Buongiorno, cari amici.

Questa mattina ho il piacere di incontrare il mio carissimo amico, poeta, scrittore e critico letterario, Tommaso Cozzitorto per chiacchierare dinnanzi ad un caffè freddo, rigorosamente decaffeinato.

Generalmente, quando mi trovo a dialogare con lui, la conversazione non risulta mai monotona, dal momento che dai nostri discorsi si aprono sempre inattesi scenari.

Infatti, dopo solo pochi minuti, mi capita già di non ricordare il nucleo di partenza dei nostri pensieri perché, non appena le parole prendono forma, il filo del discorso segue un suo percorso imprevedibilmente indisturbato.

Ecco alcuni momenti della nostra chiacchierata.

Allora, Tommaso, oggi vorrei partire con un brano interessante che ha suscitato la mia curiosità e al cui autore, Italo Calvino, hai dedicato un tuo breve saggio di cui  leggeremo qualche stralcio subito dopo.

Nella mia esperienza la spinta a scrivere è sempre legata alla mancanza di qualcosa che si vorrebbe conoscere e possedere, qualcosa che ci sfugge. E siccome conosco bene questo tipo di spinta, mi sembra di poterla riconoscere anche nei grandi scrittori le cui voci sembrano giungerci dalla cima d’una esperienza assoluta. Quello che essi ci trasmettono è il senso dell’approccio all’esperienza, più che il senso dell’esperienza raggiunta; il loro segreto è il saper conservare intatta la forza del desiderio“. Italo Calvino (Mondo scritto e mondo non scritto)

Cara Piera, rileggendo Italo Calvino mi sono soffermato a riflettere sulla genialità di questo scrittore dalla grande forza comunicativa. Attraverso opere apparentemente leggere e permeate di ironia ha saputo trasmettere una molteplicità di messaggi riguardanti le problematiche sociali più urgenti della società oltre alla condizione intrinseca dell’uomo del Novecento. Per esempio l’esteriorità della persona che nasconde il vuoto interiore e le voragini dell’anima, le città di cemento ove la presenza di un albero arriva ad essere un sogno irraggiungibile. Calvino utilizza la fiaba per captare il respiro recondito della società in cui si è trovato a vivere al fine di sottolineare i valori fondamentali su cui dovrebbe fondarsi una società più giusta e armonica. Ed è proprio il carattere dell’armonia che non manca mai nei suoi romanzi e racconti, quale segnale di speranza e fiducia nella fase di ricostruzione del futuro. Oltre alla fiaba, madre di tutti i generi letterari, in Calvino ritroviamo altre tipologie di scrittura narrativa rielaborate con estrema originalità. Su tutto prevale il “marchio” dello scrittore, la sua scrittura in continuo divenire, il suo modo di farti entrare nella realtà attraverso la fantasia: un Ariosto del ‘900 mi viene da dire. Interessantissimo, il suo sperimentalismo con lo stile combinatorio. Questa metodologia sperimentale nasce in Francia nei primi anni sessanta del Novecento intorno al “gruppo OuLiPo” tra cui spiccano Queneau e Perec, mentre Calvino fa la conoscenza del Combinatorio durante gli anni del suo soggiorno parigino. La narrativa combinatoria si propone di smontare le tradizionali tecniche narrative rendendo la scrittura un gioco tale da rendere attivo il lettore e stimolarlo da un punto di vista intellettuale. Spesso possono celarsi messaggi difficili da decifrare dietro una costruzione lessicale fondata sulla mancanza di una vocale per tutto l’intero testo, messaggi non del tutto decodificati, dopo molti anni dalla stampa del romanzo stesso; e tutto ciò può rappresentare un esercizio culturale per tanti lettori, una sorta di “ginnastica” della mente. Ma il metodo combinatorio può offrire delle chiavi di lettura efficaci anche per interpretare e analizzare i molteplici aspetti della vita, il gioco delle combinazioni delle esistenze degli esseri umani nei secoli. Ognuno di noi costruisce i giorni del proprio cammino terreno, molte volte smonta il tutto, sperimenta nuovi sentieri, cambia le carte in tavola, diventa attore del proprio destino, modificandolo durante il percorso. Proprio così si farà trovare pronto quando è la vita stessa a cambiarlo, pronto a riposizionare e sperimentare strategie, pronto a ripescare le vocali e le consonanti di singoli pensieri sparsi nei minuti che compongono il tempo di tutti gli esseri viventi. Il Castello dei destini incrociati di Calvino e “I Fiori blu” di Queneau rappresentano i due romanzi più artisticamente riusciti di narrativa combinatoria.

Caro Tommaso, sono molto curiosa di scoprire cosa ti ha spinto a scrivere?
Esiste un’immagine nella tua memoria che si collega al momento in cui hai deciso di diventare scrittore?

Cara Piera, debbo confessare che non mi sento affatto uno scrittore, bensì un artigiano che costruisce qualcosa attraverso la scrittura.
L’esigenza a scrivere nasce in me da una dicotomia che mi riconosco. Ho un’immagine esteriore molto allegra, solare, sicuramente vera.
Però ció non soddisfa tutto il mio essere. Sicchè nella scrittura viene fuori la parte piú intima di me, quella piú malinconica, nostalgica.
In prosa e in poesia non sono mai riuscito a scrivere nulla di gioioso.
La spinta a scrivere mi viene da un’immagine che mi si fissa nella mente e vi rimane fino a che io non decido di mettere scritto su bianco.
Quando ho realizzato “Along the way“, la cui prima parte è formata da un breve romanzo-racconto, l’immagine, fonte d’ispirazione, consisteva in una grotta in cui vi era un uomo vestito con un saio che cercava qualcosa. E, dinnanzi alla grotta c’era un paesaggio. Da qui si è dipanata la storia di questo uomo che cercava se stesso.

Tommaso, dato per scontato che la critica letteraria sia sicuramente un’attività dell’intelletto, credi che il suo scopo sia quello di dare un giudizio estetico della singola opera d’arte, mettendo in secondo piano le diverse interferenze che potrebbero ridurla a conclusioni diverse da quelle che le sono proprie?

La critica letteraria è un’attività dell’intelletto, ma non solo. Quando capita di scrivere un testo, una prefazione, un saggio, una recensione… etc, a volte sembra di ricreare l’opera stessa in modo soggettivo.
La critica,quindi, non dovrebbe mai essere qualcosa di assoluto.
Aggiungo, altresí, che non può prescindere dalle tecniche di base.
La critica è, dunque, un’opera dell’intelletto, è creatività, ma è anche tecnica.

Tommaso, grazie per questo interessante momento di condivisione… mentre, nel frattempo, il caffè freddo decaffeinato è finito.

Piera Messinese

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