Incontro con la poetessa Carmela Laratta

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ULISSE

Ritornano
corolle di zagare
accese nell’ombra
indifferente dei tuoi sandali.

Piccole tracce
impolverate, a rivelare
l’ oro dei tuoi occhi chiusi in preghiera.

Toccare
sponde sdraiate sul vento
sottile di una pioggia che rischiara.

Raccogliere
verde smeraldo
di coppe tra germogli erbosi.

Arrotondare
la pienezza del giorno attuale
ricordando il sillabare della mia allegria.

Ma adesso,
mio Ulisse, ho ricucito le foglie
a rami verdi: mai più cadranno su deserto nero.

Io , piccolo
fuoco smarrito
con la coda che danza
_ io unghie laccate e zolle
consumate nelle rughe della tela riciclata-
oziosamente bevo esplorandoti il cuore
senza più incastri di parole.

Liberato
il sogno tanto appeso,
pensieri imbarco dove tu
mai più accosterai l’ inganno delle vele.

Carmela Laratta

Sono tante le poesie che si leggono sui social, alcune non le ricordi proprio e altre, come quelle della Dott. Carmela Laratta, restano non solo in testa ma nel cuore. Ci siamo incontrate qualche settimana fa e lei si è raccontata.

1) È veramente un piacere farle un’intervista. Ci vuole raccontare dove è nata, cosa fa nella vita oltre a scrivere, e qualcosa della città dove vive?

Sono nata a Crotone , nella mia amatissima Calabria, verso cui nutro un legame speciale di appartenenza, di radice.
Sono un medico che ha sempre amato la letteratura e la scrittura, e sebbene il luogo dove vivo sia estremamente penalizzato dal punto di vista degli scambi culturali, tuttavia non potrei vivere altrove.
Vi è un connubio speciale con gli odori, i colori, le voci, i silenzi di questa mia città, regina di splendidi paradisi montuosi e di altrettanto splendidi orizzonti marini. Adoro recarmi da sola a mare, fermarmi, ascoltarlo, ridergli: è qualcosa di ancestrale, inspiegabile e potente, che viene da lontano; un’emozione mai effimera il lasciarsi abbandonare, invadere dalla sua imperturbabile lentezza, che spesso si accende di scrosci ed impeto. Come me.
Il mare è un sommerso andante. Un affondo in un “oltre” che si scorge solo in parte. Iceberg di infiniti. Come siamo noi. Un sommerso che si muove.

2) Carmela lei scrive in versi, ma a che cosa serve oggi la poesia?
“Quando chiesero ad Aristotele: “A cosa serve la filosofia?”, la sua risposta fu: “A nulla.
Perché la filosofia non è una serva”. E’ dello stesso avviso?

La poesia non serve. La poesia è. Lei è quel movimento interno che sgorga, ruzzola, esplode in fuochi d’artificio di parole, immagini, emozioni. Quello schiaffo di carta e sangue che scalcia al ventre, secca come schiocco, e passando dall’imbuto dell’ispirazione innata, si dilata in un lasso di tempo brevissimo, smuovendo quel “piccolo infinito”( come scrive Neruda) che è dentro di noi, e attende di essere veicolato a coloro che hanno la capacità, non comune, di porsi in ascolto. Di sentire sulla pelle, nelle ossa, nella vibrazione immediata la sua innegabile furiosa bellezza. Poesia è catarsi, trascendenza, evocazione, mistero. La poesia non descrive, non postula, non dirime, non risponde. Lei chiama. Chiama, e va.

3) Quando ha scritto la prima volta dei versi?

Ho iniziato a scrivere versi attorno ai 10 anni. Non ricordo l’esatto istante in cui ho sentito l’irrefrenabile bisogno di dare voce al mio silenzio pregno. Partecipavo, allora, ad una trasmissione radiofonica di una emittente locale. Custodisco preziosamente il ricordo di una mia poesia che il mio maestro elementare fece imparare a bimbetti di seconda. Sentir declamare le mie parole ad un ragazzino di sette anni (io ne avevo 11) rimane un momento di grande tenerezza. Continuai a scrivere fino ai 18 anni, e poi smisi. Fu un periodo di stallo, durato quasi trent’anni. Rammento esattamente quella notte di luglio di sette anni fa in cui la poesia ritornò, bussando al vetro della mia automobile in marcia. Fu un momento meraviglioso. Da allora io sono in pace. Ho smesso di cercare le cause di quel tormento indefesso che infuriava dentro di me. Adesso so che era lei, imprigionata, che chiedeva di uscire.

4) Qual è lo stato di salute della poesia oggi?

Credo che la poesia, a dispetto di tutto ciò che si dica in giro, sia oggi più viva che mai. Leggo molti giovani, e non, che hanno il sacro fuoco, ed ardono di magnificenze. Le parole hanno un loro spazio, un loro momento: e quelle poetiche sono una minuscola nicchia che governa costellazioni e universi. Oggi più che mai la poesia è possente, tonale, densa. Un linguaggio onirico che non appartiene ad altri che non al dono stesso che lei si fa-e ci fa- ogni volta che le si consente di volare in quell’ “oltre” libero che non ha confini…La poesia è libertà dalla dittatura delle convenzioni, rivoluzione della parola, elezione, evocazione; è ciò che manca. L’irraggiungibile.

5) Cosa consiglia ad un giovane che vuole iniziare a scrivere versi?
Ma, prima di tutto, cos’è per lei la poesia?

Ad un giovane che vuole iniziare a scrivere versi cosa consiglierei? Premesso che la cosa più importante sia possedere una infinita umiltà ed un amore sconfinato per la lettura, ritengo che nessuno, a prescindere dall’età, voglia. La poesia non è un atto imposto e volontario. Lei è. Esiste, quando c’è. Dentro di noi. Ci cavalca. Smuove i suoi mari, ed esce. Non si costruisce. Non si impara. Non si insegna. La si legge, la si asseconda, la si ama. Poesia non è un atto di sequenze logiche dettate dalla conoscenza, né fabbricare versi ad hoc inanellando aggettivi altisonanti o sostantivi rutilanti, né tantomeno un atto ruffiano dettato dall’ego al mero scopo di catturare attenzione. Poesia è un mistero , che ne rivela un altro, e ancora, nell’estasi immediata di una gragnuola di colpi. Lava. Magma. Uragano. Indefinito. Poesia è la sospensione. E bisogna leggere. Leggere molto. Entrare dentro le parole. Ninnarle. Nutrirle. Averne cura. Il resto, se c’è, verrà da sé. Io ho iniziato a leggere da piccola, a dodici anni avevo già conosciuto Verga, Pirandello, Borges, la letteratura russa, e molti altri. Anche nella buona prosa ho trovato stralci meravigliosi di poesia.” Lumie di Sicilia” di Pirandello è, secondo me, una poesia in prosa. Leggere è un bisogno che non posso non assecondare, perché fa parte di me.

6) Chi sono i suoi maestri?

I miei maestri sono tutti coloro che mi emozionano, conquistandomi con la furia di una lama , lasciandomi attonita, spezzandomi il respiro a metà, colmandomi di bellezza. Sono tutti i grandi, e anche i meno grandi. KAVAFIS, NERUDA, BORGES, PREVERT, DICKINSON, HESSE, SABA, BAUDELAIRE, GARCIA LORCA, WHITMAN,MONTALE, QUASIMODO, UNGARETTI,PAVESE, ANTONIA POZZI, ACHMATOVA, e molti contemporanei. Come farei a citarli tutti?
Adesso sto leggendo BIGONGIARI, SANTORI, e rileggendo GATTO. Di fronte a loro, ho solo il silenzio, e la devozione ad un canto di immensa luce.
Tra le mie vecchie memorie, invece,” l ’Infinito” di Leopardi è di una bellezza sconvolgente. E l’ultima strofa dell’Aquilone di Pascoli (“…ti pettinò coi bei capelli ad onda tua madre, adagio, per non farti male…”)possiede una universalità talmente attuale da smuovere quell’umana “pietas” che ci appartiene, o dovrebbe appartenerci .Rammento ancora , rapita, “Natale” di Ungaretti. Queste poesie fanno parte di me, della mia storia.
Leggere i veri poeti mi illumina. Siamo formiche dinnanzi ad una cordigliera.

7) Ci parli delle sue poesie, Quali sono i principali valori esistenziali in cui crede e come tende a rappresentarli nella sua poetica?

I miei valori esistenziali sono quelli dettati dall’amore per la vita, col suo corollario di forza e fragilità. Canto il dolore, l’impotenza, il tempo, i ricordi, l’amore quando c’è, l’amore quando manca e si deve inventare per poter sopravvivere. Canto gli abissi e le vette. Canto la sofferenza di sentirsi scissi tra il dovere della maschera imposta e il bisogno di mostrare la propria nudità senza dover passare attraverso la trappola infame del giudizio. Canto l’uomo. La sua ingiustizia, il suo dilemma, il suo tendersi continuamente tra terra e cielo, tra lenimenti ed efferatezze. Canto il distacco e l’appartenenza all’essere, nelle infinite ghigliottine di questo tempo senza valori che ci condannerebbe sine processo all’abbrutimento, se non vi fosse qualcosa, qualcuno che lenisce, accoglie, anima…

8) Che cosa occorre per diventare un poeta?

Non si diventa poeti. Non esiste un prontuario, o linee guida. A tal proposito vorrei spendere qualche parola per denunciare l’imbarbarimento di ciò che dovrebbe, invece, essere il “sublime”. Mi irritano quei sedicenti organizzatori di concorsi ad hoc, di cui pullula il web al solo scopo di scroccare soldi e tempo, fagocitando aspettative di chi insegue l’effimero. La poesia non dona fama. Né immortalità. Neanche facile gloria. La superficialità vigente ha insignito di titoli impropri un gran numero di persone che scrivono filastrocche o prosa, e si pregiano di mostrare decine di riconoscimenti a settimana come se fossero funghi o patate. Sono, costoro, i “ farisei” all’ingresso del sacro Tempio. Molti concorsi sono, in realtà, scambi di favori tra autori che fanno circolare sempre gli stessi versi. A mio parere, ciò è una piaga che andrebbe curata con un efficace “ curettage”…con la dovuta indifferenza piuttosto che con adesioni di massa. Per questo partecipo pochissimo, e, da qualche tempo, ancor meno.
Anche se esistono concorsi validi ed eccellenti.

9) Scuola, librai, media, editori, poeti: di chi è la responsabilità se la poesia si legge e si vende così poco?

La responsabilità della scarsa vendita di poesie credo appartenga a ciascuno di noi. Il mondo si affanna nella corsa spasmodica verso l’appagamento, la soluzione immediata e fruibile dei problemi, il possesso , l’apparenza, il piacere effimero. Poesia è esattamente il contrario: non garantisce nulla, non dona certezze, non risolve , anzi aggiunge sottraendo, ed oggi non si è più pronti a scavare, a sporcarsi l’anima, a stare in pausa. Poesia è sosta, intervallo, silenzio, attesa. Oggi non si aspetta più. Siamo quella fame, sorda, di infinito, che si nutre di cose sbagliate, e si consuma nel divorare se stessa; la “società liquida”di Baukman; il corollario dei falsi bisogni da sgranare come un empio rosario; la futilità dell’ego che mira ad un trono di cartone. Un archetto di violino ha bisogno di dita abili per dare melodie, ma non tutti sono in grado di porsi all’ascolto. Il poeta è l’archetto, la poesia è la musica, e il lettore è l’aria attraverso cui tutto ciò si propaga.

10) Poesia come terapia contro il dolore dell’anima. Quanto le è stata d’aiuto la scrittura nel superare le difficoltà della vita?

Personalmente credo al valore taumaturgico della parola. Penso che la poesia sia ciò che mi ha salvato. Da me stessa. Dai baratri a filo di rasoio. Dalle coperture di comodo. Dal dolore di un’ipersensibilità che da sempre mi porto dentro. Lei è stata la mia ancora di salvezza in molti momenti bui. La sua esplosione è il più bel dono che la vita mi abbia fatto, in termini di “strumento”. Io so che da qualche parte dentro di me lei esiste, e ha braccia grandi per ogni mia piccolezza. Mi muovo, e lei si muove con me. Quando scrivo, io sono felice. Appartengo ad un’altra dimensione. Appartengo a me stessa. Non mi serve nient’altro. Potrei morire nello stesso istante in cui termino di scrivere, e neanche me ne accorgerei.

Grazie dottoressa del tempo che ci ha concesso e di come ha risposto alle domande. Dalle sue risposte si evince che ruolo ha e ha avuto la poesia nei momenti particolari della sua vita. A risentirci presto.

Angela Amendola

NELLA CANICOLA

Nella canicola grezza
di questo giorno che arranca,
solo un pensiero sorseggio
-in fondo, tu, spazio cavo, riempito dalla mia mente-
Le dita di lontananza ad indicare la meta
di un altro giro di vento
-quando si accampa su gola,
e fa del mare una stanza.-
Mentre ripizzico il gorgo,
come se fosse una nota,
mi avvedo che sull’andante
sale una storia di niente,
fatta di fogli d’addio ed insensati ritorni.
Cammino scalza stasera .
Tace la luce. S’inclina.
Poi si raddrizza. Rimane.
Sentirti più della pelle.

Porto il tuo nome d’amore come se fosse di sangue.

L’OBLIO IN CATTEDRA

So che rimane a piedi l’illusione
lungo il cammino suo – braci bastarde-.
L’oblio scrive l’appello, e sente voci
caracollare giù fino al silenzio.
Noi, che muoriamo un po’ di greto al giorno,
siamo raminghi corsari, in stallo acceso;
però nell’ultima preghiera che s’afferra
raschiamo sensi ad una vita che s’impenna:
forse depaupera le mani di chi resta,
-forse, nel groppo di corsa, erano chiuse,
e non si avvidero che del ronzìo finale-
Ma l’orizzonte è sempre gravido di barche.

Carmela Laratta

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