Il tramonto dell’Occidente

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Mi è capitato, in questo periodo di difficoltà in cui ai problemi sanitari si sono aggiunti i problemi economici, di sentir parlare di tramonto dell’Occidente. I filosofi, molto prima degli odierni pensatori, usarono l’espressione per indicare un preciso contesto e un tempo definito.

Ci troviamo in Europa tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento quando lo sviluppo delle scienze e della tecnica, salutati inizialmente come strumento di progresso e di perfezionamento morale, fanno emergere una civiltà materialistica che potrebbe mettere in crisi l’uomo e il mondo in cui vive.

La critica nei confronti della modernità e della tecnica è svolta sia dalle correnti di pensiero di sinistra che da filosofi conservatori come Oswald Spengler (1880 – 1936) che scrisse un’opera intitolata proprio “Il tramonto dell’Occidente (1918 – 1922).

In quest’opera, molto criticata dagli accademici ma che ebbe un grande successo di pubblico, Spengler espone la sua pessimistica teoria della società: le civiltà sono intese come gli organismi che nascono, crescono, maturano e muoiono. La civiltà occidentale è al suo tramonto, dopo aver avuto uno spirito faustiano, da Faust, il personaggio di Goethe che vende l’anima al diavolo per avere sapienza e potenza; dopo aver costruito cattedrali gotiche che si slanciano verso il cielo per esprimere una tensione illimitata verso l’infinito, è entrata nella fase finale, quella in cui alla cultura sostituisce la civilizzazione. In questo contesto, la cultura è il patrimonio spirituale di civiltà, l’insieme delle manifestazioni superiori dell’anima di un popolo. La civilizzazione è il complesso dei valori negativi della società borghese: nazionalismo, liberalismo, industrialismo, individualismo.

Sinistra marxista e Destra conservatrice mossero critiche simili all’invadenza della tecnologia nella vita quotidiana poiché in essa videro la possibilità di una massificazione della società.

Le origini dell’invadenza della tecnica risalirebbero a Cartesio che divise il soggetto (l’uomo) dall’oggetto (natura); l’uomo, quindi, inizia a considerare la natura, gli oggetti, le cose, come in suo potere, come qualcosa di cui può disporre liberamente.

Nel tempo, soggetto e oggetto diventeranno complementari ma, ad un certo punto del suo sviluppo, la tecnica sembra aver prodotto l’alienazione dell’uomo e una perdita di valori.

Vengono meno principi etici: non è più il bene comune ad essere il fine dell’azione dell’uomo e della nazione ma è l’egoismo individuale a prevalere. Alla crisi dei valori etici si accompagna la crisi di un sistema politico, quello liberale, non più capace di dare risposte ad una società in cui si affacciano sulla scena masse di lavoratori mal pagati, invisibili e privi di reale rappresentanza politica.

La consapevolezza di vivere in un momento di crisi fu espressa da molti autori, Spengler parlò di tramonto dell’Occidente, Max Weber definì questo momento il “disincanto del mondo” poiché per spiegare il mondo non si faceva più ricorso a vecchie credenze magiche ma a spiegazioni razionali. Anche Italo Svevo ne “La coscienza di Zeno”, o Hermann Hesse ne “Il lupo nella steppa”, quindi nell’ambito della letteratura, manifestarono un profondo disagio che si risolse spesso in un aristocratico atteggiamento di distacco dalla realtà.

Nella storia invece, la critica della società sfociò nell’affermazione di regimi totalitari che, per evitare le contrapposizioni tipiche della lotta di classe, affermarono l’idea di un capo carismatico capace di interpretare e guidare il destino di un popolo. Naturalmente, in tale contesto, la razza, l’ardimento, l’obbedienza diventano i valori dominanti.

Nel 1947, Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, esponenti della sinistra, in una loro opera “Dialettica dell’Illuminismo”, analizzando il rapporto tra il capo e le masse scrivono:

“Essi (i capi) non tanto sono immuni dallo sfacelo dell’individualità, quanto piuttosto l’individualità in sfacelo trionfa in loro […] I capi sono diventati completamente ciò che furono sempre in tutta l’era borghese: attori che recitano la parte dei capi […] Nella lotta contro il fascismo non è compito meno importante quello di ridurre le immagini gonfiate dei capi alla misura della loro nullità. Almeno nella somiglianza tra il barbiere ebreo e il dittatore il film di Chaplin ha qualcosa di essenziale”.

La teoria di Spengler mi pare sia stata smentita dalla storia. Dopo i fascismi, le guerre, le tragedie del Novecento, l’Occidente è riemerso, non è tramontato. Si è dato regole democratiche e con errori, fatiche e successi è andato avanti. Tutto ciò è forse solo tempo che scorre sulla sua linea senza fine, dove le vittorie e le sconfitte, le gioie e i dolori si succedono incessanti a ricordare che questa è la vita e che usiamo dare nomi alle cose che passano per poterle ricordare, identificare e poterne parlare.

Tra l’altro, oggi, noto con favore l’impegno di tanti a favore dell’ambiente, della pace, della salute. Si difende l’ambiente sia con comportamenti virtuosi come un ridotto consumo di plastica e di inquinanti in genere ma anche riprendendo i fondali marini pieni di rifiuti, i ghiacciai che si sciolgono, gli animali in difficoltà perché queste immagini tristi rendono tutti più consapevoli e sensibili al problema.

La pandemia ha fermato tanti fronti di guerra, perché non approfittarne e fare la pace definitivamente?

La ricerca di cure, di vaccini, il sacrificio di medici e del personale sanitario ci ha mostrato che la generosità, lo spirito di sacrificio esistono ed io credo che chi li possiede non li perderà quando sarà finita l’emergenza.

Dal mio piccolo punto di osservazione ho colto molta serietà, da parte della maggioranza delle persone, di fronte al virus che ha cambiato le nostre vite ed ho visto più buon senso ed equilibrio nella gente che nei nostri governanti. Ho colto nella volontà di riprendere la vita e le attività lavorative una consapevolezza ed una capacità della gente comune, soprattutto al Sud, che mi ha rincuorato sul futuro di questa terra difficile e sfortunata.

Naturalmente, perché tutto questo avvenga è necessario che cambi il modo di porsi di fronte alla vita, bisogna recuperare cultura, etica e un modo di agire costruttivo, non più assenteismo e negazionismo di fronte all’evidenza dei fatti.

Ce la faremo, lo voglio credere, non voglio cedere a pessimistiche previsioni, voglio pensare che un altro modo di essere è possibile, basta volerlo, realizzarlo. Forse questo è il momento giusto per incominciare.

Gabriella Colistra

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