ordinaria inquietudine.

Avevo avuto cura di conservare, nel corso del tempo e con attenzione maniacale , decine e decine di musicassette.

Molte di queste appartenevano a mia madre, anche se non avevo alcuna contezza del periodo in cui le avesse acquistate.

Ne presi tra le mani una a caso.

Fui immediatamente catturata da una straordinaria immagine di copertina che faceva orgogliosamente sfoggio di un volto meraviglioso ed accattivante, accompagnato dall’evidente scritta :

Mina” Studio collection.”

Mina: soggetto sacro ed inviolabile di interminabili e concitate discussioni che avvenivano tra i miei genitori, tutte le volte in cui decidevano di parlare di musica di altissima qualità.

Ed io avevo appreso tanto dalle loro disquisizioni ben argomentate, ed ero in trepidante attesa del fatidico giorno in cui sarei stata in grado di comprendere di più.

Ma avevo ormai quasi sedici anni e decisi che fosse arrivato il momento di accostarmi all’attento ascolto di quelle tracce tanto decantate.

Quell’album raccoglie in ordine cronologico, dalla più recente alla più remota , canzoni presenti in dischi editi tra il 1970 e il 1997.

Mi misi a sedere per terra, con le gambe incrociate.

E chiusi i miei occhi.

A distanza di vent’anni non mi è possibile procedere alla rimozione di una sola sfumatura emozionale né di un minimo accenno di quella folgorante sensazione di intensissimo coinvolgimento interiore , fattori che contribuirono a sancire il mio profondo legame di esclusività con la musica de “La tigre di Cremona”.

Ecco, quella era la vera eccellenza, ed io non faticai neppure per un attimo a riconoscerla.

La straordinaria peculiarità di Mina risiede nell’inconsueta capacità di conferire un’originale e personalissima interpretazione, non tanto a ciascun verso ben distinto, bensì a ad ogni singola parola che scaturisce dalla sua pronuncia.

Per essere chiari: Mina non “affibbiera'” giammai un’ analoga modalità comunicativa ad un sostantivo e ad un verbo, poiché appare costantemente cosciente dei profondi significati che ciascun termine sottende.

Per Mina, dunque, la comunicazione dei contenuti non si esaurisce nel tentativo di generare emozioni attraverso il mero atto interpretativo.

Ella si avventura divinamente in un attento processo di analisi testuale che le consente di far “vivere”, a chiunque detenga due timpani ed un cuore, i disparati accadimenti di una canzone.

Ho sempre mostrato una certa reticenza nei confronti di un’immagine di Mina che fosse assimilabile alla figura di cantante.

Preferisco identificarla tramite una precisa ed incisiva espressione che a mio avviso non fa altro che rispecchiare, con maggiore enfasi, la personale ed intima idea che ho sempre avuto in merito al suo talento smisurato.

Mi piace definirla “Signora della canzone”

I cantanti cantano, interpretano, emozionano e coinvolgono.

Mina canta, interpreta, emoziona, coinvolge... E vola! 

 Sì, vola!

Ma non lo fa da sola.

Regala un enorme paio d’ali a chi sceglie di planare al suo fianco.

Lei impone con autorevolezza , infatti, ad un attento ed appassionato ascoltatore, di seguirla costantemente senza se e senza ma, all’interno degli affascinanti meandri di quella avvincente esperienza sensoriale che determina il viaggio in musica.

Un viaggio che ho affrontato personalmente in parecchie occasioni , anche se non saprei quantificare il numero delle volte in cui, alla stregua di un “Icaro” esuberante, mi sia avvicinata al sole in maniera imprudente.

Per fortuna la musica salva, non ferisce, e le mie ali non si sono mai danneggiate né tantomeno disciolte.

La voce di Mina fa l’amore con le note in maniera conturbante , le sovrasta, le accarezza dominandole, si arricchisce di una sensualità dirompente con il trascorrere del tempo. 

È “musica nella musica”, dotata di una potenza tale da annientare quel netto confine che si frappone fra le parole e la melodia.

Mina è l’unica interprete che mi abbia consentito di comprendere appieno l’intensità del sentimento.

Mi ha insegnato che vale sempre la pena di vivere un grande amore, anche quando lui è “peggio di un bambino capriccioso” e la vuole vinta a qualunque costo, anche quando non si rivela possibile fondare la propria quotidianità su una rassicurante certezza e si invita l’amato a ” restare ancora”, anche quando si urla disperatamente, alle spalle di chi si è innamorato di un’altra, un implorante e travagliato “Non puoi andartene via!”

Ho portato Mina con me dappertutto , come si fa con gli affetti irrinunciabili.

L’ho sempre voluta ovunque:

Sui banchi di scuola, a ridosso dell’amore tormentato, tra le pagine dei tomi universitari, nei momenti di entusiasmo, in un mare di dolore.

A sua insaputa fu ed è un’amica fedelissima, un saldo punto di riferimento che sa come intercettare le mie intime disforie.

E l’ho “condivisa” solo ed esclusivamente con chi ha mostrato, nel corso di questi anni interminabili , di possedere delle affinità marcate con la mia anima in subbuglio.

Da un po’ di tempo a questa parte la sto lasciando riposare sull’accogliente guanciale dei miei ricordi più intimi, quelli che a volte rivango con nostalgia, quelli irremovibili ed intensi.

In altre occasioni, invece, avverto uno spiccato desiderio di alienazione da quelle stesse rimembranze e fatico a lasciarmi andare in ammissioni liberatorie di colpevolezza, persino quando rimango da sola con me stessa.

Ma in fondo, cara Mina, credo che tu possa concordare con me se affermo che nessuno è davvero ” colpevole” se agisce secondo i dettami del cuore.

L’unica colpa risiede spesso in un eccesso di squallida avarizia, a proposito del sentimento d’amore nei confronti di se stessi.

Bisognerebbe amarsi di più, assolutamente di più.

E forse anche tu, come me, hai peccato qualche volta di negligenza nei tuoi riguardi.

Lo percepisco quando mi abbandono all’ascolto di “Anche un uomo”.

“Anche un uomo può sempre avere un’anima, ma non credere che la userà per capire te”

Per fortuna ci sono uomini che ci capiscono ancora.

E tu, cara Mina, questo lo sai meglio di me.

Maria Cristina Adragna

 

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Maria Cristina Adragna
Siciliana, nasco a Palermo e risiedo ad Alcamo. Nel 2002 conseguo la Maturità Classica e nel 2007 mi laureo in Psicologia presso l'Università di Palermo. Lavoro per diverso tempo presso centri per minori a rischio in qualità di componente dell'equipe psicopedagogica e sperimento l'insegnamento presso istituti di formazione per operatori di comunità. Da sempre mi dedico alla scrittura, imprescindibile esigenza di tutta una vita. Nel 2018 pubblico la mia prima raccolta di liriche dal titolo "Aliti inversi" e nel 2019 offro un contributo all'interno del volume "Donna sacra di Sicilia", con una poesia dal titolo "La Baronessa di Carini" e un articolo, scritti interamente in lingua siciliana. Amo anche la recitazione. Mi piace definire la poesia come "summa imprescindibile ed inscindibile di vissuti significativi e di emozioni graffianti, scaturente da un processo di attenta ricerca e di introspezione". Sono Socia di Accademia Edizioni ed Eventi e Blogger di SCREPmagazine.

7 Commenti

  1. Avvincente articolo a dimostrazione che le parole, suono e musica sono percepite sino a graffiare e anche ad edulcorare l’anima specialmente quando il suono, la musica e le parole sono un unica poesia che solo Mina riesce a fare. Bravissima leggere questo articolo è stato per me soddisfacente.

  2. Cara Cristina è Meravigliosa questa Mina cosi come descritta nella tua eccellente prosa. Il tuo linguaggio forbito lascia trasparire tutta l’eleganza e bravura di una donna dall’animo gentile, sensibile e di sentimenti puri La quale tu sei.

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