Intervista all’autrice Maria Vincenza Gargiulo

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A libri, arte e quant’ altro arricchisca l’anima,

l’ospite di oggi è l’autrice Maria Vincenza Gargiulo

Una viaggiatrice

che esplora le sue potenzialità

 mettendosi in gioco,

 sperimentando la vita

e le sue immense strade.

M.P

 

Rainer Marie Rilke diceva: “La maggioranza delle persone impara a conoscere soltanto un angolo del proprio spazio, un posto alla finestra, una striscia, su cui andare su e giù”. Ma l’ospite di oggi ha imparato a sconfinare e estendere i suoi orizzonti che l’hanno portata a crescere sia in campo professionale che umano…
Un’ anima poliedrica la sua che spazia in campi lavorativi diversissimi, esplorando le sue passioni e scoprendo, giorno dopo giorno, che strade da percorrere ce ne sono davvero tante se si ha il coraggio di intraprenderle.

Ma conosciamola meglio partendo dal suo indirizzo di studi in campo scientifico, nel settore dell’industria alimentare, dove ha conseguito 2 lauree (2010-2013) con lode e un master (2014). In seguito la troviamo ideatrice, insieme a 3 ingegneri informatici, dell’App Edo, ancora scaricabile dagli store, con l’obiettivo di divulgare i concetti base di una alimentazione sana ma più di tutto consapevole. Ma la sua voglia di esperienze nuove non si arresta e successivamente nel 2017, dopo una breve esperienza di qualche mese come professoressa in un istituto di scuola superiore, viene selezionata per diventare capotreno… Occupazione che a oggi ricopre.  Dal 2022 intraprende un’altra esperienza, forse la più importante, diventa mamma di uno splendido bambino di cui, come tutte le mamme, è perdutamente innamorata. Le sue passioni sono molteplici tanto che trova pure il tempo di scrivere il suo primo romanzo. Sappiamo per certo che una donna può essere tutto ciò che vuole a questo mondo, se mette in lei passione, perseveranza, coraggio e tanta testardaggine… E a l’ospite di oggi queste peculiarità certo non le mancano. E mi chiedo avrà trovato la sua strada? Oggi si sente realizzata?

Innanzitutto ti ringrazio di essere qui, il tuo percorso è ricco di mutamenti, da ciò che leggo sei una donna intraprendente che ama mettersi in gioco, cosa ti ha spinto a percorrere studi in campo scientifico?

Per prima cosa grazie mille a te per avermi dato questa opportunità. Beh gli studi in campo scientifico sono stati quasi un naturale percorso più che una scelta. Alle medie odiavo la matematica ma poi nel tempo ho cambiato idea e lo studio di quello che mi circondava, più che della storia e delle altre materie umanistiche, mi ha appassionata sempre di più. Biologia, biochimica e le scienze in genere erano materie che mi incuriosivano e attiravano. Poi nello specifico ho deciso di rivolgermi al settore alimentare, iscrivendomi alla facoltà di Scienze degli Alimenti. E, nonostante la vita mi abbia portata altrove, non mi sono mai pentita della mia scelta. Ho imparato davvero cose che tutti dovrebbero sapere, anche in minima misura. C’è una disinformazione assurda su tutto ciò che riguarda la sfera alimentare, cosa fa bene oppure no.

Hai creato L’App Edo ti va di raccontarci come è nata questa idea?

L’idea è nata proprio da quello che dicevo pocanzi. Le persone hanno necessità di mangiare ma pochi hanno davvero idea di quello che comprano al supermercato. On line ci sono le teorie alimentari più disparate, le diete più assurde e ognuna di queste trova sempre una scia di seguaci che per la maggior parte sono persone confuse che non sanno a chi rivolgersi e si fidano del primo sedicente studioso che promette meraviglie o mette sul banco di accusa questo o quell’altro alimento o componente solo per creare una notizia sensazionalistica che gli regali un po’ di seguito. Edo nasce proprio per cercare di dire le cose come stanno, aiutando le persone ad essere più consapevoli di quello che acquistano e a non demonizzare un ingrediente o un altro ma semplicemente imparando a capire come bilanciare tutto. Paracelso diceva “è la dose che fa il veleno” ed è verissimo. Faccio un esempio banale. Al giorno d’oggi tutti se la prendono con i grassi o i carboidrati o gli zuccheri, raccomandandone l’eliminazione, ma di ciascuno di questi componenti il nostro corpo ha un fabbisogno giornaliero, ovvero è necessario che se ne introduca una certa quantità per consentire al corpo di funzionare bene. È l’eccesso, come in tutte le cose, che causa problemi.

L’App, come scritto nella presentazione, ha l’obiettivo di divulgare i concetti base di una alimentazione sana ma più di tutto consapevole. Chi l’ha scaricata ha ottenuto dei benefici?

Nel tempo abbiamo ricevuto diverse testimonianze positive. Ovviamente né io né i miei soci siamo medici, quindi non siamo assolutamente in grado di consigliare diete o regimi alimentari. Ma attraverso le informazioni che vengono veicolate nell’app, che si basano tutte su studi scientifici affidabili, eseguiti dalle migliori università e dagli enti ufficiali che si occupano di questi argomenti (in l’Italia, vedi la SINU, CRA-NUT, nel resto del mondo vedi EFSA e la Food and Drug Administration in USA), le persone ci hanno scritto in svariate occasioni ringraziandoci per aver aperto loro gli occhi su argomenti così importanti.

Dove la possiamo trovare?

Sia su Apple Store che su Play Store ed è scaricabile gratuitamente.  

Il tuo percorso di vita è davvero ricco di scelte e svolte; oggi lavori come capotreno, cosa ti affascina di questo lavoro?

La figura del Capotreno è un po’ misteriosa, nel senso che se si chiede in giro nessuno sa bene cosa faccia il capotreno di preciso. Tutti rispondono più o meno identificando la mansione della controlleria come attività principale, ma quella è solo la punta dell’iceberg. Il Capotreno è un tecnico, è un assistente, è uno psicologo, è un “paramedico”, è un referente, è un mediatore e tanto altro ancora. È sicuramente un lavoro affascinante, dinamico. Ogni giorno non è mai uguale ad un altro, si incontrano moltissime persone e si ha modo di interagire con tantissimi colleghi. Magari passano settimane o mesi prima di rivedersi e quando ci si rincontra è sempre una festa. Questi sono aspetti positivi ma poi ci sono anche le note dolenti. Non è questa la sede giusta e ci sarebbe da parlarne per ore, mi limiterò a dire che purtroppo il tessuto sociale in cui viviamo e numerose altre motivazioni gestionali non consentono al Capotreno di svolgere adeguatamente la mansione per la quale è stato formato. E questo è estremamente frustrante, soprattutto per una come me che avrebbe piacere a svolgere il proprio ruolo quantomeno decorosamente.

Leggo una vena di rammarico in questa tua affermazione: “Sono estremamente appassionata di pasticceria. Se la vita non mi avesse condotto altrove e se me ne fossi resa conto prima, avrei volentieri fatto la pasticciera di professione!”. Perché non provarci ancora?

Nella vita non si può mai sapere, questo è vero. I sogni vanno sempre coltivati, ma ci sono momenti della vita in cui bisogna fermarsi e riorganizzarsi osservando la realtà dei fatti. Sarò sincera, perché non so fare diversamente, non ho abbandonato il mio sogno di essere pasticciera ma al momento è in stand-by. Ho delle situazioni familiari, tra cui delle situazioni di disabilità, oltre al solito mutuo e figlio da crescere, che non mi consentono di mettere me stessa e i miei sogni al primo posto. Ho necessità di avere una posizione stabile su cui contare perché so che altri dipendono da me e da questo. Lasciare tutto, in questo momento, sarebbe troppo rischioso, magari bellissimo, ma un rischio che non posso permettermi di affrontare. Per ora dico questo ma poi chissà, la vita è imprevedibile…

Adori viaggiare, qual è il luogo che ti è rimasto particolarmente nel cuore?

Ogni viaggio è una crescita, una scoperta e ti lascia nel cuore qualcosa che poi porterai per sempre con te. Ho avuto la fortuna di visitare moltissimi posti, tra questi USA, Nord Europa, Islanda, Russia, ho toccato il suolo Africano più volte, Cina e India. Tutti luoghi meravigliosi e unici. Mi è piaciuto scoprire culture diverse, cibi particolari, festività tipiche. L’India da questo punto di vista è il paese che forse mi ha lasciato il maggiore impatto. Hanno un modo di vivere e di affrontare le cose completamente diverso dal nostro, ma ugualmente meraviglioso. A volte noi europei tendiamo a farci troppe domande anche in relazione a usi e costumi altrui. l’India mi ha insegnato che le cose vanno prese così come sono, osservate, non necessariamente condivise, ma mai giudicate.

La tua passione per la lettura ti ha spinto a cimentarti anche come scrittrice, c’è un autore particolare a cui ti sei ispirata?

Ho sempre letto molto, fin da quando ero piccola. Ho un quaderno, ormai logoro, in cui ho sempre appuntato tutti i libri letti. Quando mi capita di riguardarlo ci sono davvero i titoli più disparati. Dai grandi classici della letteratura, ai romanzi rosa, romanzi storici e di avventura, ai saggi sulla letteratura greca o sulla storia degli scavi fatti nel sito archeologico di Stonehenge (lo ammetto, cantonate prese per il mio difetto di lasciarmi convincere da titolo e copertina!), passando anche dai fantasy. Quindi diciamo una lettrice onnivora. Per questo motivo non ho un autore particolare che mi ha ispirato. Mi sarebbe senz’altro piaciuto scrivere un romanzo senza tempo come le storie della Austen o delle sorelle Bronte. Sognare non costa nulla, è vero, ma tocca anche essere realisti ad un certo punto. Forse è più che altro una questione di genere. Se non avessi scritto un romance, forse avrei immaginato una storia fantasy perché sono questi i generi che maggiormente mi attirano.

Hai pubblicato con Albatros il tuo primo romanzo Io, l’amore e Central park. Come è nata questa idea?

L’idea di scrivere il romanzo mi è venuta così per caso. Probabilmente il tutto è partito da un sogno, ad occhi chiusi o aperti non so più dirlo, su una delle più belle scene tra i due protagonisti: il primo bacio. Situazione a tratti rocambolesca e surreale ma tenerissima e carica di feeling e tensione tra i due. Da qui sono partita e ho costruito tutta la storia intorno. Ho iniziato a scrivere durante il mio periodo universitario. Per la precisione verso la fine, quando lo stress per le scadenze della tesi e le incertezze per il futuro post laurea che a breve mi avrebbe raggiunta erano più forti che mai. Avevo dunque bisogno di un diversivo. Per questo motivo la sera, salutati tutti i miei coinquilini, adoravo chiudermi in camera, sotto le coperte, luce spenta e PC acceso. Mi piaceva moltissimo immergermi in questo mondo parallelo. Un mondo che non sarebbe mai stato il mio ma che chiudendo gli occhi potevo comunque sentire parte di me. Immaginare di essere Eruca, la protagonista, di provare le sue sensazioni, di vedere con i suoi occhi mi permetteva di staccare completamente la spina. Le preoccupazioni mi davano così tregua per qualche ora e riuscivo a tornare serena. Quindi fondamentalmente ho scritto questo libro più per me che per gli altri. E non era mia intenzione pubblicarlo.

Quanto c’è di biografico nel tuo libro?

Sicuramente, in particolar modo per la costruzione del personaggio di Erica, sono partita da me. Ricordo sempre una frase che lessi all’epoca che mi è rimasta impressa e con la quale sono molto d’accordo: bisogna scrivere di quello che si sa. Ed è proprio vero. Scrivendo di cose che si conoscono, in tutto o anche solo in parte, si riesce in qualche modo ad essere più realistici, a descrivere sensazioni ed emozioni in maniera più vivida, a scegliere parole e frasi estremamente calzanti che rendono migliore l’esperienza di lettura, permettendo a chi legge di immergersi al meglio nella storia. Quindi Erica è un po’ come me. Insicura e timida. Ma la sua personalità evolve e matura mentre la storia procede. Erica è anche una ragazza solare e simpatica, sempre presente per gli altri, di compagnia e dalla battuta pronta quando la situazione lo richiede. Se per tanti versi ci somigliamo e procediamo parallele, posso dire che in lei vedo il mio alter ego. Erica ha avuto il coraggio di fare quello che invece io non ho miafatto. Ed è qui che le nostre strade si dividono. Lei vive una vita che a me sarebbe certamente piaciuta ma che per motivi diversi ho potuto solo sognare però, attraverso di lei, in qualche modo, ho potuto ugualmente vivere.

C’è un messaggio particolare che vuoi che arrivi ai tuoi lettori?

Ho scritto queste pagine, come dicevo prima, principalmente per me stessa, perché mi faceva stare bene farlo. Non ho quindi ma avuto intenzione di pubblicare la storia. Un po’ per gelosia o anche per paura del giudizio esterno su un qualcosa di così personale come una fantasia della mia mente, non ho mai voluto prendere in considerazione l’idea di spedire il manoscritto per una valutazione. Sono trascorsi così circa 10 anni. Nel frattempo sono cambiate tante cose, sono diventata mamma e ho avuto modo di considerare la cosa da punti di vista differenti. Nella vita vorrei che mio figlio ci provasse, sempre, quindi forse era giusto iniziare a dare il buon esempio. Anche grazie a mio marito che ha dato lo slancio definitivo, ho così deciso di inviare il file ad alcune case editrici. Ed eccomi qua. Quello che vorrei che i miei lettori sapessero è che ora sono molto contenta della mia scelta e di aver deciso di condividere queste pagine. Non perché penso che il mio libro sia un capolavoro assoluto, anzi, ma semplicemente perché mi auguro che queste pagine possano far trascorrere qualche ora di svago a chi come me ama le storie d’amore e sogna una vita piena di romanticismo.

Il filosofo David Thoreau diceva “L’esperienza è nelle dita e nella testa. Il cuore non ha esperienza”. Una tua considerazione.

Il cuore non avrà esperienza, ma ha memoria. Potrebbe sembrare una sciocchezza quella che sto dicendo, non c’è esperienza senza memoria, allora com’è possibile che ci sia una e non l’altra? Quando si parla di sentimenti non è mai tutto così definito, ci sono un’infinità di sfumature. Il cuore, quando ama, è sempre un giovanotto alle prime armi, che appunto non ha esperienza e si lancia con tutto se stesso. Tant’è che spesso in amore si commettono gli stessi errori e si torna sempre a fidarsi delle stesse persone. E la memoria dov’è in questi casi? Il giovanotto fa in modo di reprimerla e di lasciarla in un angolino in fondo in fondo. Ma prima o poi questa memoria viene fuori. Lo si vede nelle vicende delle tante donne che riescono a scappare da storie malate e a chiudere con un passato doloroso. Anche il cuore di Erica ha la memoria delle sofferenze passate e decide di non volerne più sapere dell’amore. Ma alla fine anche il suo cuore si arrende e si lascia trasportare dall’amore come il solito giovincello alle prime armi.

Se dovessi definirti con una sola parola quale sarebbe e perché?

Questa è la domanda che più mi ha messa in crisi, sono sincera. Faccio estremamente fatica a definirmi e incasellarmi in una definizione unica. Dovendo scegliere un termine e dando uno sguardo ai cambiamenti che ho attraversato negli ultimi anni potrei definirmi “adattiva”. Nonostante partissi sempre con le peggiori aspettative su me stessa e considerando che non avrei scommesso mai neanche un euro su di me, sono stata capace di affrontare le situazioni che mi si sono poste davanti. Sui risultati finali non c’era garanzia, ma in alcuni casi l’importante è il viaggio non la meta.

Un tuo sogno nel cassetto?

Come al solito i miei sogni sono sempre più di quanti il mio cassetto ne possa contenere. Mio marito, per scherzare, dice sempre che io la notte devo dormire e far riposare la mente, non farmi venire nuove idee. Ma è più forte di me. C’è la pasticceria, c’è l’idea di scrivere ancora. Al momento i miei sogni nel cassetto però hanno un po’ cambiato direzione e non vedono più solo me come protagonista. Ora che sono diventata mamma, la prospettiva è spostata inevitabilmente verso mio figlio. Non c’è stata alcuna forzatura, è stato un processo naturale. Il mio sogno nel cassetto più grande è dunque quello di essere capace di sostenere adeguatamente mio figlio a realizzare i suoi.

Diventare madre credo che sia l’esperienza più travolgente nella vita di una donna, come hai vissuto la maternità?

Ci ho messo un bel po’ per decidermi a diventare mamma. Mi sono spostata che avevo 23 anni, sono diventata mamma a 35. Un bel lasso di tempo. Moltissime donne si sentono incomplete senza la maternità, io non sono mai stata tra queste. Inoltre diventare genitori implica una serie di responsabilità da prendere estremamente sul serio e non mi andava di fare un figlio solo perché per la società ero la candidata adatta. Più si cresce più si pensa alle conseguenze delle proprie azioni e si ha paura di tali conseguenze. Soprattutto su un argomento così delicato come il mettere al mondo e crescere un bambino. Avere al mio fianco il compagno giusto mi ha dato la spinta di cui avevo bisogno. Abbiamo scelto insieme di diventare genitori e insieme portiamo avanti questo progetto. Non avrei mai fatto un figlio con una persona diversa da mio marito. Lui è il mio caposaldo e sempre sarà. Siamo stati fortunati, nostro figlio è nato, cresce e ci regala tanto amore. Ora vedo la maternità con una tenerezza infinita, sono diventata molto più emotiva e apprensiva ma è un’esperienza davvero incredibile. Sono innamorata di mio figlio e sono davvero felice di essere la sua mamma.

E giungo alla mia curiosità iniziale, dopo esperienze così diverse, oggi ti senti realizzata o il tuo cuore è aperto a nuove possibilità?

Ho fatto tante esperienze positive e spero che tante altre me ne aspetteranno. La vita mi ha dato la possibilità di vivere e di fare scelte, soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo mi sento estremamente fortunata a poter dire questo. Dunque con alti e bassi, mi sento abbastanza soddisfatta di come vivo la vita attualmente. Ovviamente spero sempre che ci possano essere miglioramenti, sia in termini lavorativi che personali. Chi si ferma è perduto, l’ho sempre pensato.

Ringraziando Maria Vincenza Gargiulo per il tempo dedicatomi, vi ricordo il link dove potete acquistare il suo libro.

Intervista a cura di Monica Pasero

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