E’ arrivata l’estate, tempo di vacanze e di viaggi, di leggerezze e di incontri. Purtroppo l’emergenza sanitaria non ci consente di viaggiare all’estero, moda che da qualche anno ha conquistato gli italiani ma non bisogna corrucciarsi; viviamo nel paese più bello al mondo, a nostra disposizione tutto l’anno, così almeno sostenevano i viaggiatori del Grand Tour.

Il Grand Tour era un viaggio che, nel Settecento, i giovani aristocratici, destinati a diventare in futuro classe dirigente, facevano in Europa, con lunghe soste in Italia. Il viaggio durava un paio d’anni ed aveva un valore formativo, serviva infatti a conoscere la storia, affermare il gusto per le arti e fornire un’esperienza di vita che diventasse utile nel momento dell’ingresso in ambito professionale.

L’arte, di cui l’Italia è ricca, fu l’interesse maggiore; ad essa si attribuiva un grande valore formativo soprattutto perché l’arte offriva vestigia del passato e sollecitava l’attenzione, grazie alla sua bellezza, verso quadri, statue, reperti archeologici e, poiché da cosa nasce cosa, nacque in quel tempo il collezionismo, furono incoraggiati nuovi scavi, fiorirono la ritrattistica e la pittura.

L’amore per l’Italia era favorita dal fatto che anche nelle regioni del nord Europa la cultura dell’ elite fosse classica e in tutta Europa non c’era nulla che valesse tanto quanto una visita a Roma, Pompei o Ercolano.

Con il passare del tempo, anche la ricca borghesia iniziò a partire per il Grand Tour apprezzando le importanti opere d’arte italiane ma frequentando anche le feste locali, spesso di carattere religioso e il Carnevale, soprattutto quello di Venezia. Samuel Johnson, poeta e critico inglese, vissuto in quegli anni scrive:<< Un uomo che non sia stato in Italia sarà sempre cosciente della propria inferiorità, per non aver visto quello che un uomo dovrebbe vedere>>.

Gli Stati italiani, l’Italia ancora non era unita in un’unica nazione, accoglievano con favore gli stranieri perché portavano denaro ma l’ammirazione che il visitatore provava per l’arte italiana non si estendeva agli italiani che venivano considerati incolti e indegni della bellezza che li circondava.

Molti scrissero e raccontarono del loro tour con giudizi ed accenti diversi ma il viaggiatore più famoso di quegli anni fu Wolfang Goethe (1749 – 1832).

Goethe parte per il Grand Tour quando ha 37 anni ed è già famoso per aver pubblicato il romanzo epistolare I dolori del giovane Werther, Faust, ed altri numerosi Saggi. Non lo spinge, quindi, il bisogno di formazione ma un racconto di viaggio in Italia fattogli dal padre che gli ha fatto nascere il desiderio di conoscere il Belpaese, un momento di stanchezza nel suo lavoro letterario e, forse, una delusione amorosa che lo spinge ad allontanarsi da Weimar, la città in cui vive, per una destinazione ignota agli altri.

Il 3 settembre 1786, parte per l’Italia. Il viaggio durerà due anni nei quali attraverserà la penisola da Nord a Sud e rimarrà affascinato e ammirato soprattutto del meridione d’Italia.

Arriva a Napoli il 25 febbraio 1787 e rimane stupito che ci sia il sole, nonostante sia inverno, e annota:

<<Tutti stanno sulla strada a godere il sole finché questo splende. I napoletani ritengono possedere il paradiso ed hanno una tristissima idea delle contrade settentrionali. “Sempre neve – dicono – case di legno; grande ignoranza, ma denari assai”. Tale si è l’idea lusinghiera, che si formano nei nostri paesi. Il primo aspetto di Napoli è lieto, animato, vivace; la folla inonda le strade, si agita in quelle>>.

La cosa che affascina Goethe è la vita nelle strade a godere del sole, sono le sfarzose bellezze artistiche e naturalistiche, lo colpisce Pozzuoli “il suolo più infido, sotto il cielo più limpido”. Acque bollenti, grotte da cui escono vapori solforosi che farebbero morire la vegetazione intorno, invece, piante rigogliose che gli fanno pensare che la vita trionfa sulla morte mentre in lontananza nota una foresta di querce sulle pendici di un vulcano. Sul Vulcano salirà con l’amico che lo accompagna, H. T. Tischbein, lo stesso che lo raffigura in un dipinto famoso ambientato nella campagna romana. Saranno insieme anche a Pompei.

Goethe costella il suo diario di viaggio di infinite annotazioni come il confronto con Roma che fa la figura di un antico monastero che sorge in un luogo infelice, Napoli, al contrario è in una posizione felice. Dal porto della città vede le navi che si allontanano, si fanno piccole per la distanza fino a scomparire e gli fanno pensare ad una figura amata che si dilegua, se fosse così, pensa, si dovrebbe morire d’amore.

Napoli, fra tutte le città italiane è quella che ama di più, sfata anche il mito dell’indolenza partenopea sostenendo che proprio le classi più basse sono le più industriose. Nota anche la grande miseria del popolo e apprezza la fatica quotidiana dei poveri che si accontentano di qualunque lavoro, non per arricchirsi ma per vivere senza affanni.

Incontra artisti e filosofi, scopre l’aspetto culturale della città che ama sempre di più ma è anche forte il desiderio di salire su una nave che lo porterà in Sicilia, a Palermo.

Anche la Sicilia sarà una scoperta di arte e di bellezze naturalistiche, prima fra tutte la conca che accoglie la città ed è in Sicilia che si rende conto di essere cambiato dentro, si sente diverso dall’uomo che ha scritto le sue opere. La Sicilia diventa importante per lui infatti scrive:<< Non è quasi possibile formarsi un’idea giusta dell’Italia, senza aver vista la Sicilia; qui sta la chiave di tutto>>.

Torna a Napoli ancora per qualche tempo prima di rientrare in Germania. Tornato a casa si sentì profondamente cambiato e attribuì a Napoli questo cambiamento:<< Anche a me qui sembra di essere un altro. Dunque le cose son due: o ero pazzo prima di giungere qui, oppure lo sono adesso>>.

Il viaggio cambiò Goethe che si sentì rinascere come artista e scrittore, ritrovò l’ispirazione che temeva di avere perduto per il lavoro ma il viaggio cambia ogni individuo che non osservi solo i luoghi ma li attraversi con i sensi e con l’anima per ascoltare cosa essi possano dire. E non è poi così importante andare lontano, anche senza allontanarci troppo, possiamo trovare ciò che il nostro cuore desidera se siamo pronti ad accoglierlo.

Che bei tempi quelli del Grand Tour che mettevano l’Italia al primo posto! Posto che per l’arte rimane sempre quello ma immagino la bellezza di una città d’arte senza automobili, i palazzi molto più nuovi, la gente che si muove a piedi, il silenzio che regna per le vie, il desiderio di cambiamento che spinge il viaggiatore.

Viaggiamo anche oggi nella nostra bella Italia, visitiamo posti che non conoscevamo e capiremo che il nostro voler andare lontano è forse solo l’illusione di trovare altrove la felicità, forse la dobbiamo cercare dentro di noi, è proprio lì e non lo sapevamo.

Gabriella Colistra

3 Commenti

  1. Ottima scelta:la filosofia ti aiuta a vivere meglio il presente.Con la lettura di tutti i libri di De Crescenzo son riuscito a comprenderla e amarla,colorata da un tocco di napoleanita’

  2. Sono convinta che la filosofia aiuti in molti momenti della nostra vita, letta poi attraverso l’ironia e l’intelligenza di De Crescenzo diventa piacevolissima compagnia. La saluto cordialmente, Gabriella

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome qui